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Volevo una palestra, ho trovato il cyberdiavolo

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«Noi le offriamo piscina, idromassaggio, solarium, corsi di zumba…»
«Sì, ma avete i pesi o no?» chiedo.
«Le faccio fare un giro.»

Mentre percorro questo curioso pollaio, noto che la clientela è giovane, predominanza femminile, pochi ragazzi paffuti e scazzati con l’inconfondibile faccia di chi si è iscritto da due settimane a causa dei bagordi e tra altre due settimane svanirà. Attraverso gironi danteschi di donne in idromassaggio che scrivono al cellulare, una piscina infestata di bambini urlanti e spalti gremiti di genitori. Ovunque, macchinette che distribuiscono merendine proteiche da 12.000 calorie l’una. Una pletora di quaglie da scopo che si contorcono a tempo di musica latinoamericana davanti a uno specchio.

«Questa è la sala dove occasionalmente facciamo anche soft crossfit. Conosce il crossfit?»
«Sì» dico.

Il crossfit è l’allenamento di Rocky o di qualsiasi pugile. Una volta te lo faceva fare il sor vittorio per 7 euro in una palestrina di pugilato di periferia, oggi te lo fa Denis, laureato in scienze motorie, per 120 euro al mese. Chi fa crossfit lo riconosci perché se ne vanta come se fosse una medaglia d’oro al valor civile. Ogni volta che uno si bulla di ‘sta cosa mi sembra di vedere le sue labbra pronunciare “io mi faccio estorcere mensilmente danaro da ex truzzi cresciuti a droga, Barbie girl e RICH sul culo”. Milano sembra essere la capitale di questo meccanismo, il che mi affascina oltre ogni dire.

«Vorrei solo dei pesi» faccio «sa, due bilanceri, manubri, una panca…»
«Sono nella sala wellness.»
«La cosa?»
Mi squadra come a dire non conosci la sala wellness, grezzo di merda? e tira dritto senza rispondere, finché si gira con aria orgogliosa e decreta: «Eccoci!»

Sei multipower.
Nessuna panca piana.
La barra per le trazioni usata come appendino.
Donne che chiocciano o leggono riviste sulle cyclette.

 

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«Non avete la panca piana» decreto, dimenticando il punto di domanda.
«È per allontanare i bodybuilder.»
«Cosa?»
«Sì. Spaventano la clientela femminile e fanno sentire inadeguati gli uomini. Noi vogliamo essere una palestra più friendly, sia dal punto di vista del budget che dal punto di vista emotivo. Una persona viene qui per rilassarsi, per stare bene, non per essere competitiva.»

Nemmeno i loro prezzi sono competitivi.
Gli va riconosciuta una certa coerenza.

«Ora venga, le parlerò diffusamente di come funziona qui» dice, trascinandomi via.
Ora sto scrivendo questo post sul cellulare sperando questa donna si renda conto che mi sta annoiando ai pazzi, dato che sono seduto in questo ufficio da mezz’ora e lei parla interrompendomi ogni volta che dico qualcosa più di “sì, ma”.

«L’abbonamento minimo parte dai 12 mesi, ma la promozione più conveniente sono i 36. Se lei…»
Tre anni.

Sgrano gli occhi: «TRE ANNI?!»
«Trentasei mesi» mi corregge.
«Signora, un patto col demonio è più brev
«Se non vuole versarli tutti subito, c’è la possibilità del prelievo dal conto corrente mensile fornendo i numeri di una carta di credito valida.»
«Sì, ma il passo successivo è darvi mia moglie in ostag
«Tenga presente che sarebbe l’offerta più conveniente.»
«Di cos
«Molti dei nostri clienti hanno fatto questa scelta.»
Faccio per parlare, mi giro verso le tizie che si contorcono sulla zumba.
Riporto gli occhi sulla venditrice.

«Quelle hanno gli alimenti dal marito» dico.
«Anch’io. È Milano. Secondo lei perché qui la maggioranza dei maschi è gay?»
«Per la moda?»
«No, per difesa. Firmi il contratto.»
«Sìsìsì, ci penso su» dico, alzandomi.
«Non se ne può andare. Ora voglio raccontarle la storia della mia vita. È il primo uomo a Milano che mi ascolta» dice, agguantandomi la manica.
«Mi lasci.»
«Ho fatto un figlio con un uomo sbagliato.»
«Signora, lasci la manica.»
«Mi ha mantenuta fino a cinquant’anni e adesso devo fare questo lavoro di merda, ma sono una persona solare.»
«Molla!»
«Ho anche un profilo su Badoo e Adottaunragazzo.it»
«MOLLA, PAZZA, MOLLA!»
«Firmi questo contratto, il maestro di sci del bambino devo pagarlo io perché il giudice…»
Le entro in faccia in maniera strabiliante.
Le labbra di gomma mi rimbalzano il pugno, strappandosi e rivelando una mascella metallica sotto cui scorrono fibre ottiche e lucine.

