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03. La faccia della paura

Siamo sulla stradina percorsa all’andata; una linea grigia, ripida e stretta che si inerpica tra le colline. A sinistra, un muretto di mezzo metro fatto con lo sputo ci separa da una vallata. A destra una muraglia di sassi e cemento, sopra cui sorgono siepi e cipressi che delimitano un giardino. Davanti a noi ci sono le colonnine e il paese. In basso, la strada non ha nemmeno lampioni, solo ombre grigie di prati, file di vigneti ordinati tra cui spuntano ville. L’aria profuma di bosco e asfalto caldo. Forse l’hanno rimossa, ma in questo silenzio avremmo sentito i rumori.

«Non con Atza che farneticava di pirati.»
«Corsari.»
«Taci.»

La strada ha una carreggiata sola. Non ha spazio di manovra e non c’è nessun foglietto color evidenziatore. L’unica spiegazione è che l’abbiano rubata. Ma chi? Dalla dimensione delle abitazioni, il reddito medio è alto. Case a due piani con le finestre rifinite, alcune casupole coi mattoni a vista, quell’architettura stupenda e semplice dei paesini. In un giorno d’autunno, qui, ci sarebbe l’odore acre del vin brulè, legna bruciata, castagne e qualche turista. Ma non c’è niente. Nessun segno di umanità. C’è una folata di vento, poi nell’aria risuona un rombo. Sembro notarlo solo io.

«ZAPPATERRA BASTARDI, USCITE LA MACCHINA O FACCIO UN MACELLO!» grida Ario, tirando un calcio a un sasso «FINITE COME VERSACE, GIURO SU DIO!»

Per un istante aspettiamo un responso, qualcosa che riempia il silenzio dopo il riverbero di Ario. Poi diventa intollerabile. Facciamo quei dieci metri che separano la strada fino al paese. Prendiamo a pugni porte, imposte, muri. Facciamo tutto il rumore possibile, cittadini di periferia in crisi d’astinenza dai suoni di città. Vedo un cestino di metallo. Gli tiro un calcio e vola per un paio di metri, atterrando sulla strada e rovesciandosi. Cartacce, stecchini di ghiaccioli, qualche mozzicone di sigaretta, una bottiglia di Fanta di vetro, e un volantino di qualche evento. Mi avvicino a raccoglierlo.

«Va bene, ho capito» fa Ario «I grezzi non avevano mai visto un carro capace di muoversi senza cavalli. L’avranno portata in piazza per venerarla. Verranno derubati anche per questo.»
«Torniamo a piedi» dico, osservando il flyer.

È di una sagra con la data di oggi. Si dovrebbe sentire musica, vedere macchine parcheggiate alla disperata, gente sbronza. Nulla.

«Senza 127, negro? Non è mica una vostra zebra, che quando c’è la carestia vi mangiate la macchina. E poi non ce ne andremo da qui senza una corposa refurtiva, la coscia di Antosha richiede il giusto trib
«COMUNQUE l’ultima volta che abbiamo visto un centro abitato sarà a venti chilometri da qui» interrompe Luca.

Il cielo s’è coperto. Un’altra folata d’aria fredda mi fa appiccicare la canottiera alla pelle sudata. Usando gli accendini studiamo la strada dove avevamo lasciato la 127, poco prima delle colonnine d’acciaio. Scendiamo fino all’ultimo lampione, guidati dalla luce fioca di un campanello vicino a una porta di legno: Dott.Carrai. Suoniamo. Dall’interno della casa sentiamo lo scampanellare, ma dopo cinque tentativi ci arrendiamo.

«Ma che è successo, in ‘sto posto?»
«Sticazzi del contado, io voglio la 127 o faccio un massacro! Vivi, morti, donne, bambini, case, bestie! O salta fuori la macchina o vado giù di aiuti umanitari!» grida Ario, alzando il braccio e facendo scattare le pietrina dell’accendino «CAPITO, TROGLODITI?! L’UOMO BIANCO HA IL FIORE ROSSO DELLA MORTE!»

«…trovata» geme Luca.

Senza aspettarci, scende la strada buia a passi cauti, tira fuori il suo accendino e fa scattare la pietrina finché vediamo il muretto collassato. Almeno quattro metri andati giù come fossero cartone. È integro, ma orizzontale. A terra ci sono calcinacci, terra smossa, pezzi di fanali e paraurti. Oltre il buco, l’erba è piegata. Dieci metri più in basso, ci risponde un riflesso: la targa.

«MA PORCO NAMIORE GANCHIORE» sbotta Ario, scavalcando e correndo giù, subito inseguito da noi.
«Non… non hai messo il freno a mano?!»
«SI PERO’ una derapata oggi una domani mia madre che parte dimenticandoselo  avevo notato che per tirarlo dovevo andare fino in fondo forse s’è allentato» dice tutto d’un fiato.
«Forse» dico, ansimandogli di fianco «Ma non escludiamo i folletti dispettosi.»
«O il pirata guascone.»

La 127 è precipitata in retromarcia, aumentando la velocità per una trentina di metri, poi in curva ha sfondato il muretto e avrebbe proseguito fino a valle se non avesse trovato un albicocco. Ora ha il lunotto posteriore sfondato, il paraurti distrutto ed è glassata di frutta, ma è ancora tra noi. È andato tutto a monte. Se vuoi svaligiare un posto dev’essere vergine. Domattina gli abitanti vedranno il muretto abbattuto, e se domenica prossima arriva una macchina di estranei col culo sfasciato faranno due più due. Si dice l’assassino torni sempre sul luogo del delitto, ma ci si dimentica di aggiungere che la frase è di un poliziotto.

Ti ti ti tic. Ti ti ti tic, sento da qualche parte.

Mentre gli altri studiano la situazione, io mi guardo attorno. Per la prima volta, ho la sensazione di conoscere questo posto. Somiglia a quando tra la gente senti un profumo che aveva una persona cara; per un istante sei ancora in quel momento e in quel posto, ma appena cerchi di afferrarlo ti scappa via.

