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02. Un paese tranquillo

Siamo nel salotto di Ario. Pareti spatolate, copridivani mai tolti, centrino di pizzo sul tavolo da pranzo. La foto di un uomo elegante dentro quelle cornicette d’argento riservate ai parenti morti, abbastanza piccole da non farti nostalgia e abbastanza grandi da non farti sentire in colpa per averli scordati. Statuine di gatti. Uno vero mi passa tra le gambe. C’è odore di fritto e Lisoform. Lei è pasciuta, sulla cinquantina, capelli grossi color topovolpe, vestito a fiori e Birkenstock: «Assolutamente no, ragazzi. Mi dispiace ma la macchina serve a me. Ho l’appuntamento con la numerologa.»
«Mamma, te l’ho detto che quella roba non funziona.»
«E quella volta che mi ha fatto vincere 300,000 lire al bingo, allora!?»
«È un caso. Ce l’ha detto la professoressa di matematica, vero o no? Rispondete, negri.»

«Sìsìsì» annuisco.
«L’ha detto, infatti» fa Atza «Sempre, lo dice.»
«Mmmmszwsssìh» fa Luca, guardando per terra.

«Vedi?» fa Ario «La numerologia è una cosa che si sono inventate le multinazionali che fanno il signoraggio bancario sugli immigrati che ti vaccinano contro il lavoro islamico. E poi finisce agli zingari, che rubano i bambini di rame e li rivendono ai terroni. Vero che lo dice?»
«Tanto» annuisco.
«Vedi! L’ha detto anche Barbara D’Urso quando è andata dalla Parodi sull’Isola dei famosi, c’era anche un lato b da urlo a Lampedusa e fermava gli sbarchi nella casa del Grande fratello VIP. Ovvio che è tutto un magna magna. In un paese normale ha ragione Striscia la notizia, ci vorrebbe la pena di morte per tutti i pedofili che vengono qui a stuprarci i vivisettori invece di aiutarli a casa loro. La gente è stufa, noi poveri italiani non arriviamo a fine mese. Capito, mamma? Finale, la macchina la prendiamo noi.»

 

 

«Va bene.»
Usciamo.

 

«A BORDO, RAPIDI» ulula Ario, scattando verso la macchina «L’incantesimo dura trenta secondi, poi le si resetta il cervello!»

Ci scaraventiamo dentro la 127. Il motore sussulta e muore. Ario guarda la luce sul tettuccio, prova a farla scattare. Per un istante manda un lampo fioco, poi sfuma nel nulla: «Cristo, s’è di nuovo cazzuolata la faccia per quello del banco macelleria» geme «scendere e spingere!»

Spingiamo per tre metri, quando sentiamo lo scatto metallico del cancelletto alle nostre spalle e lo sciabattare della madre: «Ario! Ho pensato
«E GIA’ SBAGLIAMO MALE» replica il figlio a denti stretti, premendo l’acceleratore freneticamente. La 127 sussulta. Spingiamo più in fretta.
«…numerologa per me è importante, quindi immigrati o no-
Sussulto maggiore. La madre esce dal vialetto. Spingiamo con tutte le forze che abbiamo, l’incrocio del vicolo a dieci metri.
«…vete lasciarmela. Ario! Ragazzi! Avete capito?»
«Non sento bene, il frastuono dei cavalli vapore della fuoriserie copre tutto» grida Ario «E voi spingete, cazzo, ne va della mia già improbabile eredità.»

La 127 si avvia. Saltiamo dentro alla disperata, uno sopra l’altro, di traverso tra i sedili, botte e vaffanculi, mentre la madre diventa piccola nel retrovisore, straziante rivisitazione di Mestre, città verta. Entriamo nel terraglio alle 19.30, mezz’ora dopo la spia della riserva lampeggia bestemmie in codice morse. Entriamo in una laterale coi vapori della benzina. Siamo nel posto e nel giorno ideale per fare quello che ci serve, ma dobbiamo aspettare almeno l’una. A piedi raggiungiamo due case, una chiesa e un’osteria che qualcuno ha coraggiosamente chiamato paese. Compriamo due panini e una coca da spartirci in quattro, grattiamo dai cestini del pane il restante, chiacchieriamo fuori fumando Lucky strike.

«Tua madre non sa che hai mollato scuola?» domanda Atza, togliendo la crosta alla fetta di pane.
«Chiaro, altrimenti mi gioco la paghetta. Poi non voglio deluderla, già sta un giorno sì e uno no a ripetere namiore ganchiore con la vicina.»
«E cosa sarebbe namiore gan gin…?»
«È una supplica agli dèi dei bastoncini di incenso. Fa ‘ste Buddhanate perché il Dio tradizionale non la fa scopare; devi chiedere a chi fornisce con maggiore probabilità» spiega Ario «Nell’attesa il signor Ganchiore mandi un trombante lei si sollazza col micio, trinca mezzo litro di acqua magica omeopatica corretta Minias, due polpette macrobiotiche anticancro e via di maratona de La vita in diretta stirando mutande. Chi l’ammazza a lei? Mettiamoci al lavoro, va’.»