«Lasci cinquanta euro per la consulenza» dice, tentando di ghermirmi con le dita magnificamente curate. Mi tolgo la cintura e la frusto facendola retrocedere. Le sferzate strappano i vestiti svelando uno scheletro metallico e circuiti. La fibbia le colpisce un occhio, sotto cui pulsa una microcamera con luce rossa. Il cyborg si rialza.
Tento la fuga.
La porta è sbarrata dall’esterno.
Afferro uno schedario e lo scaglio contro il vetro della finestrella, infrangendola. Dallo schedario piovono cambiali, reni in pegno, fedi nuziali, polmoni seminuovi, certificati di verginità, documenti di adozioni, feti in formaldeide, chiavi di automobili, contratti firmati col sangue, denti, orologi, un lingotto d’oro con la svastica nazista. Lo uso per ripulire il bordo della finestrella dalle schegge di vetro e lo scaglio sul petto dell’automa.
C’è un TUNNNG metallico.

«Va bene, mi ha convinto» dice l’essere, ora con voce meccanica «le parlerò della tariffa basic. Con soli settanta euro al mese lei avrà diritto…»

Prendo il monitor con entrambe le mani e glielo spacco in testa, poi mi arrampico verso la salvezza. Mi afferra i pantaloni: «…Illimitato accesso all’area ristoro, le centrifughe bio a soli 8,99 e

La parola BIO scatena in me un attacco di diarrea incontrollabile. Dal culo scoperto esplode un geyser verdastro che centra il volto del cyborg.

«Becca ‘sta caparra, mostro» dico, divincolandomi.
«Ha quindi scelto l’opzione TOTAL WARM UP VIP ACCESS, con consulenza plicometrica e/o esame delle feci/urine/prelievo del sangue necessari ad ottenere punti FIT per assicurarsi uno sconto del 2% su certificato medico (obbligatorio entro una settimana dal primo accesso) eseguito da personale medico convenzionato al prezzo di 74,99 euro?»

Frano sul marciapiede sottostante. Mentre mi spolvero i vestiti la sento continuare a borbottare di incredibili vantaggi e fantastiche offerte. È quasi ora di pranzo, devo fare la spesa. L’Esselunga è un’istituzione, per Milano. Entro nel primo che mi capita, guardo i prezzi dei petti di pollo. Ruoto lentamente, molto lentamente, la testa verso destra.

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Un commesso mi fissa con espressione vuota.
Con cautela, porto la mano alla cintura.

Il buon anno del mio migliore amico

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«…e così ho vinto il master con il dottor Brazzilio Garrusoni Analkin Cristo, non so se sai chi è, tipo Dio.»
«Complimenti» dico.
«Sì, lui ha un approccio tutto suo, pazzesco. Appena uscita mi ha contattata la Rudolph&Ciccino per uno stage. Non pagavano quasi niente, però non hai idea delle cose che sono successe dentro.»

Caterina è bionda, un fisico splendido avvolto in un tubino nero e un paio di plateau neri di quell’altezza in bilico tra la manager e la pervertita. Lavora nel mondo delle banche, ha 26 anni ed è single perché il suo candidato marito all’ultimo minuto ha cambiato idea. Al primo appuntamento si fa la ruota cercando di mostrare il meglio di noi e di ridurre al minimo il peggio. È un sottile equilibrismo tra balle clamorose, mezze verità, omissioni ed egopatia. Devi essere affidabile, rispettabile, economicamente stabile, socialmente integrato, sportivo ma non fissato, simpatico ma non idiota, maschile ma non aggressivo e così via. Non devi solo venderti, devi saperti vendere bene.

«…così son stata io quella che ha dovuto rimediare a tutto, ti rendi conto?! Una stagista!»
«E io che pensavo la banca fosse un lavoro noioso.»
«Noo, perché tu vedi l’esterno! In ufficio ci son giochi di potere paurosi. Ti racconto questa.»

Lo vedo entrare dalla porta principale. Pupilla lucida, lieve barcollare, sporge il collo per annusare un tizio che sta pagando al bancone. Si ritrae schifato.
Il cuore mi diventa pietra.

«…lla fine ho dovuto sistemare tutto io, perché sono solo la stagista, capito? Così. Ti sembra normale? A un’altra è capitato che»

Lui mi vede. Vede la sedia dove c’è lei.
Riporta gli occhi nei miei. Sogghigna.

«Ti annoio?» chiede Caterina.
«Nononono» dico, mentre sotto il tavolo gli faccio cenno di andarsene.
«Perché questa è la mia vita, oggi» dice lei, seria.
«Certo.»
«Sono una che s’è fatta un mazzo così per arrivar
Ario si siede sulla terza sedia, prende il mio bicchiere, lo beve guardandomi negli occhi e lo riappoggia sul tavolo.

«Dove sono i miei soldi, negro?»

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«Caterina, questo è il mio migliore amico, Ario» dico «e sta per andarsene.»
«Ensciantè madamuasèl» dice lui, facendole il baciamano «ho interrotto qualcosa?»
«Hahaha no, anzi!» fa lei «ho l’occasione per fare un interrogatorio incrociato! Il tuo amico è una brava persona come sembra?»

«No.»

Caterina fa un errore molto comune, ossia fa buon viso a cattivo gioco. Cerca di essere cortese con Ario. È sbagliato. Ario va trattato alla stregua dei tossici per strada che cercano di attaccare discorso. Va ignorato con il più gelo possibile. Non deve capire di essere stato visto o notato, perché qualunque essere vivente è una potenziale tanica di benzina senza tappo.

