02. Un paese tranquillo

Siamo nel salotto di Ario. Pareti spatolate, copridivani mai tolti, centrino di pizzo sul tavolo da pranzo. La foto di un uomo elegante dentro quelle cornicette d’argento riservate ai parenti morti, abbastanza piccole da non farti nostalgia e abbastanza grandi da non farti sentire in colpa per averli scordati. Statuine di gatti. Uno vero mi passa tra le gambe. C’è odore di fritto e Lisoform. Lei è pasciuta, sulla cinquantina, capelli grossi color topovolpe, vestito a fiori e Birkenstock: «Assolutamente no, ragazzi. Mi dispiace ma la macchina serve a me. Ho l’appuntamento con la numerologa.»
«Mamma, te l’ho detto che quella roba non funziona.»
«E quella volta che mi ha fatto vincere 300,000 lire al bingo, allora!?»
«È un caso. Ce l’ha detto la professoressa di matematica, vero o no? Rispondete, negri.»

«Sìsìsì» annuisco.
«L’ha detto, infatti» fa Atza «Sempre, lo dice.»
«Mmmmszwsssìh» fa Luca, guardando per terra.

«Vedi?» fa Ario «La numerologia è una cosa che si sono inventate le multinazionali che fanno il signoraggio bancario sugli immigrati che ti vaccinano contro il lavoro islamico. E poi finisce agli zingari, che rubano i bambini di rame e li rivendono ai terroni. Vero che lo dice?»
«Tanto» annuisco.
«Vedi! L’ha detto anche Barbara D’Urso quando è andata dalla Parodi sull’Isola dei famosi, c’era anche un lato b da urlo a Lampedusa e fermava gli sbarchi nella casa del Grande fratello VIP. Ovvio che è tutto un magna magna. In un paese normale ha ragione Striscia la notizia, ci vorrebbe la pena di morte per tutti i pedofili che vengono qui a stuprarci i vivisettori invece di aiutarli a casa loro. La gente è stufa, noi poveri italiani non arriviamo a fine mese. Capito, mamma? Finale, la macchina la prendiamo noi.»

 

 

«Va bene.»
Usciamo.

 

«A BORDO, RAPIDI» ulula Ario, scattando verso la macchina «L’incantesimo dura trenta secondi, poi le si resetta il cervello!»

Ci scaraventiamo dentro la 127. Il motore sussulta e muore. Ario guarda la luce sul tettuccio, prova a farla scattare. Per un istante manda un lampo fioco, poi sfuma nel nulla: «Cristo, s’è di nuovo cazzuolata la faccia per quello del banco macelleria» geme «scendere e spingere!»

Spingiamo per tre metri, quando sentiamo lo scatto metallico del cancelletto alle nostre spalle e lo sciabattare della madre: «Ario! Ho pensato
«E GIA’ SBAGLIAMO MALE» replica il figlio a denti stretti, premendo l’acceleratore freneticamente. La 127 sussulta. Spingiamo più in fretta.
«…numerologa per me è importante, quindi immigrati o no-
Sussulto maggiore. La madre esce dal vialetto. Spingiamo con tutte le forze che abbiamo, l’incrocio del vicolo a dieci metri.
«…vete lasciarmela. Ario! Ragazzi! Avete capito?»
«Non sento bene, il frastuono dei cavalli vapore della fuoriserie copre tutto» grida Ario «E voi spingete, cazzo, ne va della mia già improbabile eredità.»

La 127 si avvia. Saltiamo dentro alla disperata, uno sopra l’altro, di traverso tra i sedili, botte e vaffanculi, mentre la madre diventa piccola nel retrovisore, straziante rivisitazione di Mestre, città verta. Entriamo nel terraglio alle 19.30, mezz’ora dopo la spia della riserva lampeggia bestemmie in codice morse. Entriamo in una laterale coi vapori della benzina. Siamo nel posto e nel giorno ideale per fare quello che ci serve, ma dobbiamo aspettare almeno l’una. A piedi raggiungiamo due case, una chiesa e un’osteria che qualcuno ha coraggiosamente chiamato paese. Compriamo due panini e una coca da spartirci in quattro, grattiamo dai cestini del pane il restante, chiacchieriamo fuori fumando Lucky strike.

