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Bromuro is overrated



Le tragedie iniziano sempre con un nome innocente. La mia si chiama “Mexican Sauce”.

– 2 avocado maturi
– 100 g di pomodoro
– 4 peperoncini “Serrano”
– 40 g di cipolle
– 2 gambi di coriandolo verde
– il succo di mezzo limone verde
– sale

Come diavolo m’è venuta l’idea di invitare a casa la donna dicendo “cucino io”?
Vi do un indizio: ho le palle vuote.  Su, mica è la fine del mondo. Poi me la sono sempre cavata bene con i fornelli. Sì, forse “frittata” e “carne alla piastra” non sono il soufflè, ma chissene. Mi restano due ore e ventisette minuti, sono armato come Rambo e sconfiggerò questa salsa messicana con niente. All’attacco.

“Scottare in acqua bollente i pomodori, pelarli, togliere i semi e tagliare la polpa a pezzetti”. 

L’acqua bolle, lancio i pomodori da tre metri e secondo il principio “Vajont” una muraglia d’acqua rovente spegne il fuoco. Vaffanculo. Sposto la pentola ustionandomi, riesco a non farla cadere. Due dita fottute, vesciche che sembrano porcini di stagione. Con medio ed anulare prendo il fiammifero e riattivo la fiamma. Ci appoggio la pentola. Il salvafiamma spegne il fuoco. Sposto. Rifaccio. Aspetto, rimetto la pentola, funziona. Nel frattempo i pomodori/bomba si sono orrendamente frollati ma io non posso saperlo, estraggo con un cucchiaio i pomi che al pari di un ectoplasma si POLVERIZZANO. Incredibile, mai visto nulla del genere. Sciolti. SCIOLTI. Rifaccio. Questa volta i pomodori vengono “scottati”. Li pelo in un massacro di dita, cerotti, acqua bollente, polpa, semi e Swatch. Sì, ho tagliato il cinturino dell’orologio. Non chiedetemi come. Il risultato è brillante: i pomi sono in fila belli tagliuzzati e orgogliosi. Faccio un primo conteggio dei morti, due dita, un cinturino e quattro pomodori nuclearizzati. Devo razionalizzare un po’. 

“Tritare le cipolle e i gambi di coriandolo” 

Haha, FACILE. Prendo il tagliere e colto da sacro furor divino riduco una cipolla in pappetta, lacrime sgorgano dai miei occhi come quando pagai i biglietti a me e alla mia ex per guardare “Giovanna La Pazza” al cinema e leggemmo “con la partecipazione di Manuela Arcuri” quando avevano già sprangato la sala. 
Dov’eravamo? Ah, sì: il coriandolo. Quando mi sono presentato dal fruttariolo gli ho detto “due gambi di coriandolo”. Mi ha guardato dicendo “non esistono”. E io mica mi permetto di contraddirlo. Così è partito un dibattito che ha coinvolto tutti i clienti. Alcuni sostenevano fosse il porro. Altri che esistevano i SEMI di coriandolo, altri che dicevano che i giovani d’oggi si drogano con tutto.

Ora io guardo una confezione di semi di coriandolo, due gambi di porro e due gambi di una pianta a me ignota ma che costa come il platino. Il dramma è che tutte e tre hanno tre odori diversi. Che faccio? L’orologio corre, e come direbbe Bauer non c’è tempo. Chiamo mia sorella. Mia sorella studia farmacia. Papà e mamma non sanno che è stata allontanata dal laboratorio di chimica perché l’han sgamata per tre volte che provava a fare il C4. L’esplosivo.

– Che c’è?
– Per l’amor di Dio, cos’è il coriandolo?
– Un’erba da cucina. Somiglia al prezzemolo.
– Ho qui davanti dei semi, due porri ed una pianta che non so cosa sia. Devo fare una salsa messicana.
– Chiamo subito l’ambulanza.
– Scema, dimmi quale di ‘ste tre cose è il coriandolo.
– Santa madonna. Ti videochiamo, metti giù.
Mi videochiama. 

– Quei semi potrebbero essere, l’altro è porro, quella pianta lì… OHMIODDIO! E’ utricularia australis, una pianta rarissima! E’ l’erba vescica!
– DAAAIIII, HO FRETTA!
– Mio Dio, e quella lì a fianco… OH, MADONNA, E’ ESTINTA DA MILIONI DI ANNI!