«Scherza, non ci badare. Cosaaa… cosa fai a capodanno?» dico.
«Ho deciso che lavoro» dice Ario, alzando la mano per chiamare il cameriere.
«Il 31?» domanda Caterina «che lavoro fai?»
«Il saldatore a porto Marghera, ma ovvio, il 31 la fabbrica è chiusa. No, no, dicevo spacciare.»
Caterina scoppia a ridere.

Nessuno di noi due la emula.

 

 

Caterina smette.

«Parla sul serio?»
«Mica droga vera. Vendi pacchi agli sbarbati. Non le hai raccontato i tempi in cui vivevi da sfollato? Ogni mattina doccia fredda con le taniche d’acqua che si riempiva in palestra della piscina del Bissuola…»
«Cosa?» fa Caterina, alzando un sopracciglio.
Il cameriere prende l’ordinazione di Ario. Io tracanno tutto il whisky e soda e gliene chiedo un altro.
Tanto, ormai.

«Sì, sì, viveva in un garage subaffittato a sala prove a Marghera, davanti al molo in via dell’Elettricità. Zero gas, zero acqua corrente, manco nel cesso. Così usava le taniche di plastica dell’acqua distillata, hai presente? Se ne metteva quattro in borsone e le riempiva lì, ‘sto brutto morto di fame.»
«Ma perché?» mi chiede Caterina.

«È una storia lunga e personale» dico.

«Soprattutto è una storia di pura illegalità. È così che ho conosciuto il manolesta, qui. Porta Nebo in una stanza tipo The Cube e troverà comunque qualcosa da grattare, è come se avesse la colla sulle mani. Ti ricordi che giornate? Sveglia alle sei, tanica e saponetta arrubbata, colazione alla terrona nella hall degli alberghi più prestigiosi e poi via, rubbare e truffare, truffare e rubbare. La connessione…

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…sniffata all’ufficio, i mobili del rigattiere nella stufa, il bottino dei cassonetti Caritas pronti per essere venduti ai mercatini, i tronchi di legno coi paralumi spacciati per lampade di design… Tempi gloriosi. E poi, la droga.»
«Cioè eri un bestia punk?» fa Caterina.

«Nooo, tranquilla, solo un drogato» fa Ario, facendo il gesto di rassicurarla.

«Ario, per piacere» dico.
«Giusto, torniamo alla finta droga. In pratica…»
«Te ne vuoi andare?»
«In pratica mia madre inghiottiva pastiglie omeopatiche perché scorreggiava come un dinosauro» fa Ario, prendendo la birra dalle mani del cameriere «noi le tritavamo sul tavolo, aggiungevamo un po’ di chiara d’uovo, coloravamo con l’inchiostro delle cartucce stilografiche, mescolavamo. Usciva un fanghetto secco, azzurrino. Facevi lo stampo coi contenitori dei sigari, con lo stuzzicadente incidevi un cuore, uno smile o una lettera, aspettavi che si seccasse e poi via con la mia 127 a vendere ‘sta merda al Goduria, all’Extra Extra, in tutti quei posti dove gli zappamostro s’accoppiano. Appena vendevi la prima facevi partire il conto alla rovescia di un’ora, poi telavi.»

«Perché un’ora?» fa Caterina.

«L’MDMA ci mette un’ora a fare effetto, circa. Non è detto che chi la compra la prenda subito, ma così sei sicuro di volatilizzarti prima che s’accorgano della truffa. Un paio di volte c’hanno riempito di botte, ma basta mettersi la conchiglia nelle mutande e sei abbastanza tranquillo. O i paratibie perché tanto hai le braghe da rapper e non si vede. O i libri sotto la felpa tenuti fermi dalla cintura, se proprio c’è aria di coltello negro. Ti ricordi all’Euroafrique?»

«Sta esagerando» dico.
«No no, tutto vero. Sono il suo migliore amico. Abbiamo litigato una volta sola a capodanno per colpa di una zoccola.»
«NO!» dico.
«Ooh, ma che meraviglia» fa Caterina «chiami così tutte le ragazze?»
«No. Solo quelle che danno il culo per soldi sul terraglio alle tre di mattina.»
Silenzio.

«Cioè… andate con le prostitute?!»
È goal.

«AHAHAHAHA HAHAHAHA HAHAHA» fa Ario.
«AHAHA HAHAHA HHAHAHAHAAHA HAHAHA» fa il cameriere.
«AHAHA HAHAHA HAHAHAHAH HAHAHAHA» fa il barista.
«OOHA HAHAHA HAHAHAHA HAHAHAHA» fa il tavolo di fianco al nostro.
«AHAHA AHAHAH AHAHAHAHAHAH HAHA» dice un uomo, entrando nel locale con un casco da motocicletta sottobraccio.

