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Così parlò la droga

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«Icardi in attacco, seconda punta Cadreva, a tre quarti piazzo Nainggolan e Pogba. In difesa Rui, Marchisio, Montoya…» fa Luca, scrivendo su un foglio appoggiato sulla Gazzetta dello sport.
«Chissà cosa va farneticando» commento, disteso sulla sdraio.
«È nel suo fantamondo» dice Atza, spalmandosi la crema solare sulla pelle bianco magnolia.
«Disse il barone dei Draghi Gialli» completa Luca.

Jesolo. La capannina durante la settimana è vivibile. È quasi mezzogiorno, in cielo non c’è una nuvola e sono fastidiosamente sobrio. Francesca manda via l’ennesimo ambulante, Leonora fa le parole crociate. Ario sta pisciando in mare vicino a una coppietta. Suoni di palloni, strilli di bambini iperattivi, odore di asciugamani bagnati e crema solare, piedi rinsecchiti e sabbia sotto le unghie.

«La spada insegna più del calcio.»
Luca alza la testa dal foglio: «Ma cosa? Roba tipo bambini, se i vostri genitori divorziano potreste diventare così? Quando c’hai trascinati alle feste cortesi pareva di stare dentro The Village, cazzo.»
«A ore undici» fa Leonora.

Ci giriamo.

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«Come, come non amare La Capannina?»
«Dai, i tacchi in spiaggia sono volgari» fa Francesca.
«Un posto dove non puoi portare tacchi è un posto dove non vale la pena andare» sospira Leonora.
«Ma se sei in mocassini!»
«Dopo ho le zeppe. Perché, tu per l’aperitivo come vieni?» si gira.
Silenzio.
«Oh, Gesù» geme Leonora, appoggiando la settimana enigmistica «mi preoccupo?»
«S-sandali piatti»
«Hai trent’anni e vieni all’aperitivo della Capannina in ciabatte digievolute contro plotoni di neodiciottenni in tacco 12?!»

Ario arriva, sputa acqua salata sulla Gazzetta di Luca, si scrolla i capelli bagnati su di me e osserva le tre passare mentre noi bestemmiamo.

«Classe, classe» annuisce.
«Ma che classe?!» esplode Francesca «sembrano zoccole! Perché cazzo voi maschi siete tanto ritardati?! Ci credo che non trovo nessuno, perdete le bave dietro… Ma in effetti sto parlando con un uomo sposato che va a travestiti mentre la moglie si fa montare da mezzo mondo.»

«Ore nove» fa Leonora.

 

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«Secondo voi quant’è gay su una scala da zero a Zara?» domanda Atza.
«Oh mio Dio, sensori di rosicamento fuori scala!» esclama Leonora «effettuare uvavolpe, ripeto, effettuare uvavolpe!»
«Nebo, son steroidi?» domanda Luca.
«Non so. Poi chi se ne frega, conta il risultato.»
«Tu perché non te li fai?»
«Perché con la testa che c’ho mi ci vedi a fare siringhe e dosaggi? Muoio dopo mezzo minuto.»

Il bello della Capannina è ti ispira. Da un lato le tette ti motivano, dall’altro gli addominali ti spingono ad allenarti cattivo e stare attento a cosa mangi. Amo la spiaggia perché è il posto più meritocratico al mondo. Quando ti spogli mostri chi sei, che vita fai, che scelte hai fatto, cosa t’ha dato la Natura e cosa c’hai messo tu. I vestiti complicano sempre tutto.

 

«Va bene, sgherri, mangiamo.»
Raccattiamo la roba.

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Tre toast farciti, un club sandwich salmone e avocado, un panino mozzarella e pomodoro. Seduti sulla terrazza fumiamo aspettando i caffè. Francesca spegne la Marlboro light: «Scusami» dice rivolta ad Ario.

«Di che?»
«Se t’ho chiamato… È un brutto periodo, tutto qui. C’ho un bel lavoro, una casa mia, sto mettendo da parte uno sfacelo di soldi… e non ho nessuno con cui condividere uno straccio di viaggio. Siete tutti ammogliati o morosati. Mi sento… sbagliata, tutto lì. Uscire con voi forse non è una grande idea.»
«Ma tu sei sbagliata, donna, ti metti gli occhiali da sole.»
«Eh?»

«Guarda che il matrimonio non è ‘sto paradiso che credi» fa Luca, sporgendosi «tornassi indietro non lo rifarei. Almeno mi risparmierei Atza che vomita nella vasca dei pesci rossi.»
«Scena sublime, altissima» gongolo «coi pesci che sbocconcellavano tramezzini predigeriti e lui col rivolo alla bocca.»
«Cristo, se ci penso mi torna voglia di bastonarti, Atza. Quel cazzo di quadro sventrato poi me l’hai risarcito?»
«Cosa dicevi degli occhiali?» fa Atza, sistemandosi sulla sedia.
«Giusto, a merda il quadro, tanto era finto. Perché mettiamo gli occhiali da sole?» fa Ario, rubandomi il bicchiere di birra.
«Perché c’è il sole» dico riprendendomelo.
«No. Per guardare senza farsi sgamare. Vale anche per gli uteri, no?»