Metto giù incazzato nero. Decido di soprassedere.

“privare dei semi i peperoncini e tagliarli a cubetti”. 

Eseguo senza fatica. Fatto.

“Tagliare gli avocado in due parti per il lungo, tagliare la polpa, 
eliminarla del nocciolo ed inserirla nel frullatore” 



…frullatore? Io non ho un frullatore. Ho una macchina per fare granite, però. In teoria E’ un frullatore. Provo. Apro il tubo d’acciaio, guardo la lama verticale: funzionerà. Metto il bicchiere sotto, accendo. *zbròf* Nella frazione di secondo contenuta nel suono “zbròf” il primo avocado si nebulizza sulla parete della mia cucina, dipinge fantasie giallastre sulla mia maglietta e crea splendidi arazzi sul soffitto. Leccandomi la faccia metto via la macchina per granite ormai lercia, prendo il tagliere e comincio a massacrare a coltellate i due avocado rimanenti. Funziona. Come un orlando furioso trituro tutto, i semi, il porro, la pianta vescica misteriosa. Butto tutto in una terrina. Mescolo, aggiungo sale e limone. Assaggio aprendo già l’acqua del rubinetto pronto a vomitare. Macchè. E’ buona. Picca da morire, ma è buona. Perfetto: faccio le tortillas alla bell’e meglio, ma tanto son già prefatte.

Tempo restante a doccia e apparecchiatura: dieci minuti.

BEEE-E-E-E. Sono completamente nudo con un piede nella doccia quando il campanello ronza. E la madonna? Vogliamo parlare della madonna? Metto un asciugamano, apro la porta.
– Cate, sto entrando in doccia. Abbi pazienza, è stato un massacro. Stai bene con quel vestito. Siediti che faccio in un minuto –
– Grazie! Posso far qualcosa? –
– No, tranquilla, è tutto pronto. Ho fatto la migliore salsa mai assaggiata, un capolavoro –
Entra, si guarda attorno, appoggia la borsa, ci diamo un bacio. Faccio per andare ma mi blocca e prolunga il contatto. Il tizio là sotto tira una gomitata al cervello e dice che ora guida lui. L’asciugamano finisce per terra. La attacco alla parete e le alzo la gonna, sposto le mutandine e ci infilo due dita: semaforo verde. Mentre le dita mettono in pratica ciò che in sala giochi facevano con Blanka lei comincia a scivolare per terra. Geme che è un’orchestra. Io tolgo le dita dal bottone e prendo la cloche, già bella che prontaBENEAQUESTO PUN
– Aspetta…
 -Cosa?
– C’è qualcosa che non… come… AAAAAARGH! – urla Caterina, piegandosi in due e accasciandosi.
– Cate, cos’hai? – è viola in faccia e ansima – Cate, cosa… –
E a quel punto lo sento anch’io.
Prima è una sensazione. Poi, leggero, arriva uno strano tepore. Gradevole. Poi milioni di piccole formichine rosse cominciano a camminare sulla punta del mio pene. Poi lo morsicano. Poi il mio pene esplode. La fitta di dolore divora il glande, risale il cazzo – ci mette un po’ – arriva al sistema periferico, risale rapido la colonna vertebrale e deflagra nel mio cervello in un’unica grande ondata che viene tradotta dalla mia bocca in un “H” e dai miei occhi con un semplice sottotitolo: “peperoncino, idiota” 
– Cristo, Cate, è peperoncino.
– LO SO, PORCA PUTTANA EVA, LO SO!
Ci guardiamo.
Scattiamo entrambi verso il bagno. Lei si tuffa alla disperata sul bidet. Io apro la doccia, la manopola è fissata male e scatena una pioggerella che la prende in pieno. La vedo di striscio mentre allarga le gambe e ci posiziona il getto gelido dell’acqua. Io metto il tubo sul cazzo e premo. Il sollievo è istantaneo. Per qualche interminabile secondo lo scrosciare d’acqua è l’unico rumore del mondo.
– Non fregarmi l’acqua – dice.
– E’ casa mia, l’acqua è mia – rispondo con tono di sfida.
Silenzio.
– Sei un cretino.
– Sei tu che volevi trombare, haha, sì, trombiamo, facciamo i fighi, ti avevo detto che non avevo fatto la doccia.
– MA ALMENO LAVATI LE MANI PRIMA DI METTERMELE NELLA PITOCCA, TE PAR? –
– E IO CHE NE SAPEVO, CATERINA, IO VOLEVO FARMI LA DOCCIA, LA DOCCIA, CAPISCI?
– ECHESBORO CHIEDI SCUSA, ALMENO, INVECE DI URLARE!
– STO INNAFFIANDO D’ACQUA GELATA UN CAZZO CHE SEMBRA UNA LANTERNA DA SEGNALAZIONE ELICOTTERI, RAGAZZINA, VUOI CHE TI CHIEDA SCUSA TENENDOMI IL CAZZO IN MANO? SCUSA, CONTENTA?
Tolgo la doccia dal mio scroto. 
Rimetto immediatamete.
– Non è una buona idea – dico – meglio se prima usiamo il sapone –
– Ne hai neutro?
– Tra la roba di mia sorella, credo.
– E dov’è?
– Sullo scaffale. In alto –
Silenzio.
Nessuno dei due vuole allontanarsi dall’antardide gelida che lenta e letale sta anestetizzando i nostri genitali. Scatto, furego, le formiche tornano alla carica, stringo i denti. Trovato. Trovo anche delle cartine da cannoni, ma soprassiedo. Le lancio il flacone e salto nella doccia. Si lava. Me lo passa e sta a guardare. Eseguo la stessa procedura. Lentamente il dolore scompare lasciando solo un arrossamento viola tenebra. A quel punto si mette a ridere. Mi metto a ridere anch’io. Scoppia a piangere. Continuo a ridere.
– Che c’è?
– Oddio, io volevo tanto fosse una bella serata!
– Tranquilla, non abbiamo ancora mangiato, magari va meglio. C’è un ingrediente segreto, nella salsa.
Si asciuga le lacrime e si strofina con un asciugamano. 
Non oso dirle che lo uso per la palestra.
– Che… che ingrediente segreto? No, perché il peperoncino l’ho già assaggiato -sorride.
– Non lo so, me l’ha data il fruttivendolo spacciandomela per coriandolo, è una spezia.
Riesco a risistemarla. La cena procede e la serata finisce bene. Solo il giorno dopo scoprii che l’ingrediente segreto era radice di liquerizia, un purgante per cavalli. Due giorni tra la vita e la morte maledicendoci i morti per telefono tra roventi scariche di diarrea.