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«P-potrebbe essere capitato» dico.
«Sì. Diciamo che se entri in una gelateria, è pieno di gente che mangia il gelato, c’è un banco pieno di gelati e dietro il banco c’è un tizio vestito di bianco con in mano una paletta, potrebbe capitare che sia il gelataio» fa Ario.
«Siete disgustosi» fa lei «gli uomini veri non hanno bisogno di andare a puttane.»
«Nemmeno tu hai bisogno di cioccolata, eppure scommetto che ti scofani Nutella alla vavavuma» fa Ario «non hai neppure bisogno di una camicetta nuova, ma scommetto il tuo armadio trabocchi di ciarpame. Quindi?»
«Ario, vattene. Per piacere. Mi sto incazzando.»
«Dov’ero? Ah, sì, la zoccola. In pratica torniamo dall’Area city fatti come faine dislessiche, sai quando provi a parlare e le lettere ti escono a casaccio, tipo isivsto hai la occozzola slu blobobordo stradada. All’altezza di villa Salus vediamo ‘sta tipa in giarrettiera. Non vogliamo intaccare i meritati guadagni, così decidiamo di trombarla in doppietta per risparmiare.»
«Ma che schifo!»
«Ario» dico.

«Devi capire che la tensione era alle stelle, il sangue al cervello scarseggiava, la pecunia anche, bisognava riuscire a penetrare in fretta prima dell’inevitabile down da bamba per cui finisci a cacare a bordo strada convinto di morire.»
«Benissimo, bravi» fa Caterina.

«Lo so, ma aspetta ad applaudire. La negra si dimostra subito una scaltra opportunista, mentre nel cuore speravamo che essendo noi giovani e gagliardi optasse per il gratuito. Capita. Invece la sguattera voleva estorcerci del danaro. Per il culo spara somme spropositate e rinunciamo in partenza, ma stacchiamo cinquanta euro per bocca e figa. La carichiamo e c’è il primo problema, ossia che in macchina non puoi trombare in tre, capisci? Dunque la mettiamo a pecora dietro la casetta del distributore di benzina. Facciamo pari e dispari, vinco io e mi prendo la bocca, perché aveva le chiappe congelate e sbatterci contro è sgradevole.»

 

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«Il galateo impone che nella doppietta dopo un po’ fai cambio.

«Il galateo» ripete Caterina, non si capisce se intenzionata a ridere, piangere o vomitare.

«Sì, insomma, le normali regole del viver civile. Ma Nebo non ci pensa nemmeno, perché sospetto voglia tentare il colpaccio.»
«Cosa, rapinarla?» fa Caterina.
«Senti, davvero, sta inventando tutto» dico.
«Glielo butti al culo di sorpresa e contemporaneamente rilanci di dieci euro» spiega Ario, mimando il gesto di togliere il cazzo da un buco e metterlo nell’altro «lei a quel punto ci son buone probabilità lasci fare perché ha fretta. Solo che io voglio far cambio. insomma, è mio diritto. Così ci mettiamo a litigare con ‘sta zoccola in mezzo che va avanti e indietro. Insulti pesanti, escono i sentimenti e tutto.»

Vorrei non accorgermi che tutti i tavoli attorno stanno ascoltando.

«Morale della storia, finiamo a turno. Almeno Nebo in ‘ste cose è affidabile. Voglio dire, vai a trans con Luca e una volta su cinque gli scappa l’orgasmata violenta.»
«A Luca?» chiedo.
«Sì, sì. Fastidiosissimo. Come sborra attacca a prendere a pugni nella nuca ‘il viados, matematico.»
«Fate schifo» sentenzia Caterina «tutti e due, siete la prova che i maschi sono merda.»
«Sì. Ma tutto questo mi porta al capodanno del 2006» fa Ario, bevendo.
Caterina fa per alzarsi.

«Aspetta, devi saperla tutta» la ferma Ario.
«Faccio a meno, grazie.»
«Caterina, pensaci. Pensa a quante cose potrai raccontare al tuo prossimo appuntamento: una volta sono uscita con uno che. Pensa la telefonata che farai alle amiche appena esci da qui. Davvero vuoi rinunciare a tutto questo? Cinque minuti, dopo i quali qualsiasi altra persona conoscerai potrai dire ehi, è comunque meglio di quello lì. Sei giovane, bella, hai tutta la vita davanti. Starai seduta ad ascoltare uomini parlare di master e viaggi e li saprai apprezzare ancora di più. Molte donne oggi sono infelici perché hanno la testa impestata di stronzate dai telefilm. Standard troppo alti. Qui puoi conoscere il fondo del barile grattato, Caterina. Comunque te ne andrai da quella porta senza tornare mai più, ma puoi scegliere se rendere i prossimi centoventi secondi un’esperienza di vita o un aneddoto da dimenticare.»

È raro avere il privilegio di vedere gli occhi di una persona che ti odia. Oggi è tutto digitale. Silenzioso. Invisibile. Nessuno si prende più la responsabilità di confessare l’odio. Lo si maschera con battutine acide, lo si camuffa con sorrisi di circostanza. L’odio è più difficile da confessare dell’amore, forse perché ci mette sul serio a nudo. Non puoi criticare qualcuno, se ama. Se odia, invece, è vulnerabile. Magari è per questo che gli animalisti dicono di amare gli animali: suona meglio di dire che odi la società. Hitler amava gli ariani, dopotutto.

Caterina si siede con il naso e le labbra che tremano di disgusto.

«Sentiamo» dice, mettendo le mani sul tavolo.