«Tua madre non sa che hai mollato scuola?» domanda Atza, togliendo la crosta alla fetta di pane.
«Chiaro, altrimenti mi gioco la paghetta. Poi non voglio deluderla, già sta un giorno sì e uno no a ripetere namiore ganchiore con la vicina.»
«E cosa sarebbe namiore gan gin…?»
«È una supplica agli dèi dei bastoncini di incenso. Fa ‘ste Buddhanate perché il Dio tradizionale non la fa scopare; devi chiedere a chi fornisce con maggiore probabilità» spiega Ario «Nell’attesa il signor Ganchiore mandi un trombante lei si sollazza col micio, trinca mezzo litro di acqua magica omeopatica corretta Minias, due polpette macrobiotiche anticancro e via di maratona de La vita in diretta stirando mutande. Chi l’ammazza a lei? Mettiamoci al lavoro, va’.»

Torniamo alla macchina. Io e Atza studiamo le auto parcheggiate a caccia delle Panda, delle 600 e di tutte quelle sprovviste di serratura al serbatoio. Ario ci segue con tanica e tubo di plastica, un mozzicone di un metro ottenuto tagliando la pompa d’acqua della vicina. Luca tiene gli occhi sui palazzi e la strada. Fila incredibilmente tutto liscio; ripartiamo a serbatoio pieno e arriviamo ad Astorzi all’una di notte.

Nessuna persona, nessuna macchina, solo il frinire dei grilli. Le portiere della 127 che si chiudono rimbombano come un petardo in obitorio. Fa caldo. L’umidità crea una nebbiolina spettrale.

«Senti che pace» mormoro.
«Senti che palle gonfie» geme Ario, afferrandosi il pacco e scrollandolo «Mi avete fatto mancare la sega del pomeriggio, fatto gravissimo. Dov’è ‘sto collegio?»
«Bisogna fare una discesa a piedi perché ci sono le colonnine, con le macchine non passi» fa Luca, incamminandosi «Poi gli giriamo attorno.»
Lo seguiamo in silenzio osservando le vecchie case da contadini.

«Ma ci vive qualcuno, in ‘sto mortorio?» domando.
«Parlate piano» sussurra Luca.
«No, Nebo, nessuno ci vive, è tipo la giostra dei pirati a Gardaland» sussurra Ario.
«No-no-no, ferma tutto» interrompe Atza allungando la mano «Semmai sono I corsari, di Gardaland.»
«E cosa cambia?»
«Cambia eccome. Jason Montague è un corsaro, non un pirata. Burbero, sì, ma alla fine è buono.»
Sguardi interrogativi: «Chi?»
«Jason Montague. Mi fate incazzare se parlate senza sapere le cose. Non avete visto la scena della taverna? È lui che salva la cameriera.»
«Atza, noi parliamo della giostra.» faccio con un filo di voce.
«Sì. I corsari. Conosco a memoria tutta la trama, i personaggi, i dialoghi. Ci vado ogni estate fin da quando l’hanno aperta, nel ’91. Non faccio nessun’altra attrazione. Entro alle 10 di mattina, esco dopo l’ultimo giro alle 22 la sera, per un totale di 74 giri da 9 minuti. Sarebbero 80, ma ne tolgono 6 per la pausa pranzo. Escludendo quest’anno che ancora non ci sono andato, ho fatto I Corsari… quattrocentoquarantaquattro volte. E voi nemmeno sapete che ha una trama?» sibila come un serpente.

 

«Non lo sapete!» insiste a occhi sbarrati «Cioé, per voi è solo u-un… un trenino?»
«Ringrazia che non c’è una donna ad ascoltare questa roba» fa Luca, scuotendo la testa.
«Avete a disposizione un’esperienza di vita e la vivete come… come se fosse la brucomela?! Che razza di idioti superficiali siete?! Almeno i dialoghi…»
«Ma quali dialoghi?!» esplodo nel silenzio «Il pappagallo demmerda con la vocetta stridula che gracchia è meglio che torrrniate indietrrrro!?»

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

 

 

È meglio che torrrniate indietro!

 

 

È meglio che torrrniate indietrrrro!

Il riverbero della mia voce si spegne contro qualche parete lontana, lasciandoci ad ascoltare solo il nostro respiro. È tutto immobile, qui. Non si sente un televisore, un russare, un adolescente che bercia, un motorino, un cane che abbaia. Niente. Solo case chiuse, tanto ordine e pulizia. Non una cartaccia, o un manifesto, o una tag.

«Mi sono venuti i brividi al buco del culo, piantala» mormora Ario, riprendendo a camminare.