Anche nei porno esistono i supereroi

Un mio amico si porta dietro l’hard disk per fare il backup dei miei suoni e delle basi ogni tre giorni. Questo giro gli offro la cena, mi pare il minimo. Mentre spignatto e ci raccontiam i vari casini mi dice che s’è tirato giù un porno che “devo vedere assolutamente”. Finita la bistecca ci mettiamo davanti al piccio e come ai tempi dell’adolescenza visioniamo questo capolavoro del cinema. Quando eravamo in cinque era più divertente, ma vabbè. Parte.

Interno di una casa.
Un donnone dagli zigomi botulinati borbotta qualcosa al telefono. Stacco, porta si apre con un tizio che tiene un cartone di pizza in mano all’altezza della vita. Il tizio esordisce dicendo “fuck yeah, bitch”. Lei per nulla offesa da questo epìteto apre il cartone trovandovi una pizza pane, pomodoro, mozzarella, prosciutto, funghi e un pene eretto che scatta su come una molla. Positivamente colpita da questo esotico condimento agguanta la proboscide, appoggia la pizza sul pavimento e attacca a succhiare come un calippo. La scena si sposta in salotto, dove la raccoglitrice di funghetti si denuda lasciando intravedere due tette cibernetiche che puntano con odio qualunque cosa. L’uomo, per nulla intimidito da tali aberrazioni umane, le tasta, giocherella coi capezzoli nell’indifferenza di lei, di lui, di me e del mio amico.

Anche il Media Player è un po’ imbarazzato.

Ora il candido giglio pretende il piatto forte e alza il vestitino mostrando un culo con tante di quelle smagliature da sembrar la bandiera americana. Di stelle ce ne son solo due, però.