«Circa» fa Leonora «a volte è solo perché siamo uscite struccate.»

«Eppure vi mettete tacchi e parrucco per venire rimorchiate.»
«A volte. Ma cosa c’entra?»

«Vedete, l’altra sera mi sono segato su Cicciolina pelosa, poi mi sono fatto un trip e ho capito il problema dell’Occidente.»
«Queste le parole che hanno commosso Bruxelles» dico.
«O la colonna sonora di Armageddon o niente» dice Luca.
«Silenzio. La vera differenza coi porno anni ’80 non è tanto steroidi, silicone, cazzi enormi, HD eccetera. Sono gli occhi.

 

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Fateci caso. Una volta le pornostar li tenevano sempre chiusi. Oggi o guardano in camera, o il tipo che trombano. Aperti, sempre. Gli occhi sono la parte fondamentale dei porno di oggi. Invece prendete Moana o Jessica Rizzo: sembrano tutte Bocelli. Cos’è cambiato?»

«È vero» commenta Luca «anche nelle foto, guardano tutte in camera.»

«Prendete le donne normali. Oggi si vestono meno, minishort, balle varie. S’atteggiano da emancipate, ma agli atti se le vedete per strada più sono svestite e più hanno gli occhiali da sole. Matematico.»
«Quella è sopravvivenza» fa Leonora «non puoi rischiare d’incrociare lo sguardo con tutti i maniaci che ci sono in giro.»

«Eccola lì» annuisce Ario «vi piace farvi guardare, ma non avete le palle di farvi vedere. Gli occhiali da sole diventano come lo schermo del cellulare: guardi il mondo senza che lui possa vederti. È lo stesso motivo per cui davanti agli incidenti, o ai concerti, la gente li guarda filmandoli col telefonino. Siamo dei cagasotto che non sanno più affrontare le emozioni forti. Dobbiamo per forza vederle attraverso un filtro che ci dia una sensazione di protezione. ‘sto meccanismo è così diffuso che oggi il vero tabù non è l’anal, ma gli occhi. I culi ormai li trovi dappertutto, lo sguardo no.»

«Non ti seguo» dico.
«Perché sei stupido. Esempio: per strada un uomo con gli occhiali da sole incontra una donna con gli occhiali da sole. Si piacciono, ma come fanno a capirsi?»
«Io per strada non le guardo apposta» fa Atza.

 

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«Cosa?»
«Come?»
«Uh?»
«Mi sta sulle palle darle la soddisfazione» fa spallucce lui.

«Torneremo su questo idiota tra un attimo» dice Ario «seguitemi: come fa l’uomo a sapere che tu donna stai guardando lui, se hai gli occhiali da sole?»
«Gli sorrido» fa Francesca.

«Ok. E lui come fa a sapere che stai sorridendo a lui, e non allo stronzo dietro?»
«Bè, deve arrivarci»
«Deve arrivarci. Non succede, perché magari mentre sorridi lui sta guardando altrove dopo tre ore che ti fissava senza risultato. Finisce con ognuno per la sua strada, seghe a casa, frenetica ricerca su Facebook, se va bene un like ogni tanto. Non sappiamo più gestire gli sguardi. Gli occhi sono una realtà troppo intrusiva che oggi ci mette a disagio. La prova? Tutto quello che vedete qui attorno è fatto apposta per bypassarli. Guardate quel tipo là; una volta sarebbe passato per schizofrenico, oggi invece è normale essere coperti di tatuaggi perché ti parlano oltrepassando il problema del non sapere se mi guardi o no. Ti dicono qualcosa di me, senza rischiare di far brutte figure. Da qualche anno le magliette da donna si sono impestate di scritte. Stasera faccio la brava, Io cuore New York, 69… sono richiami sessuali che si fanno con gli occhi, ma nessuno e nessuna ha più il coraggio di esporsi. Quindi delegano ai vestiti.»

Passa una ragazza in canottiera e short.
Sopra c’è scritto Lipstick, heels and rock and roll.

Ha gli occhiali da sole.

«L’occidente posta le tette su Instagram ma ha paura di farsi guardare negli occhi, quindi nei porno il proibito non è più un cazzo nel culo: è uno sguardo che esprime emozioni, desideri, personalità» conclude Ario «ecco perché sei sola come una merda, Francesca: vedono tutto tranne quello che serve. Ora possiamo dedicarci ad Atza che si strappa le palle per far dispetto alle donne.»

Ma nessuno fiata. Siamo troppo pietrificati non solo dal discorso sensato, ma dal fatto che all’improvviso un puzzle di migliaia di pezzi s’è messo insieme grazie a un puttaniere drogato. Se l’intelligenza è la capacità di fare i collegamenti, Ario è un genio. Passa in rassegna le nostre facce sconvolte.