«Brava. Il timer ci scatta che mancavano venti minuti a mezzanotte» fa Ario «e il Drogatoio 69 non è posto dove conviene stare, se hai truffato qualcuno. Così decidiamo di tornare verso Mestre. È chiaro che festeggeremo la mezzanotte in autostrada. Ci pigliamo male, anche se abbiamo svoltato bei soldi. Così andiamo in Autogrill. In parcheggio ci son tre camion. Entriamo, i commessi sono solo maschi, tutti con la faccia di chi sa fare un coltello con una lametta da rasoio. Ci guardano, li guardiamo, e scoppiamo a ridere. A mezzanotte ci offrono tutto, fuori c’era un camionista slavo sbronzo perso che correva nudo… E poi, all’una, come succede tra uomini in certi casi, ci si racconta. Non c’è la fica, possiamo dire la verità. Ecco allora uscire la rapina sgamata, lo spaccio sbagliato, il furto, lo scippo, la truffa. Le dipendenze più disparate. Dio, se solo avessimo avuto un paio di zoccole sottomano sarebbe stato il capodanno perfetto.»

«Finito?» fa Caterina.
«Sì.»
«Bene. Grazie per questa splendida lezione di fallimento umano» dice, alzandosi.
Evito accuratamente di guardarla in faccia mentre se ne va. Quando la porta si chiude, il tono di voce dei tavoli vicini ritorna a volumi accettabili. Bevo una lunga sorsata.

«Sai cosa penso?» fa Ario.
«No.»
«Era bello, rubare.»
Buon anno, signori.

Un giorno con un agente immobiliare

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Sono in macchina con l’agente immobiliare, un’Audi A6 immersa nel traffico di Milano. Lui ha la mia età, una cravatta regimental anni ’90 larga come una pinna, un completo Pal Zileri da matrimonio mafioso e scarpe a punta. Dice che sto per vedere un quartiere molto sportivo.

«I giovani oggi vogliono una location poliedrica, che gli permetta di interfacciarsi con immediatezza a realtà differenti dalla loro. Il social è anche street, oggi.»

Vorrei cacargli in faccia e andarmene, ma ho bisogno di una casa. Così faccio finta di capire cosa cazzo abbia detto. Mi domanda se sono sposato, dico che ho una ragazza.

«È una… vecchio stile o moderna?»
«Non la seguo.»
«Cioè, bada alla differenza tra il sesso consensuale e quello diversamente consensuale?»
«Mi sta chiedendo se le piace essere stuprata?»

Spiega che a Milano la parola “stupro” non si usa in caso di violenza sessuale. Qui una donna dice di essere stuprata se la critichi o se è pentita di essere venuta a letto con te. La violenza carnale, a Milano, si chiama sex misunderstanding. Rifletto sui pro e contro della bomba a piazza Fontana quando dal finestrino noto un uomo. Corre tenendosi un braccio sanguinante, inseguito da tre energumeni. Dico all’agente di fermare la macchina, ma lui ride e scuote la testa.

«Le ho detto che questo è un quartiere sportivo. Quelli stanno facendo reality fitness. Si tratta di jogging, parkour e crossfit insieme. Serve a simulare una rapina per rendere l’allenamento più real, invece del solito monotono weight lifting. Stanno benissimo, si fidi.»

Dico che mi pare una puttanata, ma lui dice che a Milano è così. Tutto si mescola, qui. Ci sono officine con bar, librerie con discoteche, fabbriche con ristorante, negozi d’abbigliamento con pizzeria, palestre con vegan pub e negozi di alimentari sostenibili con iPad e arredi Zara home. Rassicurato, osservo l’uomo venire massacrato di botte. Dall’altra parte del marciapiede una coppia con un bambino urla in mezzo a un capannello di persone. L’agente nota la scena e mi tranquillizza ancora: si tratta di uno scambio culturale. In certe zone di Milano, quelle più cosmopolite, a volte esci a fare la spesa e quando torni trovi in appartamento altre realtà familiari.

«Cioè la suburra ti espropria casa?»
L’agente ride del mio provincialismo.

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Milano ha voglia di fare e disfare, costruire e ricominciare. Dunque i desperados ti fanno un favore ad alleggerirti. Un trasloco coi computer, la televisione, la lavatrice, i mobili è uno strazio. Invece così prendi il bambino e sei pronto. Un nuovo inizio. Mobilità, questa è la parola chiave. Aggiunge che coi giusti mediatori culturali è possibile comunque ottenere indietro qualcosa, tipo la roba di valore affettivo. Questo mi conforta. In sette anni mia morosa ha buttato via ¾ del mio guardaroba mentre io non ho ancora trovato il modo di far sparire il suo pelouche demmerda; è bello sapere che nemmeno un manipolo di zingari può riuscirci.

Parcheggia sotto un condominio grigio circondato da aiuole che pullulano di immondizia. Tra il ciarpame noto figure umane coperte da cartoni, sacchetti della spazzatura sventrati. Uno sta cucinando un ovetto al tegamino su un falò, accompagnandolo da un delizioso Tavernello. L’agente dice che non devo preoccuparmi, si tratta di una precisa scelta stilistica dell’interior designer. Ora va l’industrial grunge, ma domani se gli gira potrebbero essere tutte boiserie di noce e carta da parati. Quando domando se è vero, mi dice di leggermi qualche rivista d’interior design.