Torniamo alla macchina. Io e Atza studiamo le auto parcheggiate a caccia delle Panda, delle 600 e di tutte quelle sprovviste di serratura al serbatoio. Ario ci segue con tanica e tubo di plastica, un mozzicone di un metro ottenuto tagliando la pompa d’acqua della vicina. Luca tiene gli occhi sui palazzi e la strada. Fila incredibilmente tutto liscio; ripartiamo a serbatoio pieno e arriviamo ad Astorzi all’una di notte.

Nessuna persona, nessuna macchina, solo il frinire dei grilli. Le portiere della 127 che si chiudono rimbombano come un petardo in obitorio. Fa caldo. L’umidità crea una nebbiolina spettrale.

«Senti che pace» mormoro.
«Senti che palle gonfie» geme Ario, afferrandosi il pacco e scrollandolo «Mi avete fatto mancare la sega del pomeriggio, fatto gravissimo. Dov’è ‘sto collegio?»
«Bisogna fare una discesa a piedi perché ci sono le colonnine, con le macchine non passi» fa Luca, incamminandosi «Poi gli giriamo attorno.»
Lo seguiamo in silenzio osservando le vecchie case da contadini.

«Ma ci vive qualcuno, in ‘sto mortorio?» domando.
«Parlate piano» sussurra Luca.
«No, Nebo, nessuno ci vive, è tipo la giostra dei pirati a Gardaland» sussurra Ario.
«No-no-no, ferma tutto» interrompe Atza allungando la mano «Semmai sono I corsari, di Gardaland.»
«E cosa cambia?»
«Cambia eccome. Jason Montague è un corsaro, non un pirata. Burbero, sì, ma alla fine è buono.»
Sguardi interrogativi: «Chi?»
«Jason Montague. Mi fate incazzare se parlate senza sapere le cose. Non avete visto la scena della taverna? È lui che salva la cameriera.»
«Atza, noi parliamo della giostra.» faccio con un filo di voce.
«Sì. I corsari. Conosco a memoria tutta la trama, i personaggi, i dialoghi. Ci vado ogni estate fin da quando l’hanno aperta, nel ’91. Non faccio nessun’altra attrazione. Entro alle 10 di mattina, esco dopo l’ultimo giro alle 22 la sera, per un totale di 74 giri da 9 minuti. Sarebbero 80, ma ne tolgono 6 per la pausa pranzo. Escludendo quest’anno che ancora non ci sono andato, ho fatto I Corsari… quattrocentoquarantaquattro volte. E voi nemmeno sapete che ha una trama?» sibila come un serpente.

 

«Non lo sapete!» insiste a occhi sbarrati «Cioé, per voi è solo u-un… un trenino?»
«Ringrazia che non c’è una donna ad ascoltare questa roba» fa Luca, scuotendo la testa.
«Avete a disposizione un’esperienza di vita e la vivete come… come se fosse la brucomela?! Che razza di idioti superficiali siete?! Almeno i dialoghi…»
«Ma quali dialoghi?!» esplodo nel silenzio «Il pappagallo demmerda con la vocetta stridula che gracchia è meglio che torrrniate indietrrrro!?»

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

 

 

È meglio che torrrniate indietro!

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

Il riverbero della mia voce si spegne contro qualche parete lontana, lasciandoci ad ascoltare solo il nostro respiro. È tutto immobile, qui. Non si sente un televisore, un russare, un adolescente che bercia, un motorino, un cane che abbaia. Niente. Solo case chiuse, tanto ordine e pulizia. Non una cartaccia, o un manifesto, o una tag.

«Mi sono venuti i brividi al buco del culo, piantala» mormora Ario, riprendendo a camminare.

Arriviamo al collegio. È diviso da una strada. Da un lato, un vecchio edificio neoclassico a cinque piani dall’aria malmessa, ma che conserva una sua austerità grazie alle grate alle finestre in ferro battuto e il portone, entrambi in ottime condizioni. Più avanti c’è l’ingresso alla piazzola centrale, che forse porta a un cortile. È sbarrato da un cancello a due ante in ferro, alto due metri e che termina sotto una volta di pietra su cui troneggia il nome dell’istituto. Dall’altra parte della strada invece c’è un giardino con sentieri di ghiaia, aiuole curate come fossimo nel 1700, statue di cemento sbranate dalle intemperie e coperte di muschio; una fontana che non vede acqua da parecchi anni e un altarino. Il solo modo di entrare sarebbe forzare il portone, ma è troppo esposto.

«Nebo, a te interessa la storia dei Corsari?»
Gli ansimo una bestemmia nell’orecchio.

In silenzio, passiamo oltre. Il collegio confina a est con una vecchia casa contadina male in arnese, anche lei con un giardino protetto da una siepe. A ovest, un villone da miliardari che sorge su una collina protetta da una murata di tre metri abbondanti. Decidiamo per la casa contadina. Attenti che non ci sia nessuno attorno, scavalchiamo il cancelletto e finiamo in un giardino trascurato, tra erbacce, mucchi di foglie secche dell’autunno precedente, sterpaglie e ramoscelli. C’è un rastrello arrugginito di fianco, come se l’autore del mucchio avesse abbandonato il lavoro e nessuno l’avesse mai più ripreso. Camminiamo sulle piastrelle di ghiaia cementata fino alla siepe che confina con il collegio. In mezzo c’è una rete, e non abbiamo tenaglie. Cercando di non fare rumore la spostiamo per vedere meglio.