«Sono solo l’umile messia dell’unico vero Dio, amici miei» decreta, stagliandosi contro il sole e guardando il cielo: «la droga.»

Una storia triste

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Siccome nella vita le cose arrivano sempre tutte assieme, belle o brutte che siano, dopo il ragazzino sul sito di giochi che mi copiava i post (s’è scusato e amen), ne arriva un’altra.

Tutto parte da una strana mail. Ne ricevo a dozzine, di mail strane, questa però è sinistra. Esordisce dicendo che “è finito in giri strani”, che un ragazzo è morto e mi domanda se l’ho mai sentito nominare. Il nome non mi dice niente, scrivo di no e aspetto. Non ho risposta.

Però, con un esordio del genere, la curiosità giornalistica punge. Il tono della mail non era folle, era cauto. Così mi metto su Google. Scopro che questo ragazzo, dalle sue parti, è (era) una piccola celebrità della comicità. Scriveva delle note sulla sua pagina, faceva letture pubbliche dei suoi racconti e, ora che è mancato, genitori e amici vogliono raccogliere quello che ha scritto in un libro.

Trovo il contatto Facebook del ragazzo in questione, scorro la sua bacheca.
Inorridisco.

Prima trovo uno stralcio di un mio post, copincollato e non accreditato. Poi trovo un post intero. Due. Tre. Cinque. Vado a leggere le sue note e scopro che la “geniale ironia” di questo ragazzo (così scrivono i siti d’informazione delle sue parti), è la mia. Per anni ha plagiato spacciando per suo quello che leggete qui. Alcuni brani li ha persino letti in pubblico. Contatto un suo conoscente su Facebook. Gli domando chiarimenti e lui mi dice che questo ragazzo sosteneva di scrivere qui. Ora, molto semplicemente: questo blog lo scrivo io e solo io. Nebo, pseudonimo di Nicolò Zuliani, nato e cresciuto a Venezia.

 

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Chiarito questo.

Ho perso parecchi amici e parenti, nella mia vita. Alcuni me li ha portati via il caso, altri la droga, altri questo schifo di città, altri una malattia. Non ho mai perso un figlio, non posso immaginare che dolore possa essere. Spero di non scoprirlo mai, e per rispetto non voglio dire chi sia questo ragazzo. Ciononostante, rimane il fatto che stampare dei miei racconti con un altro nome, oltre che illegale, è sbagliato. Non sopporterei di dover fare la prima denuncia della mia vita a una famiglia già distrutta da una tale perdita. A tutti capita di riciclare battute, succede. Ti restano in testa, le senti per strada, al bar, e le ridici al bar. Copiare interi racconti è un’altra cosa. Leggerli in pubblico e prendere applausi è un’altra cosa. Stampare il mio lavoro con un altro nome è un’altra cosa.

Con tutto il mio cuore spero, e mi auguro, questa storia non abbia strascichi e finisca qui.
Resto a disposizione della famiglia se volesse contattarmi e chiarire le cose in privato. La mia mail, come al solito, è niebbo2@gmail.com

Nicolò Zuliani

Quelle domeniche di spesa bio e voglia di morire

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C’è stato un tempo in cui la domenica era il giorno del riposo. L’uomo si fermava, ricaricava le energie fisiche e mentali. Arrivava in spiaggia alle 10 e dormiva, faceva il bagno, dormiva, tornava. Adesso sto osservando un bagliore che potrebbe essere Marghera in fiamme o l’alba, ho dormito meno dell’indignazione di Internet e bevo il caffè in uno stato di quiete mongoloide, dove dimostro d’essere vivo perché emetto svogliate flatulenze. Oggi la domenica serve a ricordarci quant’è bello lavorare. Quant’è bello stare lontani dal curioso animale domestico che oggi pretende attività ricreative da postare su Facebook. Ha una vita sociale e sentimentale, lei, ed è migliore di quella dell’amica stronza. Guardate le foto stupende. I panorami meravigliosi. I sorrisi bellissimi. Dietro ognuno di questi c’è un uomo che sperava di dormire e invece ha camminato 2355 chilometri in montagna con 35 chili di zaino. Ma prima
«AMORE HAI FATTO I PANINI?»

 

 

 

 

 

 

Prrrrfff.
«AMORE?!»

 

 

 

 

 

Tr-tr-tr-rrrt.

 

 

 

 

 

 

«AMORE MI SENTI?»
Non ho fatto i panini.

Potrebbe avermi detto di farlo, come no. Non importa. I primi tre anni impari che non importa la tua argomentazione, la donna dirà che non è vero. I successivi tre impari che non servono registrazioni, filmati, sbobinature degli ultimi vent’anni: la donna dirà che non è vero. Dal sesto anno in poi non arriverai nemmeno a finire l’argomentazione, perché t’interromperà prima, dicendo che non è vero. Al settimo anno ti cazzierà perché la interrompi mentre t’interrompe.