Con la tessera dell’arcigay ti fanno lo sconto.

L’ascensore ha due travi di legno che formano una X. Sui muri leggo Rekon, Jamal Abi, Degrado Krew, Milano Bronx d’Italia, Welcome to favelas, Francesca troia, w lega nord. Le scale sono impreziosite da un tappeto marroncino che sospetto un tempo fosse rosso. Arriviamo al sesto piano senza incontrare anima viva, né sentire alcun rumore provenire dalle case. Al terzo mi sembra d’intravedere un uscio socchiuso. C’è odore di urina, vomito e qualcos’altro che somiglia a muffa e mostarda. Dico che per me possiamo anche andare perché qui dentro sembra il set di Fallout, ma lui insiste dicendo che sono provinciale. Qui, spiega, abitano fior di laureati.

«Guardi» dice, suonando un campanello a caso.
«Chi rompe collioni?» risponde l’interfono.
«Salve, sono l’agente immobiliare Vanghetti, volevo sapere se lei è laureato.»
«Sono laureato in coltelli, filio di putana, vengo giù, ti ammazzo.»
L’agente dice che oggi si laureano in un sacco di cose.

Sono sei mesi che giro appartamenti con tutte le agenzie immobiliari possibili. Le stesse che dal vivo mi fanno vedere cacai immondi, poi via mail mi mandano posti stupendi che costano tre volte il budget che gli ho dato. Alla fine ho risolto grazie al passaparola. A trentacinque anni ho imparato che non importa se vuoi andare in affitto o comprare: importa solo evitare le agenzie immobiliari. Ora inizia il capitolo mobili, dove forte del mio passato da falegname mi sono fissato col recuperare vecchi mobili, restaurarli o farmeli per conto mio evitando il più possibile la plastica e le gite all’Ikea, che temo più della morte.

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Ma questa è un’altra storia.

Qualcosa nel buio ci protegge, ma se accendiamo la luce ci ucciderà.

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Dopo i fatti di Parigi gli stimaticolleghi© sostengono ventre a terra la teoria che l’Italia sia protetta dalla mafia. Lo dice un tizio il cui curriculum non è verificabile, cazzo, è certamente vero. La notizia rimbalza all’estero e questo fa agitare il pollame starnazzante: davvero gli psicopatici di Parigi non vengono da noi perché c’è Totò ‘o curtu?

Ricapitoliamo quello che dei magrebini fallit terroristi hanno provato a fare nel nostro paese negli ultimi anni.

Nel 2001, PRIMA delle Torri gemelle, in Italia è stato sventato un attentato a Lignano pineta. Sempre prima delle Torri, a maggio fu sventato un tentativo che puntava la metropolitana di Milano. A ottobre l’ambasciata ammeregana a Roma. Non fai in tempo a rilassarti che il mese dopo ecco arrivare uno convertitosi all’Islam per lo stesso motivo di quell’altra psicopatica, ossia che sono dei falliti. Questo stronzo vuole radere al suolo il tempio della Concordia ad Agrigento. Fallisce. A maggio 2002 c’è un doppio tentativo alla cattedrale di Cremona e al Duomo di Milano. Il mese dopo, alla basilica di Bologna. Nel 2003 si riprende con allegria, quando un fanatico dentro un’auto imbottita di esplosivo si da’ fuoco contro la sinagoga di Modena il 12 dicembre 2003.

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Portentosi, ‘sti uomini di mafia. Pensa il tempo speso in appostamenti, intercettazioni, magari con la polizia che gli rompe il cazzo e cerca di arrestarli. Ah, se solo la mafia avesse più mezzi e ci decidessimo ad abolire le forze dell’ordine e l’esercito, che paradiso sarebbe. Ma non divaghiamo.

Il 29 marzo 2004 un altro coglione si fa esplodere al McDonald di Brescia. Nel 2005 viene sventato per un soffio un grosso SBRAANG al porto di Napoli per mano di algerini e nel 2006 tocca di nuovo alla metropolitana di Milano e alla chiesa di San Petronio a Bologna. È un falso allarme dovuto a un errore di traduzione (dei Carabinieri, chiaro, la mafia mica sbaglia traduzioni), ma non lo è quando per un pelo viene sventata una carneficina al Duomo, a Bande nere e nei supermercati per mano di tre marocchini nel 2008. Nel 2009 ecco un altro suicida contro la caserma militare a Milano. E tre mesi dopo un secondo, sempre a Milano e sempre sventato.

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Perché cazzo la mafia dovrebbe sventare un attentato alle caserme?
Vabbè, sono stupido io.