«Un bel casino» dice Ario «Non so come tirarla fuori.»
«Come sarebbe? Mettiamo qualcosa per fare binario e la guidi su. Usiamo i sassi del muretto distrutto.»

Ti ti ti tic. Ti ti ti tic. Ti ti.
Foglie secche sull’asfalto.
No. È un suono ripetuto, più duro.

«Se la muovo e sotto c’ha i sassolini, cosa le impedisce di precipitare? Diventa una rampa di lancio verso la selva, oh stupido coglione. E più la tiriamo su, peggio è se scivola. Abbatte l’albicocco e via verso il contado’s paradise.»
«Zitti tutti» fa Luca.

Ci blocchiamo, lui che indica il ciglio della strada buio e tiene l’altra mano aperta di lato, immobile. Per un istante non succede niente, poi vedo un’ombra muoversi, sporgersi dal muretto franato per un istante e tornare a nascondersi. Potrebbe essere un bambino piccolo, ma non si comporta come una persona. Muove la testa su e giù a scatti, come un piccione. Ario striscia contro la macchina, apre la portiera piano, si siede al posto di guida e accende i fari. Dal muretto emerge un san bernardo grande come un vitello.

«Ma vaffanculo» espira Ario, rimettendosi a studiare la macchina.

Il bestione scende a zig zag annusando l’erba, attento a non incrociare lo sguardo. Quando arriva davanti ai fari, il nostro sollievo diventa orrore; ha un occhio chiuso e gonfio come una palla da tennis. La zampa sinistra è incrostata di sangue; sul pelo ha polvere, fango, chiazze di pelo che mancano e grumi rossastri. Sembra felice di vederci. Sta seduto, con la lingua penzoloni, cercando nei nostri occhi qualcosa che non capiamo. Ario tira fuori una bottiglia d’acqua e lui se la beve avidamente.

«L’hanno pestato» fa Atza a denti stretti.
«Ma va là, l’avranno investito» fa Luca, accarezzandolo con cautela.
«E quando?»
«Cosa vuoi che ne s
«Il sangue è vecchio. Guardalo! Facciamo ieri? Stamattina?»
«Stai calmo, cazzo. E allora?»
«E allora sono almeno dodici ore che ‘sta bestia gira senza un padrone che lo cerca o qualcuno che lo aiuta. Sempre tutto normale, qui?»
«MA A PARTE IL PULCIOSO ZOMBI» fa Ario «Abbiamo due possibilità: o il carro attrezzi, o seghiamo l’albicocco e lasciamo andare la 127 nell’abisso sperando trovi una strada da sola evitando di capovolgersi, distruggersi, esplodere.»
«Con noi dentro?»
«Nooo, fa tutto il pilota automatico, vero, K.I.T.T.?» dice Ario, rivolgendosi al cofano «UOU UOU».


«UOU UOU»

Il cane si stacca da noi, risale di qualche metro la collina e si gira ad aspettarci. Uggiola. Mi avvicino facendogli cenno di seguirmi ma lui risale ancora. C’ un altro rombo, che lo fa sussultare.

«O cerchiamo aiuto o la facciamo andare giù. Se piove, c’è il rischio smottamento» fa Ario.
«Adesso scommetto che mi cagate, quando dico che l’assenza di gente è un problema.»
«La tua utilità è indiscutibile, Atza. Ora vai a contare le mattonelle del Valhalla mentre i grandi decidono il da farsi.»
«Cerchiamo una cabina del telefono» dico, incamminandomi.

Il cane, prontamente ribattezzato Zombie, abbaia di nuovo, entusiasta del fatto che ci muoviamo. Risaliamo fino al paese mentre lui ci anticipa, voltandosi per vedere se lo seguiamo. Le folate di vento sono sempre più forti. C’è un altro rombo. A un bivio, Zombi va da una parte e noi dall’altra. Torna indietro e abbaia. Lo seguiamo. Il numero di campanelli che suoniamo diventa sempre più rado, perché la risposta è sempre lo stesso agghiacciante silenzio. Dopo un centinaio di metri i vicoli diventano più sporchi, poi Ario gira l’angolo e gli cade la sigaretta di mano.

«Sta scopata slava inizia a costicchiare» dice, mettendosi le mani sui fianchi.

La piazza è sventrata. La chiesetta ha la facciata spaccata in due, le finestre in frantumi e il campanile è caduto sul tetto di una palazzina lì di fianco, sbranandola per tutto il primo piano. Il bar ha ancora i tavolini fuori coperti di detriti, tegole e calcinacci. Ci sono le sedie fatte con i fili di gomma rovesciate, delle tazzine da caffè, coppette di gelato liquefatto per terra, una birra ancora piena per metà. Al centro della piazza vediamo tavoli e panche da sagra ancora da montare, sparpagliate. Sul lato sinistro, una palazzina a due piani è aperta come una casa di bambole. Vediamo un salottino con le piastrelle lucide anni ’70, un divano di pelle lisa, una madia sfondata con dentro piatti rotti e bicchieri, giocattoli per terra. Sotto, una farmacia ha le vetrate spaccate e le saracinesche abbassate per metà, storte e deformate. Tre tegole cadono dal soffitto, poi il piano s’inclina rovesciandole tutte e franando a terra con un rombo mostruoso che ci fa sobbalzare. Il resto del paese, dietro, è nelle stesse condizioni. Il primo a rompere il silenzio è Ario.

«Va bene, dividiamoci. Atza, Luca, voi due rubate delle corde, vanno bene anche pompe da giardino, eventuali impiccagioni, robe sardo maso, tutto. Poi carrucole, verricelli, cose che girano, una o più cose dotate di motore. Sono le tre di mattina, ci restano altre tre ore. Ci troviamo qui a intervalli di ogni ora per aggiornarci.»
«Perché?»
«Perché sono il capo e altrimenti vi pesto.»
«E tu e Nebo che fate?»

«Entriamo in collegio» mormora.