«Fuck yeah» mormora l’uomo «fuck yeah»

Lei lo guarda maliziosa, scoprendo le sue grazie come ho visto fare solo ad una pescivendola anni fa. Ma lei tagliava a mannaiate le teste delle orate, Cristo, questa invece piazza il culo a pecora con la stessa semplice naturalezza con cui un prete giunge le mani. A quel punto c’è uno spostamento d’aria, il cameraman piagnucola “oh God”, il fantasioso pizzaiolo ha un cedimento e la telecamera vacilla. Io e il mio amico urliamo “uoh!” e facciamo un salto così sulle poltroncine.

Non è una vagina, è un imbuto da petroliere.

L’ano è largo come un avambraccio, da cinque metri è possibile una rettoscopia con vista su colon e fegato e ehi, abbiamo la gola arrossata. Il pizzaiolo si fa coraggio ed infila il pene in quella specie di caverna mentre lei geme compiaciuta. Nel silenzio di un pomeriggio americano osservo un uomo tentare di trarre piacere agitando il proprio scroto all’interno di una pentola da pastasciutta.

La donna urla come se stesse partorendo. L’uomo si muove e con lo sguardo dice al cameraman “per me era rigore”. La telecamera annuisce impercettibilmente. Mi giro verso il mio amico e dico che per me può bastare. Lui mi dice che no, il bello arriva alla fine.  Non mentiva. Improvvisamente, colto da un moto di orgoglio, l’uomo si risveglia: la gira e comincia a schiaffeggiarla, ma con quel fior di scudo di botulino è come fare a cuscinate. Il momento è drammatico, il primo piano degli occhi di lui sono quelli dei manga giapponesi quando scoprono l’effettivo potere del nemico. Come sconfiggerla? COME? E allora lui, Lui, LUI, LUI CHE IN QUEL MOMENTO E’ LA NAZIONALE MASCHILE DEL MONDO, LUI, prende la pizza e la schiaccia in faccia alla donna, che inorridita emette uno strillino. Con decisione disperata il pizzaiolo a cazzoni (non so dirla meglio) trova la bocca e ci infila il pistone dell’amore. A quel punto eiacula urlando “YAAA-HAAA!”.
Sfumatura, titoli.

Domani mi licenzio e divento pony express, è deciso.

Spara, presto! Spara!



…PùM!

Io devo sparare puttanate. E’ un bisogno fisico, inamovibile. Se sparo puttanate la gente si diverte, mi paga e mi chiama per spararne altre in situazioni difficili. Sono una specie di soldato della puttanata. 
Il nome di questo blog viene da un’interrogazione di latino, credo circa nel 1996. La professoressa mi tenne un’ora alla cattedra tentando di tirarmi fuori qualcosa che non c’era. Solo che se non c’è da dire niente, di solito io lo dico molto bene. Al termine la donna mi guardò negli occhi e disse “sai, Nebo, te sei un proeliator”.


-Che significa? –
-Che sei combattivo. Non sai niente, non studi niente, ma non t’arrendi –

-Quindi ho la sufficienza? –
-No. Quattro meno. Ma ho davvero ammirato lo sforzo –






In quel tempo capii che i nemici sono tanti, al mondo, ma ogni uomo ne ha uno solo: la fica. Dobbiamo tutti combattere contro queste creature che ci proibiscono l’accesso ai loro orifizi, che ci negano un pompino, che ci fanno aspettare sotto il portone venti minuti. Sono creature infernali, che possono essere trafitte solo dopo innumerevoli prove, sfide mortali e duelli all’ultimo periodo mestruale. Questo è lo scopo di Proeliator, con l’accento sulla à. L’ho scritto in latino perché è la lingua delle persone intelligenti e finché non si accorgono del bluff leggono e fanno traffico.

RRobe e i manicomiensi mi hanno convinto ad aprirlo, perché non ne possono più delle mie puttanate. Così è. Qui dentro parlerò di tutte le più incredibili puttanate che possiate immaginare e se le prenderete sul serio è assai probabile mi denunzierete. 

Però siccome son un allegrone di natura non ci bado granché.

Bòn. L’intro è fatto.

Speriamo bene.