Arriviamo al collegio. È diviso da una strada. Da un lato, un vecchio edificio neoclassico a cinque piani dall’aria malmessa, ma che conserva una sua austerità grazie alle grate alle finestre in ferro battuto e il portone, entrambi in ottime condizioni. Più avanti c’è l’ingresso alla piazzola centrale, che forse porta a un cortile. È sbarrato da un cancello a due ante in ferro, alto due metri e che termina sotto una volta di pietra su cui troneggia il nome dell’istituto. Dall’altra parte della strada invece c’è un giardino con sentieri di ghiaia, aiuole curate come fossimo nel 1700, statue di cemento sbranate dalle intemperie e coperte di muschio; una fontana che non vede acqua da parecchi anni e un altarino. Il solo modo di entrare sarebbe forzare il portone, ma è troppo esposto.

«Nebo, a te interessa la storia dei Corsari?»
Gli ansimo una bestemmia nell’orecchio.

In silenzio, passiamo oltre. Il collegio confina a est con una vecchia casa contadina male in arnese, anche lei con un giardino protetto da una siepe. A ovest, un villone da miliardari che sorge su una collina protetta da una murata di tre metri abbondanti. Decidiamo per la casa contadina. Attenti che non ci sia nessuno attorno, scavalchiamo il cancelletto e finiamo in un giardino trascurato, tra erbacce, mucchi di foglie secche dell’autunno precedente, sterpaglie e ramoscelli. C’è un rastrello arrugginito di fianco, come se l’autore del mucchio avesse abbandonato il lavoro e nessuno l’avesse mai più ripreso. Camminiamo sulle piastrelle di ghiaia cementata fino alla siepe che confina con il collegio. In mezzo c’è una rete, e non abbiamo tenaglie. Cercando di non fare rumore la spostiamo per vedere meglio.

«Vabbè, ma dopo ci terrei tanto a raccontarvela.»
Luca gli tira un coppino che schiocca come un colpo di frusta.

Avevamo indovinato. Oltre il cancello del palazzone c’è un cortile con una fontana, questa volta in funzione. C’è anche un altro edificio più piccolo, tre piani e soffitta. Dalla strada non si vedeva. A 18 anni riconosci le aule scolastiche con un colpo d’occhio. Deduciamo che quello grosso devono essere le camere da letto per allievi e insegnanti, sala da pranzo, aule computer e roba simile. Quello piccolo serve per le lezioni standard. Restiamo a guardare attenti a cogliere una luce, un rumore, un minimo movimento. Nulla. Le finestre sono tutte chiuse. Torniamo indietro, scavalchiamo il cancello e ci incamminiamo verso la macchina. Tranne Ario, domani abbiamo tutti scuola. Dovremo fare un dritto, ma non è la prima volta – e almeno questo giro non siamo sbronzi o drogati.

È quando arriviamo alla macchina che realizziamo il primo, vero, problema.
La 127 non c’è più.
[continua]

 

  • Andrea Micheletti

    Stranger Things levati proprio….

  • Alberto Massidda

    Cliffhanger demmerda

  • Va bene la storia dosata col contagoccie, ma ci metti un po’ troppo.

  • Vi informo che 74 giri per 9 minuti fa 666.

    Chiamate la mamma di Ario.

  • Cristiano

    Dove sono finite le donne? Che cos’è sto salotto?

  • alessandrofalchi

    Non voglio fare il classico lettore che fa il pignolo per avere un po’ di attenzione, ma correrò il rischio: non ci sono diversi anacronismi nell’arringa mistificatoria di Ario a sua madre?

    • Eh ma a quei tempi i Muezzin non esistevano!

      • Coltissima, me l’ero quasi scordata anch’io quella perla.

    • Flavio Ferrante

      Ovvio. Ma il fatto che il discorso sia una supercazzola anestetizzante (e che Ario probabilmente aveva il dono di anticipare il futuro) rende tutto credibile.

    • Laurelion

      Se chiama “metanarrazione” un modo colto che i dotti hanno per dire: “scrivo quello che mi pare e mi piace di più stacce”

      Qui siamo vicini alla “rottura della quarta parete” dove un personaggio rompe la sospensione dell’incredulità e la cornice narrativa per parlare direttamente al lettore. Anche se in maniera implicita e non esplicita in questa forma.

  • Leonardo Picco

    <3 fantastico!
    Capitolo 03 come Regalo di Natale?

  • Cavaliere Blu

    Stai tornando agli eccelsi livelli dei tuoi primi post! Speriamo di non dover attendere un altro mese.

  • Rob Von Soma_Cruz

    La supercazzola più bella del mondo

  • markogts

    Io voglio sapere la storia dei corsari…

  • Lorenzo Santé

    meglio dei Goonies