«TI AVEVO DETTO DI FARLI»
Frrrbth.

«ADESSO BISOGNA FARE LA SPESA ALL’AUCHAN CHE COSTA COME IL FUOCO»

 

 

 

 

 

 

Ssssfft.
Adoro la T finale, quando l’ano si richiude. Sa molto di inchino del direttore d’orchestra.

«CAZZO L’AUCHAN APRE ALLE NOVE, PERO’ IN MONTAGNA ANDIAMO LO STESSO»

Entro in macchina. Lei bussa al finestrino. Devo mettermi sul sedile del passeggero, perché dopo essersi insediata nella mia casa, vuole imparare a guidare la mia macchina. Mi sposto, impugno il rosario e vedo l’albero davanti a me impallidire. Domando di aprire il finestrino perché fa così caldo che potrei covare un pulcino nel gomito.

«No, mettiamo l’aria condizionata.»

Calcolando i consumi, appena premo il tasto A/C parte la sigla di Transformers e non sono più alla guida di un’auto, ma di un condizionatore con le ruote. Suggerisco i finestrini, dopotutto se si abbassano c’è un motivo.

«Con l’umido che c’è? No, no, aria condizionata.»

Una parte del mio cervello vorrebbe spiegare alla slabbrata che umidità e temperatura non sono la stessa cosa, ma la sola idea mi fa sudare il sudore. Premo A/C. La macchina rallenta, sudo come un maiale nel forno e lo stereo fa partire una risata preregistrata del benzinaio.

«Dai, cinque minuti e si raffredda» sorride lei.
«E in quanto saremo all’Auchan?»
«COSA C’ENTRA»

Dopo quattro minuti e mezzo apriamo le portiere, sudati come cavalli dopo una lunga galoppata. Una decina di euro di aria tiepidina si dissipa immediatamente nell’aria torrida del parcheggio. C’incamminiamo verso l’ingresso. Dopo dieci passi la piega del culo è una grondaia di sudore. Dopo venti, sul selciato noto uccelli morti e piccoli predatori. Dopo trenta ho visioni mistiche, allucinazioni paranoidi e la suola di cuoio manda odore di bistecca. Parcheggiare nel sotterraneo ci avrebbe garantito un accesso più rapido e la macchina all’ombra, ma alla vagina i seminterrati fanno angoscia. Entriamo e ci dividiamo i compiti. Io pane e affettati, lei formaggio e verdura. Purtroppo si è dimenticata di prelevare. Dico che c’è il bancomat. Purtroppo si è dimenticata anche il portafogli.

 

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Dopo essere stato rapinato dalla mia consorte raggiungo il banco affettati. Qui il salumiere enuncia con tono epico i sublimi sapori del prosciutto X, elogia il sapore purissimo del prosciutto Y, ignaro del fatto che io sto solo guardando i prezzi sui cartellini.

«Due etti di quello» indico.
«Il Sauris da 560 euro all’etto? Ottima scelta» dice.
«No, quello sotto.»
«Ah, intende il San Daniele da 230 euro?»
«No, quello a destra.»
«Certo, lei vuole il meglio: prosciutto di Toscana, da allevamento biologico. 1200 euro in comode rate.»
Dalla tasca tiro fuori un puntatore laser e illumino il prosciutto Pezzenza elite. Il salumiere tentenna: «La vetrina fa riflesso, sta indicando il Parma da 732?»
Spacco la vetrina con il gomito, scavalco mozzarelle, terrine di insalata di riso, olive ascolane, arrivo al banco, afferro il prosciutto e glielo metto in mano.

«Questo» dico.
«È solo per esposizione.»
«Taglia o t’ammazzo.»

Malvolentieri, il malnato appoggia la carta sulla bilancia che da zero passa a sei etti. Ci respiro sopra e il quadrante segna il tonnellaggio della portaerei Washington. Il salumiere deposita due etti scarsi, squilla il telefono ed è la NASA che si congratula perché siamo riusciti a calcolare l’esatto peso della luna. Il salumiere fa la faccia di chi è buono e vuole farmi un regalino; affetta un impalpabile velo di prosciutto, lo prende con le pinzette da unghie e lo deposita, trionfante, sulla bilancia. Quella esplode e stampa uno scontrino riportante il debito della Grecia. Metto nel cestino, raggiungo il reparto pane.

«Buongiorno. Due rosette, per favore.»
«Al kamut? Integrali? Ai quattro cereali?»
«Pane bianco» tento.
«Senza glutine? Biologico?»

Immagino una carestia e milioni di italiani morti di stenti mentre scavano in una montagna di pane alla ricerca di cibo commestibile.