«Vabbè, ma dopo ci terrei tanto a raccontarvela.»
Luca gli tira un coppino che schiocca come un colpo di frusta.

Avevamo indovinato. Oltre il cancello del palazzone c’è un cortile con una fontana, questa volta in funzione. C’è anche un altro edificio più piccolo, tre piani e soffitta. Dalla strada non si vedeva. A 18 anni riconosci le aule scolastiche con un colpo d’occhio. Deduciamo che quello grosso devono essere le camere da letto per allievi e insegnanti, sala da pranzo, aule computer e roba simile. Quello piccolo serve per le lezioni standard. Restiamo a guardare attenti a cogliere una luce, un rumore, un minimo movimento. Nulla. Le finestre sono tutte chiuse. Torniamo indietro, scavalchiamo il cancello e ci incamminiamo verso la macchina. Tranne Ario, domani abbiamo tutti scuola. Dovremo fare un dritto, ma non è la prima volta – e almeno questo giro non siamo sbronzi o drogati.

È quando arriviamo alla macchina che realizziamo il primo, vero, problema.
La 127 non c’è più.
[continua]

 

01. La chiamata dell’eroe

Mestre, laterale del terraglio. Qui, dove le strade non hanno nome, tra asfalto vecchio, siringhe e preservativi, di domenica riposano i sogni del paese reale. Quelli degli adulti, partiti per cambiare il mondo e finiti a cambiare canale, e quelli dei ragazzini partiti per combattere il sistema e finiti a combattere le proprie tossicodipendenze. È uno di quei giorni in periferia, quando il rintocco delle campane in lontananza e l’abbaiare annoiato dei cani ti ficcano il gelo e la miseria nelle ossa anche se è luglio. Le strade, costruite ottimisticamente larghe, non si sono mai riempite. Ci siamo solo noi. È il 1998. Siamo seduti sulla scalinata di uno dei tanti condomini tirati su nel ’60 a sputo e cemento.

«È un rischio calcolato.»
«Sì, ma qui se sommiamo i voti in matematica di tutti non facciamo la sufficienza.»
«Era un modo di dire.»
«Parlate, parlate, e intanto anche stanotte Antosha sta vuota» fa Ario, fissando l’orizzonte.

Antosha batteva sul terraglio. Dell’est, pressoché nostra coetanea, la pelle bianca come la neve, nessuno di noi ricordava con precisione che faccia avesse, perché il suo carisma strabordava da un reggiseno che a stento conteneva ciò di cui sono fatti i sogni.

Fantasticavamo tutti di riuscire a farci un giro, ma data la sua età costava la spropositata somma di 50,000 lire a cranio e noi eravamo in quattro. Anche grattando dai cappotti e dai portafogli dei genitori facevamo 20,000 lire a settimana, il minimo necessario per finanziare birra, droga, sfide a Point Blank e miscela per il motorino. 200,000 lire, per noi appena maggiorenni, erano come milioni.

«Facciamolo e basta» dice Atza, alzandosi in piedi «Entriamo, usciamo. Liscio.»
«Sembra la telecronaca dalle docce del carcere» sospira Luca.
«Ma basta» fa Ario, alzandosi in piedi «Solo io, qui, ho sangue nelle vene? Ghesboro, ormai siamo maggiorenni, abbiamo dei doveri: la distruzione di Antosha è tra questi.»

Si era parlato di un rappresentante.
Fare colletta, mandare uno a trombare la divina e poi farsi raccontare tutto nei minimi dettagli. Si era quindi passati al doversi misurare la propria dotazione per capire chi fosse il più meritorio. Abbassarsi i pantaloni in quattro e guardarci le nostre estremità a vicenda, però, era cosa troppo sfigata. Avevamo quindi deciso di chiedere un’opinione a Laura, che reputavamo un maschio come noi ma era ufficialmente femmina e ciò salvava il nostro onore. Atza però aveva mandato tutto a rotoli perché dal cancelletto ebbe la geniale idea di gridare alla finestra aperta “Lauraaaaa puoi venire un attimo a misurarci il cazzoooo” e il padre era uscito armato e pericoloso.

«Questa è l’Italia, signori» allarga le braccia Ario «Un paese dove dei giovani volenterosi, gagliardi, sono costretti a delinquere per poter fare il loro dovere. Andiamo avanti così. Vabbè, scippetto?»
«Ma quando mai?!?» sbotto.
«Dai, ci facciamo una vecchia, magari stiamo attenti a non strapazzarla e siamo a posto.»
«Pieno così di vecchie con 200,000 lire in borsa» fa Luca.
«Beh, ce ne facciamo tante.»
«Quante?»
«Non so. A pensarci, se m’avessero insegnato matematica così adesso sarei ancora che studio. Ogni vecchia ha una borsa con 30,000 lire e un portapillole d’argento che ne vale 60,000. Se il ricettatore prende metà del guadagno e Antosha per aprire le gambe ne vuole 50,000, quante vecchie deve scippare Ario? Altro che the apple is on the cat in the table.»