Torniamo a bomba (ha ha!) all’aprile del 2010, quando i cammellieri impazziti per le troppe seghe tentano di accoppare Ratzinger e altri cercano di far saltare per aria vari quartieri di Napoli. Sempre a Napoli, altri puntano la stazione centrale e la metropolitana. Torniamo a Milano, la cara vecchia sinagoga nel marzo 2012 viene puntata dal solito manipolo di beduini. Nel frattempo altri camel lover nel marzo 2013 provano a formarsi in Puglia. Vengono fermati dai Carabinieri, dicono i giornali, ma certamente è stato merito di Giuseppe ‘o mariuolo e Salvo ‘o muccobombo. Bloccati questi, altri ci provano a Brescia nel giugno del 2013. Pochi mesi dopo tocca per l’ennesima volta a Milano in ottobre: per pochissimo non fanno deflagrare la metropolitana. E mentre noi all’EXPO deridevamo il “vietato introdurre catapulte” (ha ha ha, stupidi addetti alla sicurezza!) e facevamo sagace ironia sulle file (ha ha ha, stupidi paranoici!), è stato fermato per i capelli un tentativo di kaboom. A giugno c’è stato un altro tentativo in Vaticano e rieccoci a San Petronio nell’ottobre 2015, dove i fanatici ritardati tentano il colpaccio ma gli va storta.

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Cioè, la mafia non solo interra fusti radioattivi in madrepatria contaminando il cibo e condannando interi paesi a morire di cancro e leucemia, non solo costruisce palazzine che crollano uccidendo chi ci abita, non solo scioglie bambini nell’acido e costringe bambine a prostituirsi, fa saltare per aria gente che non ha soldi per pagare il pizzo, strozza realtà umane e lavorative, usa e getta schiavi di vent’anni. Non solo gestisce il traffico di droga che poi fa spacciare agli immigrati che ci guadagnano i soldi con cui, stando a tutti gli articoli qui sopra, comprano esplosivi per farci attentati.

No. Oltre a questo, nel tempo libero ci salva dai terroristi.

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È la verità?

Penso che nessun giornale, nessun politico, nessun opinionista e nessun “controinformatore” dica la verità. E non per malafede, ma perché secondo me è troppo complessa, intricata, connessa e sfaccettata per essere compresa da un popolo che davanti a 120 morti s’indigna per il cane. Voglio dire, guardiamoci negli occhi. Siamo piccoli, limitati, stupidi, meschini e inconsapevoli. Alterniamo indignazioni da lavandaie a ironie moraliste. Pur di non smentire i nostri pregiudizi da centro sociale preferiamo dare alla mafia i meriti dello Stato: davvero pensiamo di avere l’apertura mentale per capire l’architettura segreta del mondo? Di essere in grado di reggere la risposta? Noi che c’eravamo indignati per “annichiliscilo”? Che quando c’è una manifestazione urliamo “GUARDATE RAGHE UN AGGENDESECRETO“?

Dopo Parigi ci stiamo cagando addosso e vogliamo una pacca sulla schiena. Potrebbe succedere anche da noi? Ci saranno, attentati da noi? Secondo me vogliamo solo una rassicurazione, non la verità. E dalla tempesta di link qui sopra, io cammino tranquillo per strada. Continuavano a provarci prima e continueranno adesso, ma noi continuiamo a parare. Il come, il chi e il perché non lo so. Lo Stato ha un sacco di apparati e organi e sigle che mi sfuggono, ma dopotutto sono uno scrittore. Non saprei nemmeno elencare i nomi di 10 politici del partito che ho votato. Non so il nome dell’ufficiale che comanda la caserma di Mestre, per dire. Non so nemmeno il nome di chi mi ha cucito la camicia che ho addosso. O da dove viene la droga che uso, né il petrolio con cui hanno fatto la plastica della tastiera su cui sto scrivendo.

Non so un sacco di cose, ora che ci faccio caso.

Io, tu, noi, siamo insieme in un piccolo cerchio di luce circondato dal buio da cui provengono rumori orrendi. Ogni tanto un artiglio prova ad afferrarci. Possiamo interrogarci per ore su cosa gli impedisca di farcela, ma qualunque cosa sia, ci protegge secondo un patto non detto ma molto chiaro: non accendere la luce.

Lo ringrazio di cuore perché mi permette di camminare sereno per strada, ma non voglio avere niente a che fare con lui. Perché credo sia qualcosa di molto, molto più cattivo e potente della mafia.

1944: LA COTTOLENGO SHUFFLE

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Washington, marzo 1943.
Il generale Eisenhower, capo supremo delle forze alleate, entra nell’ufficio presidenziale e scatta sull’attenti. Alla scrivania, il presidente Roosevelt alza la testa e squadra il militare: «Sì?»
«Il D-day è alle porte, presidente.»
«Lo so. Cosa vuol dire quella D, poi?»
«È segreto.»
«Sono il presidente degli Stati Uniti.»
«È segreto anche per lei.»
«Allora per chi non lo è?»

«Generale, lei non ha idea di cosa significhi quella D, vero?»
«Tanto non lo sa nessuno» minimizza Eisenhower.

Lo sbarco in Normandia è stato pianificato, ma c’è un problema: buona parte dei soldati destinati alla mattanza sono ragazzetti inesperti che alla prima granata potrebbero andare in panico e rovinare tutto. Non c’è modo di trasformarli in veterani, però Eisenhower pensa che si potrebbe almeno prepararli con


«…un’esercitazione, ho indovinato?» sorride Roosevelt.