«N-normali…»
«Gallette di riso? Tofu?»
«Signora, il pane. Farina, lievito, sale. Pane. La prego.»
All’improvviso ha un guizzo: «Aaaah, quello anni ’80? No, no, finito. Sparisce in cinque minuti appena apriamo.»
«Non capisco, allora perché ne fate così poco?»
«Perché non ne vale la pena, non lo mangia più nessuno.»
«Ma se va via in cinque minuti!»
«È il mio negozio, ho il diritto di

Compro tre pagnotte ai quattro cereali, un grumo di granaglie che le galline scambierebbero per sassi tenuti vagamente insieme da una schiuma nerastra. Appena toccano il sacchetto le pagnotte si frantumano e uno sciame di piccioni le beccotta. Li allontano con l’afrore delle mie ascelle. Passo davanti allo scaffale delle b

 

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Una ragazza di una bellezza sconvolgente con due bombe da far provincia mi sorride come un’amante complice e mi porge un bicchiere di birra: «Posso offrirti un assaggio dSCOPARE SCOPARE SCOPARE SCOPARE SCOPARE SCOPAREale?

Afferro il bicchiere, mentre guardandola mi sale il mostro di Firenze. Bevo. A un tratto due energumeni mi afferrano le braccia, un terzo mi apre le mascelle a pugni e fa cenno a un camion spurgo pozzi neri di fare retromarcia. Stacca il tubo dal fianco, me lo infila in gola e apre i rubinetti. Mugolo disperato.
«Questa birra artigianale la producono dei ragazzi di Belluno spremendo i rifiuti della clinica per donatori di organi e le suole usate delle Geox» sorride l’angelo «è un’azienda agricola a chilometro 0, nel senso che non farà mai strada, ma intanto truffa gli hipster convinti che tre stronzi in garage abbiano standard qualitativi superiori a quelli di un’azienda che fattura milioni di euro.»

Deposito il bicchiere vuoto sul banchetto ostentando indifferenza, mentre in me c’è l’orrore e l’abominio, il disgusto e il disagio, la morte e il disprezzo.

«Ma tu… tu davvero assumi questa sostanza?» chiedo, appoggiandomi per non svenire.
«Sono donna, non mi servono ‘sti cilici da maschi etero bianchi» fa lei, bevendo una Heineken celata da un sacchetto di carta «e poi già mangio carne di soia, come occidentale ho già espiato le mie colpe e posso fare la spesa da H&M a testa alta.»

Mi allontano barcollando.

Trovo la consorte che sta contrattando col cassiere se estinguere il proprio conto corrente oppure garantire una prestazione sessuale. Sta quindi chiaramente pagando la verdura da agricoltura biologica chilometro 0 del farmer market, ossia gli scarti del contadino venduti al sestuplo del normale. Non oso intromettermi nella trattativa. La osservo sparire con lui nel bagno, ne escono pochi minuti dopo. Lei ha i capelli scarmigliati e dice che i soldi non sono serviti.

«Ah, allora puoi restituirmeli» dico.
No.

Colloqui di lavoro finiti in tragedia, capitolo 99836°

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Milano, mattina

«Scusi, l’agenzia pubblicitaria Verghe roventi?» chiedo.
Il portiere mi squadra con un misto di derisione e fastidio: «Terzo piano»

Capita l’antifona, in ascensore mi tolgo la giacca e la metto nel borsone. Esco al secondo piano, entro in bagno, sostituisco le scarpe con un paio di Converse bianche e la camicia con una maglietta. Arrivo, suono, mi aprono. Pareti bianche, mobili di frassino minimal, riviste intonse. Mi viene incontro una ragazza con occhiali a montatura spessa, rossetto di fuoco e vestito a fiori anni ’40. Siamo entrambi sulla trentina e ci basta un secondo per capirci: lei, Annamaria Friendzoney. Io, uno che dopo tre volte cancella il numero. Si ferma a distanza di sicurezza: «Sì?»
«Eeeeeh…»

In ambienti come questi è tutto complicato. Ogni dettaglio ha una funzione reale e un’apparenza opposta. Ci si veste casual per sembrare informali, ma ogni capo è studiato per ore allo specchio. Ci si dà del “tu”, ma si è più distanti che su alpha centauri. Si apologizza il reale, ma ci si giudica dal virtuale. Si idolatra la comunicazione, ma si passano le serate a mostrarsi stronzate sui cellulari. Si dice “c’è stato un misunderstanding”, ma si intende “non hai capito un cazzo”.

«Sono qui per il colloquio» dico.
«Seh, adesso, “colloquio”» sorride lei «dai, è una chiacchierata»
Ecco.

Mi siedo su un divano bianco, osservo le riviste sul tavolo. Arte, architettura, tomi pesanti come chiavi inglesi. Ne prendo uno, le pagine ancora incollate, mai stato aperto. Giro, 469 euro. Chi spende 469 euro per un libro? Quale editore ha il coraggio di proporlo? Sbircio dentro, foto di una mostra d’arte. Per un istante penso a quanti modi migliori ci sono per sputtanarsi una somma simile, poi realizzo che dev’essere lo stesso motivo per cui questi hanno uno studio avviato e io una Fiat seicento.