«Niente. Vecchie» scandisco.
«E allora si torna al piano originale, ma nessuno ha esperienza» fa Atza.
«Mmmmnon è proprio così» fa Ario, fissandomi.
Teste si voltano.

Oggi forzare una serratura richiede talento e attrezzature costosissime. Nel 1998 però si potevano ancora usare gli arnesi da scasso artigianali, detti tensore e spiedini. Per costruirli si rubano i tergicristalli dalle macchine, si sfila la linguetta d’alluminio all’interno e la si leviga con una lima. Poi fai pratica. Devi imparare la vibrazione dei pistoni all’interno e ascoltare la serratura. Inizi esercitandoti coi lucchetti, poi con la serratura di casa, poi con la serratura del vicino. Il problema è l’allarme. Se la casa è una villa, o un appartamento chic, c’è la possibilità sia collegato a un servizio di vigilanza privato, composto da gente ansiosa di poter sparare a qualcuno. Se la casa è più umile, l’allarme potrebbe suonare nell’indifferenza generale. Ma rubare con l’allarme che va ha il difetto di metterti premura, assordarti e non farti sentire quei suoni che una casa ti racconta. Tipo la porta alle tue spalle che si apre.

«Nebo?» fa Luca, la faccia di chi ha sentito odore di bruciato.
«Sssì bè è una storia lunga.»
«E romantica» sogghigna Ario.
«Sia come sia, non si va a caso. Serve la dritta. E il ricettatore.»
«Cioè…?»

Cioè devi sapere prima se in una casa c’è qualcosa di valore, o sei come quei mentecatti che rapinano gente per strada e finiscono in galera per venti euro e un telefonino scassato. Le dritte sulle case te le danno il personale di servizio, i vicini di casa e condominio, gli operai che lavorano sulle impalcature, i tecnici della caldaia, idraulici ed elettricisti piccoli; insomma, quei mestieri che impari in galera per riabilitarti.

Altra cosa fondamentale è il ricettatore.

«Vabbè come ricettatore c’è il padre di Taglia, problemi zero» fa Ario «Adesso fa il rigattiere, ma ha un robusto curriculum di furti, rapine, scippi. Poi è stato dentro qualche anno e ora ha imparato che se vuoi girare in Mercedes un minimo di copertura ti serve.»
«Quindi è controllato» sospiro.

Non puoi fare come gli slavi che vanno dai gioiellieri (oggi dai compro oro), perché è il primo posto dove vanno a cercare. Non puoi nemmeno tenerti la roba sperando un giorno di venderla. Devi consegnarla entro poche ore, perché appena hai preso in mano roba altrui, da qualche parte un poliziotto o un Carabiniere stanno pensando al tuo nome. La Gioconda era un quadro che non si filava nessuno, poi un babbeo l’ha rubata e se l’è tenuta in casa per mesi. L’hanno blindato, la Gioconda è tornata al Louvre e ora milioni di persone s’ammazzano per starci davanti. Il quadro più famoso dell’umanità ha dovuto essere rubato per essere eterno.
Mi ha sempre fatto pensare.

«Nebo noi dobbiamo fare su 200,000 lire, no Houdini che svaligia la banca d’Inghilterra. E poi siamo tutti più o meno incensurati. Dunque entriamo in un posto X, arraffiamo quel che capita e via dal Taglia» fa Ario.
«Ciao Taglia, ho questo prestigioso frullatore degli anni ’80 che funziona a carbone, coprimi d’oro» dice Luca.
«Taglia ecco questi deliziosi quadri dipinti da una commessa in crisi di mezza età, mi raccomando i milioni li voglio in tagli piccoli» fa Atza.
«Taglia qui ho un ironico portaombrelli a forma di cazzo, dammi direttamente le chiavi del BMW.»
«Tanto non abbiamo la dritta, stiamo parlando di niente.»

Silenzio.

«Stiamo parlando solo di case perché?» fa Luca.
«Sono meno blindate. Altrimenti vai di zingara. Cassette delle offerte, distributori di gomme, rame…»
«Ma un collegio?»

«Un…?»
«Ad Astorzi di Boion, un paesino. C’è un collegio. Ci andavano i figli dei ricchi negli anni ’80, quest’anno ha chiuso per sempre. Ma c’è ancora la roba dentro, credo, e non me li vedo a traslocare d’estate.»
«Dunque tutto il ciarpame sciccoso è ancora al suo interno» fa Ario, grattandosi il mento «Mobilio di pregio, argenti, cose gay rivendibilissime. FIOI, BOMBA. Nebo?»