Sono le 3.01
[continua]

Il nuovo codice di Hammurabi

Su Le Monde, un gruppo di femministe dichiara che se un uomo viene accusato di stupro è colpevole fino a prova contraria. Lena Dunham, sceneggiatrice di Girls, ha dichiarato la stessa cosa: le donne non mentono sullo stupro. Quindi se un padre, un fratello o un figlio verranno accusati di molestie da una tizia qualsiasi, è giusto linciarlo su Twitter, farlo licenziare, calunniarlo, diffamarlo e possibilmente suicidarlo. Sarà bellissimo andare da un uomo di 66 anni e dirgli “papà, hai 12 ore per dimostrare a degli sconosciuti che 30 anni fa non hai toccato il culo a una tizia, altrimenti ti toglieranno la pensione”.

Sperando non crepi subito d’infarto come con gli errori di Equitalia, sarà spassoso.

Mi colpisce come né le femministe di Le Monde né la Dunham abbiano spiegato perché questo principio si debba applicare solo ai casi di molestia/stupro e non, che so, a quelli di tortura. O di omicidio. O strage. Vorrei inoltre far notare che se un tizio stupra una donna, conoscendo questo principio gli conviene ucciderla; se lei è morta avrà un processo equo e assistenza legale. Se lei è viva, no.

Portentoso, ‘sto principio.

Altra domanda: se la stupratrice/molestatrice è una donna, magari di un’altra donna, o di un bambino? Anche lei è colpevole fino a prova contraria? Perché è risaputo che anche le donne stuprano, torturano, uccidono e sfregiano uomini, donne e bambini. In quel caso come funziona? La parola di un uomo vale meno che quella di una donna? E quella di un bambino?

 

Lo so, lo so, sto facendo il cockblocker. So che queste domande complicano una cosa “semplicissima” e tolgono alla folla il suo giusto e meritato linciaggio quotidiano, ma sto ancora imparando come funziona il tribunale popolare Social. Faccio domande a questi nuovi Savonarola e mi sento come quando discutevo con certi elettori che rispondevano “ma va làààà, va làààà, checcivuole a gestire un comuneeeee?”.

E non ho nemmeno finito.
Perché con tutto il rispetto del mondo e senza voler sembrare antipatico… c’è un altro problema non trascurabile, in questo nascente tribunale sociale.

 

 

 

Ecco, lungi da me rovinare tutta quest’allegra giustizia sommaria, ma in agosto una ragazza ha accusato un collega di Lena Dunham di averla molestata. Lena ha risposto che la ragazza certamente mentiva. Per questa dichiarazione è stata massacrata dal tribunale social, nonostante si sia scusata per aver dubitato. Tolta Lena, ci sarebbe la storia della tizia che non aveva voglia di pagare il taxi e se n’è andata minacciando di accusarlo di molestie. Un altro tassista è stato salvato dall’app per lo stesso scherzo. E un altro ancora. A Milano un tassista sudamericano ha violentato la turista canadah, no. Sempre a Milano, la studentessa violentata sul treno da due marocchini si era inventata tutto. C’è poi il caso dello stupro di Chiaia denunciato su Facebook, proposte di giustizia sommaria e poi era una palla. Un’altra ha mentito perché voleva 1000 euro al mese da un imprenditore. Una chiede un passaggio, la carichi e scatta il ricatto. Anche le prostitute lo fanno. A Torino c’è stata la ragazza violentata dai ROM; guerriglia urbana, poi scusate, mentivo. Una donna ha accusato il suo ex fidanzato di stupro ”per farlo tornare da lei”. Idea che ha avuto anche un’altra donna a Olbia.

Dev’essere tipo “prima Badoo, dopo #metoo”.

Un’altra, per nascondere al marito l’amante, lo ha fatto incarcerare per un anno dicendo che l’aveva violentata. Un’altra l’ha detto per attirare l’attenzione. Una, per nascondere i succhiotti che le ha lasciato l’amante, racconta di essere stata violentata. Messa alle strette confessa di “avere fatto una cavolata”. Una passa la notte con l’amante, poi si presenta dalla polizia millantando di essere stata sequestrata e stuprata. Non è la sola a usare il trucco per coprire tradimenti. Ci sono poi gli immancabili 2/3 immigrati stupratori; roboanti dichiarazioni di Salvini, immancabile “castrazione chimica”, poi non è vero. Notare che, stando ai Carabinieri, la signora era “non nuova a questo genere di reati”. Un’altra non ha il coraggio di dire al marito che fa la pornostar e dice che “è stata costretta da un conoscente”: falso. Un’altra s’è inventata tutto per far ingelosire il fidanzato. Una ha accusato il vicino di casa di stupro per liberarsene. Un’altra ha speso tutti i soldi, non ha avuto il coraggio di dirlo al marito e ha inventato stupro e rapina. Un’altra lo ha fatto per non pagare il biglietto del treno. E l’ha fatto anche un’altra. In Inghilterra, una tizia nel corso degli anni ha rovinato la vita a ben 15 uomini, finché qualcuno non si è accorto che nessuno l’aveva mai stuprata. Che ne è degli uomini, dopo? A me viene in mente Mohammed Fikri, intercettato durante l’indagine su Yara Gambirasio. La brava gente si è premurata di rovinargli la vita. Poi è saltato fuori che non c’entrava nulla. C’è anche il caso di un italiano mandato in galera dalla compagna un mese per niente. Per. Niente.

 

 

Ora: sono assolutamente certo i casi qui sopra siano rarissimi e isolati. O forse non così tanto. Ma sempre attenendosi ai numeri: quanti uomini innocenti è accettabile rovinare, per saziare la sete di giustizialismo della casalinga di Voghera? Uno su mille? Su diecimila? Soprattutto: chi ha deciso che una massa dietro una tastiera ha il diritto di giudicare e punire qualcuno? Chi gli ha dato il potere di farlo?

Bè, ammettiamolo: noi media, opinionisti e webstar di stocazzo abbiamo una discreta responsabilità.