«Puoi venire» fa lei, sporgendosi «lascia il borsone lì, se vuoi»
Non ci penso nemmeno.

 

L’ufficio in milanese si definirebbe “open space”, in italiano si tratta di un’unica stanza dove tutti si fanno i cazzi degli altri e guardare porno è impossibile. Cinque postazioni iMac, un angolo con una parete bianca e una reflex su un cavalletto, apparecchiature fotografiche, poster, un paio di Transformers anni ’80. Il tizio in piedi è sulla trentina, maglietta larga bianca a V da cui sbocciano peli radi, barba ossigenata lunga fino all’attaccatura del collo, braccia coperte di diamanti, loghi di videogiochi, stelle, baffi. Noi associamo i tatuaggi a marinai, motociclisti ed ergastolani, i nostri figli li assoceranno a radical chic e studenti IULM.

«Ciao, Nebo, sono Paolo, il responsabile» dice, tendendomi la mano «loro sono Frenzi, il nostro grafico, Baduuzi, commerciale, Flehma, pubblicitario e lei è Annamaria Friendzoney, si occupa della parte amministrativa»
Mesti grugniti di saluto qui e lì, Annamaria invece trasuda odio.

«Tutto bene, a Milano? Hai sistemato le tue cose?» fa Paolo.
Intende rimarcare che io sono a Milano per ragioni diverse dal colloquio, e che quindi se andrà male loro non saranno tenuti a sentirsi in colpa per avermi fatto fare il viaggio.

«Sì»
«Mi fa piacere! Quando ti trasferisci?»
È sconvolto da quanto poco gli frega della mia vita e tenta di farsene una ragione.

«A gennembre»
«Ah, bene!»
Le sue orecchie fanno CHSHHHHHHHHHHH.

«E come mai ti piacerebbe entrare nel nostro team?»
Il suo ego esige coccole preliminari.

«Bè, perché mi piace come lavorate. Vi ho scoperti con la campagna ANAL INSURRECTION, sono andato a vedere il vostro sito e ho scoperto che avevate curato anche SLABBRAMI, poi STRAZIANTI STRONZATE e quella più controversa, il gioco a premi in rete TROVA LE PALLINE CINESI NELL’ANO DI VERUSKA»
«Quella è stata una mia idea» gongola Baduuzi.
Gli faccio il pollice in su.

«Hai fatto master, studi…» chiede Paolo, cercando il mio curriculum tra i fogli.
«No»
Alza la testa: «No?»
«No»
«Ah. Eh… qui siamo tutti laureati» dice, incerto.
«Nel vostro annuncio c’era scritto che non era necessaria la laurea»
«Vero. Però un minimo di esperienza sì»
«Bè, sono pubblicista. Sul curriculum ci sono testate e numeri dei referenti, vi diranno che collaboro o ho collaborato con la parte creativa»
«È quello di Cosmopolitan» fa qualcuno.
«Aaah, sì» annuisce «bravo, bravo»
È spaventoso quanto poco gliene frega.

«Senti… a noi serve qualcuno che sappia elaborare, innovare, pensare fuori dalla scatola, per capirsi»
Paolo si reputa circondato da rincoglioniti.

«Ok»
«Il problema dei pubblicitari è che stanno tra pubblicitari e parlano di pubblicità. Noi vogliamo qualcosa di diverso. Un social media manager che sappia uscire dalla sfera del comune know how e fare community»
Il tasso di hipsteria nell’ufficio ha oltrepassato la soglia d’allarme e siamo rimasti in cinque a ridere dei meme su Hitler.

«U-uh»
«Oggi lo storytelling è un must, non un optional. Servono sentimenti, emozioni, non numeri. Mi spiego?»
È difficile fare infografiche se non hai un cazzo da dire.

«Bè, venendo dal giornalismo le storie un po’ so raccontarle» tento «credo la pubblicità sia un campo interessante. E po
«AO PAOLO FACCIAMOGLI QUELLA DEL DOTTORE» fa Frenzi.
Il capoccia sorride complice, poi si distende sullo schienale della sedia: «Dai, facciamo un gioco. Ti va? Una prova. Niente di complicato, una cosa a istinto»

 

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L’ultima volta che m’hanno ordinato di fare qualcosa “a istinto” mi sono sbronzato a merda, ho detto al portavoce dell’emiro dell’Oman che non volevo finire decapitato su Youtube e mi sono trovato a urlare madonne a bordo di un catamarano lanciato a 40 nodi durante la Extreme sailing race al largo di Trapani. Mai dirmi di fare qualcosa a istinto, perché in quanto a cappelle, su una scala da 0 a “oh, che sbadato”, io sono a livello tecnici di Chernobyl. “A istinto” il mio cervello si sente autorizzato a partorire le più inverosimili puttanate. C’è un motivo se la mia vita è il ritratto del degenero.