«Che sia distante da qui sarebbe anche un vantaggio» ammetto «Quanto?»
«Quaranta minuti, un’ora coi Fifty.»
«Signori, fuori i risparmi» fa Ario, tendendo la mano «Colletta benza per la fidata 127, scatta il sopralluogo.»
Totalizziamo 9,850 lire.
Ario stringe i soldi nel pugno: «Dio! L’eccitazione dell’avventura manigolda preme, la sentite anche voi, no?»
«Seeee.»
«Seee.»
«Andiamo, andiamo!» ringhia a denti stretti, facendoci alzare a pacche «Palle vuote o galera! Sarà come una di quelle storie di grappa e spada, dov
«Cappa e spada.»
«…dove gli eroi assaltano il castello per rubare il manufatto e liberare la principessa dal sortilegio. CAZZO! Cosa può andare storto?»

Tutto. Ma sono passati oltre 15 anni, i reati sono in prescrizione.
Andiamo a incominciare.
[continua]

Se questo è un biomaschio

Di recente Facebook ha implementato la possibilità di modificare il proprio sesso. Oltre a maschio e femmina, aveva aggiunto 50 opzioni. C’è stata un’insurrezione popolare, così le opzioni sono rapidamente diventate 71. Essendo io nato maschio con aggravante etero (che nella neolingua si pronuncia biomaschio, o cisgender) ho sempre pensato si potesse nascere maschi o femmine, e che ti potessero piacere maschi o femmine. Che c’era di complicato?

Oggi i miei amici, quando in Internet parlano al plurale, scrivono “ragazz*” con l’asterisco alla fine, perché se uno legge “tutti” ed è una donna, si sente escluso.

Non ho mai visto niente di tanto ritardato sullo schermo. Niente. Nemmeno quelli incapaci di tirarsi una secchiata d’acqua arrivavano a tanto. Cazzo, ora che ci penso nemmeno Vanessa che pensava fosse la Rice bucket challenge, arrivava a tanto. Il nuovo Blade runner dovrebbe avere come teaser trailer uno che entra in un ufficio, dice “buongiorno a tutti” e in un angolo una tizia scoppia a piangere.

Eppure è considerato un grande passo avanti. Nell’articolo, l’intervistat* dichiara che per la prima volta può andare in un sito e dire alla gente qual è il suo gender. Ma perché comunicare alla gente le proprie abitudini sessuali è così importante? Perché oggi uno deve dirmi “ciao, mi piace vestirmi da volpe e farmi sodomizzare da un nano ermafrodita”? Sembri Bran quando dice di essere il corvo a tre occhi, cazzo.

«Ciao, io sono Nebo.»
«Ciao, sono un* trans nonbinary queer lesbian transformer megatron.»

Però sapete cosa, ho 37 anni. Il mondo cambia, è interessante scoprire come. Ho così deciso di informarmi recandomi in una comunità LGBT (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Entro, domando se sono nel posto giusto e uno si mette a urlare che avevo urtato la sua sensibilità: la sigla giusta è LGBTQIA (lesbian, gay, trans, queer, intersex e asexual). Il tizio non aveva ancora finito di insultarmi che dalla stanza di fianco sono fuoriusciti altri tizi indignati perché aveva emarginato delle categorie. La sigla giusta è lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, questioning, intersex, intergender, asexual, allied, pansexual: in una parola, LGBTQQIIAAP. Me la stavo segnando sul taccuino quando una porta s’è spalancata e sono entrati due indiani Navajo qualificandosi come Two-Spirit: persone di etnia diversa da quella bianca che esigono una categoria tutta loro in segno di rispetto. La sigla è subito diventata LGBTQQIAAPP+2S.

In inglese si pronuncia El gi bi ti chiu chiu i ei ei pi pi plus two es.
Servono tre secondi e mezzo solo per pronunciarlo.

Si parte con l’agender, uno che si ribella all’ordine costituito autoassegnandosi gli stessi attributi sessuali di Ken. Poi c’è l’androgino, tipo Justin Bieber. Il bigender, uno sia maschio che femmina tipo i dinosauri di Jurassic park. Entriamo poi nella categoria cis, ossia gente sana di men a proprio agio con la propria sessualità. Si dice cisgender perché viviamo in un mondo in cui il panino è finger food, lo zoo è il bioparco, il magazziniere è lo storeroom manager, e nei menu un hamburger ha il cheddar, il bacon, gli onion ring.

Poi c’è Gender fluid, il tizio che avete conosciuto alla festa e a quella dopo si presenta vestito da donna e pretende di essere chiamato Cristina perché quella sera si sente femmina. C’è il gender nonconforming, uno che si ribella alle definizioni dei ribelli e sceglie di avere un genere sessuale non conforme a nessuna regola.

Qualsiasi cosa significhi.

Tipo così, immagino.

Ecco poi il gender questioning, uno che passa molto tempo a domandarsi se gli piacciono gli uomini, le donne o gli animatroni del villaggio dei pirati a Gardaland. Il gender variant, che vorrebbe essere qualcosa che la società gli impedisce di essere, qualsiasi cosa sia, incluso un elicottero militare. Il genderqueer invece non accetta che al mondo si possa nascere solo col pene o con la vagina: una battaglia sacrosanta. Il non-binary è la stessa cosa del bisex, ma più intellettuale. Il pangender invece si sente sia maschio che femmina, ma in percentuali variabili. Tipo 60% maschio e 40% femmina, che esce in base a quanto hai voglia di rovinare la festa universitaria agli altri. I trans invece hanno centinaia di sottogruppi, ognuno dei quali merita rispetto. All’università di Oxford è vietato rivolgersi al maschile o al femminile: al posto di “she” o “he” bisogna usare “ze”, termine neutro della neolingua per non offendere i trans.