Non facciamo muro contro la falange d’immondizia umana che si indigna per noia e lincia per divertimento; anzi, ne abbiamo un terrore assoluto. Tanto da legittimare calunnie e diffamazioni coi vari “l’opinione della rete”, “il web insorge”, “la rete si indigna”. Non sono opinioni, sono calunnie e diffamazioni, ossia reati. Il terrore di essere bollati come sessisti ci ha portati a presumere la colpevolezza in base all’organo sessuale. Abbiamo accettato il linciaggio dei colpevoli, e questo ha legittimato il linciaggio dei presunti colpevoli, in un delirio giustizialista collettivo dove chi cerca di moderare i toni è bollato come complice, e per dimostrare di avere la coscienza pulita bisogna fare a gara a chi è più intransigente; chiedere punizioni via via più severe fino alle immancabili torture, mutilazioni, esecuzioni.

Forse, prima di ritornare al codice di Hammurabi, sarebbe il caso di tirare fuori i coglioni e opporsi. Non partecipare a questo schifo. Non fare nomi. Non dare visibilità ai linciaggi. Boicottare, bloccare e impedire ai capipopolo di crearne altri. In una parola, comportarci da persone responsabili e non da bestie emotive.

Ma immagino sia la frase che dice il classico guastafeste.

02. Un paese tranquillo

Siamo nel salotto di Ario. Pareti spatolate, copridivani mai tolti, centrino di pizzo sul tavolo da pranzo. La foto di un uomo elegante dentro quelle cornicette d’argento riservate ai parenti morti, abbastanza piccole da non farti nostalgia e abbastanza grandi da non farti sentire in colpa per averli scordati. Statuine di gatti. Uno vero mi passa tra le gambe. C’è odore di fritto e Lisoform. Lei è pasciuta, sulla cinquantina, capelli grossi color topovolpe, vestito a fiori e Birkenstock: «Assolutamente no, ragazzi. Mi dispiace ma la macchina serve a me. Ho l’appuntamento con la numerologa.»
«Mamma, te l’ho detto che quella roba non funziona.»
«E quella volta che mi ha fatto vincere 300,000 lire al bingo, allora!?»
«È un caso. Ce l’ha detto la professoressa di matematica, vero o no? Rispondete, negri.»

«Sìsìsì» annuisco.
«L’ha detto, infatti» fa Atza «Sempre, lo dice.»
«Mmmmszwsssìh» fa Luca, guardando per terra.

«Vedi?» fa Ario «La numerologia è una cosa che si sono inventate le multinazionali che fanno il signoraggio bancario sugli immigrati che ti vaccinano contro il lavoro islamico. E poi finisce agli zingari, che rubano i bambini di rame e li rivendono ai terroni. Vero che lo dice?»
«Tanto» annuisco.
«Vedi! L’ha detto anche Barbara D’Urso quando è andata dalla Parodi sull’Isola dei famosi, c’era anche un lato b da urlo a Lampedusa e fermava gli sbarchi nella casa del Grande fratello VIP. Ovvio che è tutto un magna magna. In un paese normale ha ragione Striscia la notizia, ci vorrebbe la pena di morte per tutti i pedofili che vengono qui a stuprarci i vivisettori invece di aiutarli a casa loro. La gente è stufa, noi poveri italiani non arriviamo a fine mese. Capito, mamma? Finale, la macchina la prendiamo noi.»

 

 

«Va bene.»
Usciamo.

 

«A BORDO, RAPIDI» ulula Ario, scattando verso la macchina «L’incantesimo dura trenta secondi, poi le si resetta il cervello!»

Ci scaraventiamo dentro la 127. Il motore sussulta e muore. Ario guarda la luce sul tettuccio, prova a farla scattare. Per un istante manda un lampo fioco, poi sfuma nel nulla: «Cristo, s’è di nuovo cazzuolata la faccia per quello del banco macelleria» geme «scendere e spingere!»

Spingiamo per tre metri, quando sentiamo lo scatto metallico del cancelletto alle nostre spalle e lo sciabattare della madre: «Ario! Ho pensato
«E GIA’ SBAGLIAMO MALE» replica il figlio a denti stretti, premendo l’acceleratore freneticamente. La 127 sussulta. Spingiamo più in fretta.
«…numerologa per me è importante, quindi immigrati o no-
Sussulto maggiore. La madre esce dal vialetto. Spingiamo con tutte le forze che abbiamo, l’incrocio del vicolo a dieci metri.
«…vete lasciarmela. Ario! Ragazzi! Avete capito?»
«Non sento bene, il frastuono dei cavalli vapore della fuoriserie copre tutto» grida Ario «E voi spingete, cazzo, ne va della mia già improbabile eredità.»

La 127 si avvia. Saltiamo dentro alla disperata, uno sopra l’altro, di traverso tra i sedili, botte e vaffanculi, mentre la madre diventa piccola nel retrovisore, straziante rivisitazione di Mestre, città verta. Entriamo nel terraglio alle 19.30, mezz’ora dopo la spia della riserva lampeggia bestemmie in codice morse. Entriamo in una laterale coi vapori della benzina. Siamo nel posto e nel giorno ideale per fare quello che ci serve, ma dobbiamo aspettare almeno l’una. A piedi raggiungiamo due case, una chiesa e un’osteria che qualcuno ha coraggiosamente chiamato paese. Compriamo due panini e una coca da spartirci in quattro, grattiamo dai cestini del pane il restante, chiacchieriamo fuori fumando Lucky strike.

«Tua madre non sa che hai mollato scuola?» domanda Atza, togliendo la crosta alla fetta di pane.
«Chiaro, altrimenti mi gioco la paghetta. Poi non voglio deluderla, già sta un giorno sì e uno no a ripetere namiore ganchiore con la vicina.»
«E cosa sarebbe namiore gan gin…?»
«È una supplica agli dèi dei bastoncini di incenso. Fa ‘ste Buddhanate perché il Dio tradizionale non la fa scopare; devi chiedere a chi fornisce con maggiore probabilità» spiega Ario «Nell’attesa il signor Ganchiore mandi un trombante lei si sollazza col micio, trinca mezzo litro di acqua magica omeopatica corretta Minias, due polpette macrobiotiche anticancro e via di maratona de La vita in diretta stirando mutande. Chi l’ammazza a lei? Mettiamoci al lavoro, va’.»