«D-D’accordo» gemo, prevedendo l’orrore.
«Viene da noi il dottor Pinco Pallino, chirurgo plastico. Vuole una pubblicità per il suo studio privato dove fa mastoplastiche additive. Rifà le tette, per intendersi. Tu come impronteresti il marketing?»

 

 

 

 

 

 

«Così, a istinto» ribadisce l’incauto Paolo «non pensarci. Buttati»

 

 

 

 

 

 

«Allora?» si sporge.
«…bè, di solito le tette se le rifanno le quarantenni, hanno i soldi per farlo e sono in piena crisi di mezz’età. Vedono le ventenni e s’imparanoiano» dico, aspettando il cervello mi consegni i compiti.

«Continua»
«Se ti rifai le tette è perché vuoi apparire meglio, attirare l’attenz
Il cervello consegna.

«SE SONO TETTE FINTE È VERO AMORE» esclamo.

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Ad Annamaria marcisce la faccia.

«Aspetta, c’è stato un misunderstanding» fa Paolo.
«Nonono, state a sentire» mi sporgo «un anello di fidanzamento può costare diecimila euro come venti. Non importa, perché la donna non lo sa. Questo logora il pollame da scopo»

«Il…?» Paolo.
«Il…?» Frenzi.
«Il…?» Flehma.
«Il…?» Baduuzi.
«COME?!» Annamaria.

«Tuo moroso potrebbe averlo comprato usato, o il diamante potrebbe essere finto! In pubblico dirai che conta solo il gesto, ma vorrai sempre andare da un gioielliere a fartelo valutare. Quanto ha speso per te? Quanto vali, per lui? QUANTO TI AMA?»
«Ssssno, Nebo, torniamo un attimo alla tua definizione d
«Aspettate! Il punto è che se il fidanzamento va a puttane, la donna restituisce l’anello. Se non lo fa partono abissi di squallore e miseria, urla, insulti, rinfacciamenti vari. Uno schifo, no? Bene, sentite questa: la mastoplastica additiva è il nuovo anello di fidanzamento»
«Ma tu sei malato, cazzo» fa Annamaria, inorridita.
«No! SI! È quello!» dico, alzandomi in piedi e dominando lo studio perché tanto ormai è tutto in banana «l’uomo ti regala l’anello perché sa che lo può riavere, una mastoplastica invece no! Non può! Non può riaverla! È andata per sempre! Quindi chi crede di più in quel fidanzamento? Chi è più coraggioso? Un uomo che regala un anello, o uno che regala una mastoplastica?»
«Ma che romantico, che meraviglia, che profondità!» urla la Friendzoney.
«Una mastoplastica costa perché garantisce standard qualitativi! Meno spendi, meno t’importa la tua donna rischi complicazioni fisiche. Se invece ricicli paccottiglia da sagra di patronato cazzo te ne frega? Può pure essere vetro delle biglie, non c’è rischio. Quindi: è vero amore? Tette finte. È un cialtrone? Anellino rivendibile»
«NESSUNA DONNA VUOLE QUESTO!»
«IMMAGINATE I CARTELLONI! “Il silicone t’è vicino al cuore”. Oppure due tette enormi di una testimonial tipo Cristina Del Basso coperte da una mano femminile e una maschile! “Mastoplastiche Pinco Pallo: un amore da vivere insieme“. O anche “Mastoplastiche Pinco Pallo: oltre l’apparenza, la sostanza”. Eh?»

 

 

 

Frenzi mi accompagna alla porta dicendo che sono uno un po’ fuori dagli schemi.
Sospetto in milanese significhi povero coglione.

Vi avrebbi spiegato, ma oleandri oleandri oleandri

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Sulla pagina Facebook del blog pubblico questo status.

"SE FOSSE STATO IMMIGRATO" TU TACEVI.
Un italiano stupra una ragazzina. Internet esulta: “haha non era un immigrato! Questo dimostra che i pregiudizi sono sbagliati, non è vero che tutti gli immigrati stuprano!” e subito dopo “haha, era un militare! Questo dimostra che tutti i militari sono fascidemmerda!”. C’è così tanta gioia, nella mia bacheca. Poter buttare la fica d’una sedicenne sul piatto dei propri pregiudizi è una grande soddisfazione.

La risposta a quelli che chiedono “e se era un extracomunitario?” è “tacevi”.

Perché è vero. Quando il criminale è uno straniero, le persone che oggi gioiscono tacciono. Dicono “non significa niente, è un caso isolato”, cioè la stessa cosa che oggi sostiene l'altro schieramento. Un crimine oggi non è più un crimine, due vite distrutte o un fatto fine a sé stesso: è un dato statistico per corroborare il proprio estremismo.

Se davvero vogliamo evitare che Mr.Ruspa prenda uno sfacelo di voti, ‘ste uscite sono l’idea più del cazzo possibile. Discorsi tipo “e se era un immigrato?” dimostrano che oggi, davanti a una ragazzina violentata, l'unica cosa che vale la pena commentare è la nazionalità dello stupratore.