A questo punto ho capito di essere vecchio e destinato all’estinzione. Vengo da un mondo in cui i rapporti interpersonali erano più semplici. Ti vedevi, ti conoscevi, ti piacevi, scopavi. Oggi mi trovo a non avere le competenze necessarie per rivolgere la parola a qualcun*. Mia madre mi aveva insegnato ad alzarmi quando entra una signora, ad aprirle la porta, a dare del lei, a regalare fiori, ad attaccare discorso per primo, ad annodarmi la cravatta. Tutta roba oggi vietatissima. Regalare fiori a una donna è considerato molestia. Anche aprirle la porta. Persino se mi metto la cravatta sono sessista. La verità è che non capisco un mondo dove per calcolare equazioni basta premere un tasto mentre per capire se possiamo innamorarci prima devo laurearmi e prendere un master.

 

Uno studente mostra con orgoglio il prestigioso master,
ottenuto all’Università di Pavia.

 

Mi trovo a empatizzare coi millennials che invece di scopare preferiscono stare a casa a guardare serie TV e schiantarsi di psicofarmaci. Chi te lo fa fare, a interagire con qualcuno senza prima aver verificato il suo gender sui social? Che ne sai se in quel momento si sente più Clara o più Francesco? Sbagli un pronome e sei fottuto. Ti screenshottano e il giorno dopo vieni licenziato. O magari quello ti accusa di molestie.

Inoltre, secondo Tom Ford, ogni uomo dovrebbe farsi penetrare almeno una volta per capire meglio le donne. Ma per la madonna, adesso non bastano più le sei ore davanti ai camerini, i pianti da sindrome premestruale, il mestruorage, le tendine coi fiorellini e il tappeto della camera che richiama il quadro della testiera del letto?! Non bastano i “dobbiamo parlare”, i silenzi passivo aggressivi, i “cos’hai niente”?! Devo pure prenderlo nel culo?!

Calma.

Forse hanno ragione i miei amici nella moda a dire che il biomaschio è destinato a diventare minoranza e poi a estinguersi in favore di una sessualità fluida e intercambiabile. Il Time ha dedicato una copertina, a ‘sti gender. In giro per il mondo, le cose stanno cambiando parecchio: a otto anni del sesso mio o altrui manco ci pensavo, l’unica cosa che volevo a ogni costo era lui.

Oggi, alla stessa età, Lactatia è una transgender canadese.
In Svezia, sullo stesso discorso, fanno dei talent seguitissimi.

 

Quindi boh. Staremo a vedere. Ultimamente ho la sensazione di guardare gente di ogni tipo appiccicare manifesti diversi sopra un solo monolite che nessuno sembra voler vedere, ma che li unisce tutti. Cosa sia, ancora non lo so.

“Nebbo gli difende ai nazzisti!!1!!”

A Charlottesville, in Virginia c’è stata una manifestazione di naziskin (so che adesso il nome è superato, ma sempre quelli sono). Si è aggiunta una manifestazione di antifa (sempre nazi, ma con la bandiera arcobaleno). Entrambi se le sono date con spranghe e scudi, una macchina ha investito intenzionalmente degli antifa, gas lacrimogeni, urticanti, solito copione che vediamo anche da noi ogni tanto. In Internet esce la foto di un tizio che manifestava tra i nazi.

 

La rete si affretta a trovare il suo nome e cognome e a sputtanarlo. Io dico che tutto questo è assolutamente Black mirror, perché l’opinione non è un reato e non deve avere conseguenze, secondo quel principio tanto sbandierato quanto tradito della libertà d’espressione.

Addio.
A quanto pare, difendo i nazisti.

Io.

 

A scanso di equivoci: la discriminazione razziale, sessuale o etnica è una puttanata che è stata sbugiardata da antropologi e scienziati in ogni dove; il nazismo si è dimostrato quanto di peggio sia stato partorito nella Storia europea degli ultimi 2000 anni. È un’ideologia basata su bias cognitivi, ignoranza, insicurezza, senso di impotenza, stress su cui sono stati scritti libri su libri, tutti con le stesse medesime conclusioni. Il nazismo è merda.

Allora perché esistono ancora? O meglio: perché stanno uscendo allo scoperto? Una volta questi pidocchi stavano nei sottoscala, nei loro circoli, e si guardavano bene dal farsi vedere in giro.

Cos’è cambiato?

Perché qualcosa È cambiato. Negarlo, silenziarlo, ridurlo ai minimi termini, bollarli come feccia e girare la testa dall’altra parte non solo non sta funzionando: li sta rafforzando. Allora forse sarebbe il caso di fare un respiro profondo, stringere i denti e trovare il coraggio di guardare in faccia questo problema. Perché è un problema. L’aumento dell’estremismo è un problema serio, grave, presente.