Torniamo alla macchina. Io e Atza studiamo le auto parcheggiate a caccia delle Panda, delle 600 e di tutte quelle sprovviste di serratura al serbatoio. Ario ci segue con tanica e tubo di plastica, un mozzicone di un metro ottenuto tagliando la pompa d’acqua della vicina. Luca tiene gli occhi sui palazzi e la strada. Fila incredibilmente tutto liscio; ripartiamo a serbatoio pieno e arriviamo ad Astorzi all’una di notte.

Nessuna persona, nessuna macchina, solo il frinire dei grilli. Le portiere della 127 che si chiudono rimbombano come un petardo in obitorio. Fa caldo. L’umidità crea una nebbiolina spettrale.

«Senti che pace» mormoro.
«Senti che palle gonfie» geme Ario, afferrandosi il pacco e scrollandolo «Mi avete fatto mancare la sega del pomeriggio, fatto gravissimo. Dov’è ‘sto collegio?»
«Bisogna fare una discesa a piedi perché ci sono le colonnine, con le macchine non passi» fa Luca, incamminandosi «Poi gli giriamo attorno.»
Lo seguiamo in silenzio osservando le vecchie case da contadini.

«Ma ci vive qualcuno, in ‘sto mortorio?» domando.
«Parlate piano» sussurra Luca.
«No, Nebo, nessuno ci vive, è tipo la giostra dei pirati a Gardaland» sussurra Ario.
«No-no-no, ferma tutto» interrompe Atza allungando la mano «Semmai sono I corsari, di Gardaland.»
«E cosa cambia?»
«Cambia eccome. Jason Montague è un corsaro, non un pirata. Burbero, sì, ma alla fine è buono.»
Sguardi interrogativi: «Chi?»
«Jason Montague. Mi fate incazzare se parlate senza sapere le cose. Non avete visto la scena della taverna? È lui che salva la cameriera.»
«Atza, noi parliamo della giostra.» faccio con un filo di voce.
«Sì. I corsari. Conosco a memoria tutta la trama, i personaggi, i dialoghi. Ci vado ogni estate fin da quando l’hanno aperta, nel ’91. Non faccio nessun’altra attrazione. Entro alle 10 di mattina, esco dopo l’ultimo giro alle 22 la sera, per un totale di 74 giri da 9 minuti. Sarebbero 80, ma ne tolgono 6 per la pausa pranzo. Escludendo quest’anno che ancora non ci sono andato, ho fatto I Corsari… quattrocentoquarantaquattro volte. E voi nemmeno sapete che ha una trama?» sibila come un serpente.

 

«Non lo sapete!» insiste a occhi sbarrati «Cioé, per voi è solo u-un… un trenino?»
«Ringrazia che non c’è una donna ad ascoltare questa roba» fa Luca, scuotendo la testa.
«Avete a disposizione un’esperienza di vita e la vivete come… come se fosse la brucomela?! Che razza di idioti superficiali siete?! Almeno i dialoghi…»
«Ma quali dialoghi?!» esplodo nel silenzio «Il pappagallo demmerda con la vocetta stridula che gracchia è meglio che torrrniate indietrrrro!?»

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

 

 

È meglio che torrrniate indietro!

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

Il riverbero della mia voce si spegne contro qualche parete lontana, lasciandoci ad ascoltare solo il nostro respiro. È tutto immobile, qui. Non si sente un televisore, un russare, un adolescente che bercia, un motorino, un cane che abbaia. Niente. Solo case chiuse, tanto ordine e pulizia. Non una cartaccia, o un manifesto, o una tag.

«Mi sono venuti i brividi al buco del culo, piantala» mormora Ario, riprendendo a camminare.

Arriviamo al collegio. È diviso da una strada. Da un lato, un vecchio edificio neoclassico a cinque piani dall’aria malmessa, ma che conserva una sua austerità grazie alle grate alle finestre in ferro battuto e il portone, entrambi in ottime condizioni. Più avanti c’è l’ingresso alla piazzola centrale, che forse porta a un cortile. È sbarrato da un cancello a due ante in ferro, alto due metri e che termina sotto una volta di pietra su cui troneggia il nome dell’istituto. Dall’altra parte della strada invece c’è un giardino con sentieri di ghiaia, aiuole curate come fossimo nel 1700, statue di cemento sbranate dalle intemperie e coperte di muschio; una fontana che non vede acqua da parecchi anni e un altarino. Il solo modo di entrare sarebbe forzare il portone, ma è troppo esposto.

«Nebo, a te interessa la storia dei Corsari?»
Gli ansimo una bestemmia nell’orecchio.

In silenzio, passiamo oltre. Il collegio confina a est con una vecchia casa contadina male in arnese, anche lei con un giardino protetto da una siepe. A ovest, un villone da miliardari che sorge su una collina protetta da una murata di tre metri abbondanti. Decidiamo per la casa contadina. Attenti che non ci sia nessuno attorno, scavalchiamo il cancelletto e finiamo in un giardino trascurato, tra erbacce, mucchi di foglie secche dell’autunno precedente, sterpaglie e ramoscelli. C’è un rastrello arrugginito di fianco, come se l’autore del mucchio avesse abbandonato il lavoro e nessuno l’avesse mai più ripreso. Camminiamo sulle piastrelle di ghiaia cementata fino alla siepe che confina con il collegio. In mezzo c’è una rete, e non abbiamo tenaglie. Cercando di non fare rumore la spostiamo per vedere meglio.

«Vabbè, ma dopo ci terrei tanto a raccontarvela.»
Luca gli tira un coppino che schiocca come un colpo di frusta.