La differenza con Salvini qual è?

Al quarto commento arriva questo.

 

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Ora, quando vado sui siti d’informazione non leggo i commenti. Mi irritano ai pazzi. Vado sul sito dell’ANSA per avere fonti attendibili, notizie, aggiornamenti; non opinioni. Infatti non ho idea di cosa stia parlando questo tizio. Nel mio post sto parlando di come un crimine, se viene svolto da determinate categorie di persone, viene subito usato per alimentare i pregiudizi. In questo caso, “tutti gli extracomunitari sono stupratori” (xenofobi, nazi, vecchi) e “tutti i militari sono criminali violenti” (centri sociali, SEL, frange del PD).

Puoi essere d’accordo o no, è legittimo. Ma io non ho mai parlato di dare la colpa alla ragazzina, né di chi lo fa. Ho detto che non c’è una gran differenza tra chi quando gli stupratori sono immigrati inneggia alle ruspe, e chi quando un militare delinque dice che sono tutti fasci violenti.

Secondo commento.

 

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È come se io dicessi “che tempaccio” e uno rispondesse “sì sì però a me stanno sui coglioni gli oleandri”. E ora, il terzo.

 

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“sticazzi del tempo, a me gli oleandri fanno molto più schifo”.

 

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Ancora: il punto è non usare una ragazzina per alimentare pregiudizi ed estremismi. Basta leggere.

 

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“vero, il tempo è uno schifo, però quanto gli oleandri? Che merda, eh?”

 

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Il signor Sergio mi chiede cosa vuol dire quello che ho scritto. Adesso, attenzione: quando qualcuno non capisce un testo, di solito il colpevole è l’autore. Se il tuo lavoro è scrivere, è colpa tua(cioè mia) se alla gente non arriva il messaggio. Montanelli diceva di scrivere per il lattaio. Farti capire quello che scrivo è IL MIO lavoro. Così rileggo. Rileggo ancora. Lo faccio leggere a morosa e amici, tutti colgono il punto. Noi però tendiamo a circondarci di persone simili, perché ripeto: se uno non capisce, per me il colpevole fino a prova contraria è l’autore. Provo a riscriverlo come se lo spiegassi a un bambino. Viene identico. Mi arrendo.

 

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Vabbè, niente. Oleandri.

 

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Se non sai che commenti ho letto io, come faccio a sapere che commenti hai letto tu? Che cazzo ne so, io, di che commenti leggi tu? Io sto parlando degli schieramenti Lega/Centri sociali. Tu mi stai parlando di quanto sia stupida la frase “se l’è cercata”. Ma dove l’ho scritta? Quando l’ho citata?

 

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Niente, è ufficiale: il punto del mio discorso sono gli oleandri. E io che pensavo di aver parlato del tempo e di non avere mai nominato gli oleandri da nessuna parte. Cerco di nuovo nel testo qualcosa che abbia a che fare con il colpevolizzare la ragazzina. Non c’è. Sul serio.

 

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Il discorso era “chi prende un individuo come riassunto di un popolo” e “chi prende un individuo come riassunto di una professione”. E sì, ho visto e letto 10, 100, 1000 Nassirja, ho letto ACAB, ho letto fascidemmerda. ED È DI QUESTO CHE STAVO PARLANDO DIOCRISTO. Non ho idea di come avrei insultato ‘sto tizio, né so con chi stia parlando, di dove io abbia detto le cose di cui mi accusa. Devo ritrattare cosa? L’idea che strumentalizzare uno stupro per alimentare estremismo e pregiudizi sia sbagliata? Se non sei d’accordo va bene, ma perché? L’obiezione, la contro argomentazione, qual è?

 

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Provo a spiegarmi con una tizia (non ho voglia di screenshottare tutto, la trovate sulla pagina). Anche qui, niente da fare. Rassegnato, aspetto sulle barricate che la redazione di un mensile maschile a caso mi quereli per… per… qualcosa. In tutto questo, se la domanda fosse stata “e allora davanti alla ragazzina stuprata cosa dovevamo dire” la mia risposta è: tacere.

Però magari sbaglio, eh.

Magari evocare mutilazioni genitali, genocidi, castrazioni, impiccagioni, donne blindate e gonne allungate risolve le cose. Restituisce l’innocenza alla ragazzina e a sua madre. Magari mozzare il cazzo allo stupratore ci rende migliori di lui, ci eleva a veri, onesti cittadini. Anche la pena di morte, ma solo in certi casi. Magari maiuscolare ITALIANI TUTTI SESSISTI è davvero meglio di maiuscolare RAGAZZINE TUTTE CAGNE. Magari MILITARI TUTTI FASCISTI è meglio di IMMIGRATI TUTTI STUPRATORI.

Magari sì.

È che poi penso all’ISIS che minaccia di conquistarci, e mi viene il dubbio che forse l’ha già fatto.