Possiamo parlarne?

Possiamo risolvere il problema, invece di chiuderci le orecchie e ripetere che Voldemort non è tornato? Perché i fascisti stanno contagiando quelli che dovrebbero combatterli. Gli passano i loro metodi, la loro mentalità, e vincono inevitabilmente perché violenza, repressione e linciaggi sono il loro terreno di gioco. Far perdere il lavoro a qualcuno per quello che pensa è un metodo fascista. Diffamare qualcuno per quello che pensa è un metodo fascista. Dire “con loro le regole non valgono” è la più pura e infame filosofia fascista. Schedare i manifestanti e perseguitarli è la quintessenza del fascista.

Allora cosa ti rende migliore o diverso?
Ho ragione ad ammazzarti, perché tu ammazzi quelli che hanno torto?

Davvero vogliamo risolvere il problema? O forse vogliamo fare finta di risolverlo, magari per poterci tenere comodo un capro espiatorio quando usiamo i loro metodi, i loro ragionamenti, i loro bias; così da poter dire “mica siamo loro”.

Sto solo domandando.

Non è che se voti a sinistra sei un brigatista, non è che se sei musulmano sei terrorista, non è che se voti a destra sei fascista. Sono semplificazioni da indottrinati e, soprattutto, ignoranti. Le persone sono complesse. Dietro un nazista del 2017 c’è un essere umano che ha visto certe cose e tratto certe conclusioni. Esiste, nel 2017, qualcuno che sceglie di arruolarsi nell’IS, o di diventare un nazista.

Ma solo a me interessa capire perché? Solo io credo che per risolvere un problema sia necessario capire come, dove e perché è nato? Scelte del genere sono la risposta a cosa? Qual era la domanda? Cosa cercavano? Chi erano prima?

“Ah, stai umanizzando il male”.
EH, SI. Perché piaccia o meno siamo tutti esseri umani. È proprio questa la base imprescindibile su cui ci si confronta, si comunica, si cresce, e alla fine si evolve. Se trasformi l’interlocutore in entità, no. Se dici “i nazisti/pedofili/stupratori/terroristi non sono esseri umani” magari fai un sacco di like su Facebook, ma sei parte del problema del cazzo, non della soluzione. Non sconfiggi qualcosa demonizzandolo o ghettizzandolo (ossia come fanno loro): lo sconfiggi sgretolandolo. Punto per punto, con calma, razionalità, pacatezza e logica. Finché uno dei due finisce per ammettere a sé stesso che ha torto.

Da lì è tutto in discesa.

Se sei davvero sicuro di te, delle tue idee, se sei certo le tue siano opinioni e non dogmi, allora non hai problemi a discuterle. Se invece ti arrocchi, chiudi il dialogo, urli slogan, qualcuno potrebbe pensare che non sei così sicuro di te. Qualcuno potrebbe addirittura pensare che non vuoi un dialogo perché hai paura di cambiare idea.

Il male trova sempre adepti tra mediocri e ignoranti.
Viceversa, codardi e imbecilli non hanno mai un seguito.

I nazisti del 1943 non erano “il grande male”. Erano un popolo di mediocri, stremato, che ha fatto una delle tante carneficine insensate della Storia nel nome del solito pallosissimo identitarismo, che riusciva a fare gli orrori che ha fatto solo grazie a droga, psicopatia, psicofarmaci, paura, stupidità e fanatismo. QUESTI SONO I PUNTI SU CUI LI SMONTI. Questo è il modo per dimostrare che il nazismo e il fascismo non sono L’Impero. Non hanno fascino. Non hanno ragione. Non hanno idee. Non hanno epica. Nessuno vuole essere Milosevic. O Gheddafi. O Stalin. O Saddam Hussein. Sono dittatori ignorati, derisi, o visti per quello che erano.

E se hai questo in testa, inizi a capire la chiave per sconfiggere i nazisti del 2017. Perché c’è un motivo, se stanno aumentando. E dove c’è un motivo, c’è un’origine. E se c’è un’origine, c’è anche un modo per terminarla.

Magari sbaglio.
Magari la soluzione è davvero linciare gente sui social e poi andare a vedersi Game of Thrones. Ma ho l’impressione non stia funzionando.

Nello sfintere della balena

La giornata inizia alle 6, quando gli impiegati aprono le aziende facendo partire gli allarmi. Risuonano come petardi a capodanno qui e lì. Riconosci il UUIIIIIUUUUUIIIII di una, il UA’UA’UA’UA’ dell’altra. Mi trovo a fantasticare se il capo abbia scelto la suoneria come fai con quelle del cellulare.

WAAAA-WAAAA-WAAAAA
«QUESTA LE PIACE?!»
«NO FA UN PO’ VECCHIO»
EEEEEEEOOOOOOOOEEEEEEEEOOOOOO
«QUESTA?!»