Avevamo indovinato. Oltre il cancello del palazzone c’è un cortile con una fontana, questa volta in funzione. C’è anche un altro edificio più piccolo, tre piani e soffitta. Dalla strada non si vedeva. A 18 anni riconosci le aule scolastiche con un colpo d’occhio. Deduciamo che quello grosso devono essere le camere da letto per allievi e insegnanti, sala da pranzo, aule computer e roba simile. Quello piccolo serve per le lezioni standard. Restiamo a guardare attenti a cogliere una luce, un rumore, un minimo movimento. Nulla. Le finestre sono tutte chiuse. Torniamo indietro, scavalchiamo il cancello e ci incamminiamo verso la macchina. Tranne Ario, domani abbiamo tutti scuola. Dovremo fare un dritto, ma non è la prima volta – e almeno questo giro non siamo sbronzi o drogati.

È quando arriviamo alla macchina che realizziamo il primo, vero, problema.
La 127 non c’è più.
[continua]

 

01. La chiamata dell’eroe

Mestre, laterale del terraglio. Qui, dove le strade non hanno nome, tra asfalto vecchio, siringhe e preservativi, di domenica riposano i sogni del paese reale. Quelli degli adulti, partiti per cambiare il mondo e finiti a cambiare canale, e quelli dei ragazzini partiti per combattere il sistema e finiti a combattere le proprie tossicodipendenze. È uno di quei giorni in periferia, quando il rintocco delle campane in lontananza e l’abbaiare annoiato dei cani ti ficcano il gelo e la miseria nelle ossa anche se è luglio. Le strade, costruite ottimisticamente larghe, non si sono mai riempite. Ci siamo solo noi. È il 1998. Siamo seduti sulla scalinata di uno dei tanti condomini tirati su nel ’60 a sputo e cemento.

«È un rischio calcolato.»
«Sì, ma qui se sommiamo i voti in matematica di tutti non facciamo la sufficienza.»
«Era un modo di dire.»
«Parlate, parlate, e intanto anche stanotte Antosha sta vuota» fa Ario, fissando l’orizzonte.

Antosha batteva sul terraglio. Dell’est, pressoché nostra coetanea, la pelle bianca come la neve, nessuno di noi ricordava con precisione che faccia avesse, perché il suo carisma strabordava da un reggiseno che a stento conteneva ciò di cui sono fatti i sogni.

Fantasticavamo tutti di riuscire a farci un giro, ma data la sua età costava la spropositata somma di 50,000 lire a cranio e noi eravamo in quattro. Anche grattando dai cappotti e dai portafogli dei genitori facevamo 20,000 lire a settimana, il minimo necessario per finanziare birra, droga, sfide a Point Blank e miscela per il motorino. 200,000 lire, per noi appena maggiorenni, erano come milioni.

«Facciamolo e basta» dice Atza, alzandosi in piedi «Entriamo, usciamo. Liscio.»
«Sembra la telecronaca dalle docce del carcere» sospira Luca.
«Ma basta» fa Ario, alzandosi in piedi «Solo io, qui, ho sangue nelle vene? Ghesboro, ormai siamo maggiorenni, abbiamo dei doveri: la distruzione di Antosha è tra questi.»

Si era parlato di un rappresentante.
Fare colletta, mandare uno a trombare la divina e poi farsi raccontare tutto nei minimi dettagli. Si era quindi passati al doversi misurare la propria dotazione per capire chi fosse il più meritorio. Abbassarsi i pantaloni in quattro e guardarci le nostre estremità a vicenda, però, era cosa troppo sfigata. Avevamo quindi deciso di chiedere un’opinione a Laura, che reputavamo un maschio come noi ma era ufficialmente femmina e ciò salvava il nostro onore. Atza però aveva mandato tutto a rotoli perché dal cancelletto ebbe la geniale idea di gridare alla finestra aperta “Lauraaaaa puoi venire un attimo a misurarci il cazzoooo” e il padre era uscito armato e pericoloso.

«Questa è l’Italia, signori» allarga le braccia Ario «Un paese dove dei giovani volenterosi, gagliardi, sono costretti a delinquere per poter fare il loro dovere. Andiamo avanti così. Vabbè, scippetto?»
«Ma quando mai?!?» sbotto.
«Dai, ci facciamo una vecchia, magari stiamo attenti a non strapazzarla e siamo a posto.»
«Pieno così di vecchie con 200,000 lire in borsa» fa Luca.
«Beh, ce ne facciamo tante.»
«Quante?»
«Non so. A pensarci, se m’avessero insegnato matematica così adesso sarei ancora che studio. Ogni vecchia ha una borsa con 30,000 lire e un portapillole d’argento che ne vale 60,000. Se il ricettatore prende metà del guadagno e Antosha per aprire le gambe ne vuole 50,000, quante vecchie deve scippare Ario? Altro che the apple is on the cat in the table.»


«Niente. Vecchie» scandisco.
«E allora si torna al piano originale, ma nessuno ha esperienza» fa Atza.
«Mmmmnon è proprio così» fa Ario, fissandomi.
Teste si voltano.

Oggi forzare una serratura richiede talento e attrezzature costosissime. Nel 1998 però si potevano ancora usare gli arnesi da scasso artigianali, detti tensore e spiedini. Per costruirli si rubano i tergicristalli dalle macchine, si sfila la linguetta d’alluminio all’interno e la si leviga con una lima. Poi fai pratica. Devi imparare la vibrazione dei pistoni all’interno e ascoltare la serratura. Inizi esercitandoti coi lucchetti, poi con la serratura di casa, poi con la serratura del vicino. Il problema è l’allarme. Se la casa è una villa, o un appartamento chic, c’è la possibilità sia collegato a un servizio di vigilanza privato, composto da gente ansiosa di poter sparare a qualcuno. Se la casa è più umile, l’allarme potrebbe suonare nell’indifferenza generale. Ma rubare con l’allarme che va ha il difetto di metterti premura, assordarti e non farti sentire quei suoni che una casa ti racconta. Tipo la porta alle tue spalle che si apre.

«Nebo?» fa Luca, la faccia di chi ha sentito odore di bruciato.
«Sssì bè è una storia lunga.»
«E romantica» sogghigna Ario.
«Sia come sia, non si va a caso. Serve la dritta. E il ricettatore.»
«Cioè…?»

Cioè devi sapere prima se in una casa c’è qualcosa di valore, o sei come quei mentecatti che rapinano gente per strada e finiscono in galera per venti euro e un telefonino scassato. Le dritte sulle case te le danno il personale di servizio, i vicini di casa e condominio, gli operai che lavorano sulle impalcature, i tecnici della caldaia, idraulici ed elettricisti piccoli; insomma, quei mestieri che impari in galera per riabilitarti.

Altra cosa fondamentale è il ricettatore.

«Vabbè come ricettatore c’è il padre di Taglia, problemi zero» fa Ario «Adesso fa il rigattiere, ma ha un robusto curriculum di furti, rapine, scippi. Poi è stato dentro qualche anno e ora ha imparato che se vuoi girare in Mercedes un minimo di copertura ti serve.»
«Quindi è controllato» sospiro.

Non puoi fare come gli slavi che vanno dai gioiellieri (oggi dai compro oro), perché è il primo posto dove vanno a cercare. Non puoi nemmeno tenerti la roba sperando un giorno di venderla. Devi consegnarla entro poche ore, perché appena hai preso in mano roba altrui, da qualche parte un poliziotto o un Carabiniere stanno pensando al tuo nome. La Gioconda era un quadro che non si filava nessuno, poi un babbeo l’ha rubata e se l’è tenuta in casa per mesi. L’hanno blindato, la Gioconda è tornata al Louvre e ora milioni di persone s’ammazzano per starci davanti. Il quadro più famoso dell’umanità ha dovuto essere rubato per essere eterno.
Mi ha sempre fatto pensare.

«Nebo noi dobbiamo fare su 200,000 lire, no Houdini che svaligia la banca d’Inghilterra. E poi siamo tutti più o meno incensurati. Dunque entriamo in un posto X, arraffiamo quel che capita e via dal Taglia» fa Ario.
«Ciao Taglia, ho questo prestigioso frullatore degli anni ’80 che funziona a carbone, coprimi d’oro» dice Luca.
«Taglia ecco questi deliziosi quadri dipinti da una commessa in crisi di mezza età, mi raccomando i milioni li voglio in tagli piccoli» fa Atza.
«Taglia qui ho un ironico portaombrelli a forma di cazzo, dammi direttamente le chiavi del BMW.»
«Tanto non abbiamo la dritta, stiamo parlando di niente.»

Silenzio.

«Stiamo parlando solo di case perché?» fa Luca.
«Sono meno blindate. Altrimenti vai di zingara. Cassette delle offerte, distributori di gomme, rame…»
«Ma un collegio?»

«Un…?»
«Ad Astorzi di Boion, un paesino. C’è un collegio. Ci andavano i figli dei ricchi negli anni ’80, quest’anno ha chiuso per sempre. Ma c’è ancora la roba dentro, credo, e non me li vedo a traslocare d’estate.»
«Dunque tutto il ciarpame sciccoso è ancora al suo interno» fa Ario, grattandosi il mento «Mobilio di pregio, argenti, cose gay rivendibilissime. FIOI, BOMBA. Nebo?»

«Che sia distante da qui sarebbe anche un vantaggio» ammetto «Quanto?»
«Quaranta minuti, un’ora coi Fifty.»
«Signori, fuori i risparmi» fa Ario, tendendo la mano «Colletta benza per la fidata 127, scatta il sopralluogo.»
Totalizziamo 9,850 lire.
Ario stringe i soldi nel pugno: «Dio! L’eccitazione dell’avventura manigolda preme, la sentite anche voi, no?»
«Seeee.»
«Seee.»
«Andiamo, andiamo!» ringhia a denti stretti, facendoci alzare a pacche «Palle vuote o galera! Sarà come una di quelle storie di grappa e spada, dov
«Cappa e spada.»
«…dove gli eroi assaltano il castello per rubare il manufatto e liberare la principessa dal sortilegio. CAZZO! Cosa può andare storto?»

Tutto. Ma sono passati oltre 15 anni, i reati sono in prescrizione.
Andiamo a incominciare.
[continua]

Se questo è un biomaschio

Di recente Facebook ha implementato la possibilità di modificare il proprio sesso. Oltre a maschio e femmina, aveva aggiunto 50 opzioni. C’è stata un’insurrezione popolare, così le opzioni sono rapidamente diventate 71. Essendo io nato maschio con aggravante etero (che nella neolingua si pronuncia biomaschio, o cisgender) ho sempre pensato si potesse nascere maschi o femmine, e che ti potessero piacere maschi o femmine. Che c’era di complicato?

Oggi i miei amici, quando in Internet parlano al plurale, scrivono “ragazz*” con l’asterisco alla fine, perché se uno legge “tutti” ed è una donna, si sente escluso.

Non ho mai visto niente di tanto ritardato sullo schermo. Niente. Nemmeno quelli incapaci di tirarsi una secchiata d’acqua arrivavano a tanto. Cazzo, ora che ci penso nemmeno Vanessa che pensava fosse la Rice bucket challenge, arrivava a tanto. Il nuovo Blade runner dovrebbe avere come teaser trailer uno che entra in un ufficio, dice “buongiorno a tutti” e in un angolo una tizia scoppia a piangere.

Eppure è considerato un grande passo avanti. Nell’articolo, l’intervistat* dichiara che per la prima volta può andare in un sito e dire alla gente qual è il suo gender. Ma perché comunicare alla gente le proprie abitudini sessuali è così importante? Perché oggi uno deve dirmi “ciao, mi piace vestirmi da volpe e farmi sodomizzare da un nano ermafrodita”? Sembri Bran quando dice di essere il corvo a tre occhi, cazzo.