Non ce l’ho con gli impiegati. Quei cosi vengono installati dai paranoidi dirigenti, convinti il mondo pulluli di gente ansiosa di rubare il loro rossetto gigante da salotto. Impostano quindi la tolleranza dell’allarme a livello Internet; la fotografia di due gambe di donna sull’asfalto potrebbe urtare la sua sensibilità, un’esplosione che smembra 30 persone no. Risultato, appena lo attivano il malnato scatta dozzine di volte al giorno, tanto che se ormai un ladro entrasse davvero per rubare qualcosa, dai palazzi la gente scenderebbe a ringraziarlo.
AAAAAAAAOOOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Madonna cheppalle» dico.
«No, scusi» fa il vicino sporgendosi dalla finestra «è lei che è uno snob.»
Ah, giusto.

Dopo un anno in questa città ho capito che se esprimi opinioni diverse dall’intellighenzia di Twitter sei uno snob, modo elegante che hanno qui per dire dilettante contadino. A Milano persino gli allarmi alle sei di mattina vanno ascoltati o, al massimo, ignorati. Tutto qui è una performance artistica, una provocazione postmoderna, una composizione sonora avant garde. Quello che salta la coda al semaforo e mette la freccia all’ultimo potrebbe stare facendo una performance d’arte figurativa, se è bianco e ha un’automobile ironica. Se invece ha un SUV no. L’altra sera entro in un locale raccomandatissimo e ordino un white lady. È uno dei cocktail più vecchi del mondo. Semplice, pulito, efficace. Mi portano tre bicchierini da shot su un vassoio in pietra lavica.

«Quello contiene il gin, quello il triple sec, quello il limone» dice il cameriere.
«Grazie, però io avevo chiesto un…»
«È un White lady. Ma destrutturato.»
«E come lo shakero?»
«Non ha capito. È una provocazione del mixologist. Gli ingredienti vengono serviti separati, è il cliente a mescolarli dentro di sè, sostituendo al ghiaccio dello shaker il gelo che ha nel cuore; sciogliendolo.»

 

«Diciotto euro ben spesi» dice il tizio al tavolo di fianco.

Mi manca, picchiare la gente.
Proprio le risse ignoranti che finisci a rotolarti per terra a dargli in faccia col portacenere, bam bam bam. Ma sono io, a non volermi rassegnare a crescere. E a 37 anni è patetico. Anzi, questa mia tendenza a non capire i meccanismi sociali moderni mi è costata un contratto della madonna. Invitato a una sfilata, ho detto che mi era piaciuta. Poi in giardino ho parlato di un altro stilista, il mio preferito. Tragedia. Gaffe imperdonabile, mi hanno spiegato gli addetti ai livori. Non possono piacerti due cose assieme, qui; quando sei in un posto, deve essere la cosa più figa del mondo. Poi devi andare in un altro e ripetere.

«Devi fare come Diprè. Tutto è bello. Tutto è arte. Così fanno i professionisti. Devi scegliere una cosa e martellare su quella. I cocktail ti piacciono?»
«Sì. Bè, quelli clas
«NONONONONO. Cocktail. Punto. Devi martellare su quelli. Bam bam bam, un brand dietro l’altro. È uscito il nuovo gin? Uao, figata. Fanno il White lady destrutturato? Capolavoro geniale, provatelo, hashtag, call to action ai brand, aumenti l’engagement e accendi un cero alla madonna.»

Milano, città dalle cento puttane e nessuna troia. Qui tutte scopano per soldi, nessuna per piacere. E del resto ci sono venuto apposta da Mestre, Negrato Pozzetto che vien dalla campagna. Darwin insegna che o ti adatti o muori. E l’hiphop mi ha dimostrato che è vero.
AAAAAAAOOOOOAAAAAAAAOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Una brillante provocazione postmoderna» provo.
«Vedo che si intende di arte» dice il mio vicino di casa, dal cui ano spuntano misteriosamente delle verzure «Ha colto il riferimento agli allarmi delle fabbriche vintage? Una severa ironia sul mondo del precariato di oggi.»
«Magnifico» dico.
«Sente come prende bene il timpano, come perfora le pareti? Grida il dolore della moderna classe operaia, quei giovani sottopagati freelance che…»
«È la cosa più bella che abbia mai sentito.»
«Già, già» annuisce lui.

«Senta, parlando d’altro, perché ha una carota nel culo?»
«Mi piacevano le verdure, un pubblicitario ha inventato una marketing strategy provocatoria che spinga la gente a interagire. Lei infatti si è interessato. Sono carote Burzì, buone qui e buone lì.»
«Si guadagna bene?»
«Certo. Ho potuto permettermi un quadro che sognavo da tempo. Venga, glielo faccio vedere» dice, rientrando.
Seguo la sua coda verde sculettare.

 

«Non è stupendo?» domanda.
«È la cosa più bella che io abbia mai visto» annuisco.
«Lo so. È un Pigasso originale commissionato e dipinto per me.»
«Ma Picasso è morto.»
«Ho detto Pigasso. Non Picasso.»

 

Meet the pig who is conquering the art world with her abstract paintings after her rescue from the chop

Mi giro a guardarlo in faccia.
UEIUEIUEIUEIUEIUEIUEI
Continuiamo a guardarci.
UA’UA’UA’UA’UA’UA’
La carota cade a terra.