«Ciao, io sono Nebo.»
«Ciao, sono un* trans nonbinary queer lesbian transformer megatron.»

Però sapete cosa, ho 37 anni. Il mondo cambia, è interessante scoprire come. Ho così deciso di informarmi recandomi in una comunità LGBT (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Entro, domando se sono nel posto giusto e uno si mette a urlare che avevo urtato la sua sensibilità: la sigla giusta è LGBTQIA (lesbian, gay, trans, queer, intersex e asexual). Il tizio non aveva ancora finito di insultarmi che dalla stanza di fianco sono fuoriusciti altri tizi indignati perché aveva emarginato delle categorie. La sigla giusta è lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, questioning, intersex, intergender, asexual, allied, pansexual: in una parola, LGBTQQIIAAP. Me la stavo segnando sul taccuino quando una porta s’è spalancata e sono entrati due indiani Navajo qualificandosi come Two-Spirit: persone di etnia diversa da quella bianca che esigono una categoria tutta loro in segno di rispetto. La sigla è subito diventata LGBTQQIAAPP+2S.

In inglese si pronuncia El gi bi ti chiu chiu i ei ei pi pi plus two es.
Servono tre secondi e mezzo solo per pronunciarlo.

Si parte con l’agender, uno che si ribella all’ordine costituito autoassegnandosi gli stessi attributi sessuali di Ken. Poi c’è l’androgino, tipo Justin Bieber. Il bigender, uno sia maschio che femmina tipo i dinosauri di Jurassic park. Entriamo poi nella categoria cis, ossia gente sana di men a proprio agio con la propria sessualità. Si dice cisgender perché viviamo in un mondo in cui il panino è finger food, lo zoo è il bioparco, il magazziniere è lo storeroom manager, e nei menu un hamburger ha il cheddar, il bacon, gli onion ring.

Poi c’è Gender fluid, il tizio che avete conosciuto alla festa e a quella dopo si presenta vestito da donna e pretende di essere chiamato Cristina perché quella sera si sente femmina. C’è il gender nonconforming, uno che si ribella alle definizioni dei ribelli e sceglie di avere un genere sessuale non conforme a nessuna regola.

Qualsiasi cosa significhi.

Tipo così, immagino.

Ecco poi il gender questioning, uno che passa molto tempo a domandarsi se gli piacciono gli uomini, le donne o gli animatroni del villaggio dei pirati a Gardaland. Il gender variant, che vorrebbe essere qualcosa che la società gli impedisce di essere, qualsiasi cosa sia, incluso un elicottero militare. Il genderqueer invece non accetta che al mondo si possa nascere solo col pene o con la vagina: una battaglia sacrosanta. Il non-binary è la stessa cosa del bisex, ma più intellettuale. Il pangender invece si sente sia maschio che femmina, ma in percentuali variabili. Tipo 60% maschio e 40% femmina, che esce in base a quanto hai voglia di rovinare la festa universitaria agli altri. I trans invece hanno centinaia di sottogruppi, ognuno dei quali merita rispetto. All’università di Oxford è vietato rivolgersi al maschile o al femminile: al posto di “she” o “he” bisogna usare “ze”, termine neutro della neolingua per non offendere i trans.

A questo punto ho capito di essere vecchio e destinato all’estinzione. Vengo da un mondo in cui i rapporti interpersonali erano più semplici. Ti vedevi, ti conoscevi, ti piacevi, scopavi. Oggi mi trovo a non avere le competenze necessarie per rivolgere la parola a qualcun*. Mia madre mi aveva insegnato ad alzarmi quando entra una signora, ad aprirle la porta, a dare del lei, a regalare fiori, ad attaccare discorso per primo, ad annodarmi la cravatta. Tutta roba oggi vietatissima. Regalare fiori a una donna è considerato molestia. Anche aprirle la porta. Persino se mi metto la cravatta sono sessista. La verità è che non capisco un mondo dove per calcolare equazioni basta premere un tasto mentre per capire se possiamo innamorarci prima devo laurearmi e prendere un master.

 

Uno studente mostra con orgoglio il prestigioso master,
ottenuto all’Università di Pavia.

 

Mi trovo a empatizzare coi millennials che invece di scopare preferiscono stare a casa a guardare serie TV e schiantarsi di psicofarmaci. Chi te lo fa fare, a interagire con qualcuno senza prima aver verificato il suo gender sui social? Che ne sai se in quel momento si sente più Clara o più Francesco? Sbagli un pronome e sei fottuto. Ti screenshottano e il giorno dopo vieni licenziato. O magari quello ti accusa di molestie.

Inoltre, secondo Tom Ford, ogni uomo dovrebbe farsi penetrare almeno una volta per capire meglio le donne. Ma per la madonna, adesso non bastano più le sei ore davanti ai camerini, i pianti da sindrome premestruale, il mestruorage, le tendine coi fiorellini e il tappeto della camera che richiama il quadro della testiera del letto?! Non bastano i “dobbiamo parlare”, i silenzi passivo aggressivi, i “cos’hai niente”?! Devo pure prenderlo nel culo?!

Calma.

Forse hanno ragione i miei amici nella moda a dire che il biomaschio è destinato a diventare minoranza e poi a estinguersi in favore di una sessualità fluida e intercambiabile. Il Time ha dedicato una copertina, a ‘sti gender. In giro per il mondo, le cose stanno cambiando parecchio: a otto anni del sesso mio o altrui manco ci pensavo, l’unica cosa che volevo a ogni costo era lui.

Oggi, alla stessa età, Lactatia è una transgender canadese.
In Svezia, sullo stesso discorso, fanno dei talent seguitissimi.

 

Quindi boh. Staremo a vedere. Ultimamente ho la sensazione di guardare gente di ogni tipo appiccicare manifesti diversi sopra un solo monolite che nessuno sembra voler vedere, ma che li unisce tutti. Cosa sia, ancora non lo so.