 

 

 

 

 

 

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«Fuori di qui, pazzo» dice il presidente, rimettendosi a scrivere.
«Ma perché? Sono belle, le esercitazioni!»
«Ogni volta che quel cottolengo galleggiante chiamato “marina” fa un’esercitazione raggiunge ineguagliate vette di ritardo mentale, generale. Muoiono come mosche.»
«E se invece lo chiamiamo… non so, esercizio?»
«NIENTE SIMULAZIONI, CAZZO, NIENTE! SIMULAZIONI!» tuona Roosevelt battendo i pugni sul tavolo «GIURO SULLA MADONNA DI CASTELMONTE, EISENHOWER, FAMMI SOLO UN’ALTRA SIMULAZIONE DEL CAZZO E IO T
L’exercise Tiger si divide in due fasi.

Prima gli inglesi bombarderanno la spiaggia di Sampton sands, nel Devon, simile in tutto e per tutto a quella della Normandia. Questo ricreerà l’odore, la distruzione e i detriti di un vero campo di battaglia. Poi verranno fatti sbarcare i marines, inconsapevoli si tratti di una simulazione. A quel punto gli inglesi continueranno a bombardare, ma spostando la traiettoria dietro una linea di nastro bianco tirata lungo la spiaggia in modo da non colpirli.

Tutte le munizioni vere.

Siccome le possibilità di una catastrofe non sono abbastanza mostruose, Eisenhower mette a capo della flotta americana l’ammiraglio Don P. Moon e come ufficiali delle navi da trasporto degli stronzi qualsiasi assegnati alla marina perché da piccoli andavano a pesca in un laghetto del Wisconsin. Compartimenta le informazioni in modo che nessuno faccia la spia. Fa evacuare 30,000 acri di territorio inglese dando alle famiglie dei paesi limitrofi cinque settimane per levarsi dai marroni senza dire loro perché, né quando potranno fare ritorno a casa. Né se la troveranno intera.

L’operazione inizia subito in un clima di rilassata professionalità.

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Slapton sands, ore 2200, 24 aprile 1944
Accampamento militare inglese

«STIAMO NELLA MERDA PESA, COLONNELLO» grida il sergente maggiore inglese sotto la pioggia «metà cannoni sono impantanati e l’altra metà non riusciamo a calibrarli! Con ‘sto buio rischiamo di sparare in alto mare, ma se tiriamo corto disintegriamo i villaggi vuoti!»
Il colonnello, bagnato fradicio, entra trafelato nella tenda: «Comunicate alla flotta americana di posticipare lo sbarco, perdìo, qui è un macello!»
«Ho bisogno di sapere la frequenza segreta, signore» dice il marconista.
«Quale frequenza segreta?» fa il colonnello, poi si gira verso il tavolo degli ufficiali «voi ne sapete qualcosa?»
Silenzio.

 

 

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USS Idaho, 9 miglia dalla costa, stessa ora

«Dite agli inglesi che siamo in perfetto orario» ordina l’ammiraglio Moon.
«Su quale frequenza?»
«Che ne so, io? È lei l’addetto radio.»
«È stata affidata a un ufficiale per motivi di segretezza, signore.»
«Allora chiamatelo.»
«È segreto anche quello, signore.»

Mancano due ore alla più grande esercitazione mai eseguita dall’uomo e i militari si accorgono che in un raptus paranoide l’intelligence ha secretato il secretatore col segreto. Potrebbe non essere in plancia, potrebbe non essere a bordo, potrebbe benissimo essere a casa a trombarsi la moglie, per quel che ne sanno. Fatto sta che le radio non riceve né trasmette.

«Provate frequenze a caso.»
«Ma abbiamo l’ordine di silenzio radio…»
«STACCE» fa l’ammiraglio Moon, sporgendo il petto «noi siamo americani, ribelli e leader naturali. Le regole sono fatte per essere infrante. Poi siamo in Inghilterra, haha, chi vuoi che ci senta? I vecchi radioamatori? Hahaha ha ha, hellò hellò oggi ho fatto il pane? I bambinetti con le radioline pissi pissi bau bau? Ha ha haha ha la regina oh my God portatemi il my tea haHA HAHA HAHAH AHAHAH

 

 

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Sottomarino nazista Krapfen-3

«Herr komandant, rileviamo molto traffico radio tra riva e mare. Non si capisce cosa dicono, ma dal numero di trasmissioni sembrano tanti, indaffarati e di buonumore.»
«Informate il comando e chiedete di mandare dei ricognitori.»

 

ORE 2358
Accampamento militare inglese

«Notizie dagli americani?»
«Bè, io ho comunicato che ritardavamo a chiunque fosse all’ascolto, ma non ho certezza abbiano recepito. Cioè, finora posso garantire per un camionista dello Yorkshire, per un pastore portoghese che mi ha anche invitato a casa sua e un tizio con accento strano che mi ha detto ya ya sehr good aber was cazzo ritardate?»
«Sarà stato polacco.»
«Ma infatti.»
«Comunque direi che annulliamo» fa il capitano, sudatino.
Il colonnello si mordicchia le labbra, poi: «No, no, proseguiamo secondo i piani, dopo tutta la fatica che abbiamo fatto due cannonate le voglio tirare. Tutti ai posti di combattimento, fuoco alla mezzanotte in punto.»

 

ORE 2359
Spiaggia

Quando il primo marines esce dall’LST pronto a tutto si trova davanti la noia. La pioggia ha smesso di scendere, la sabbia è liscia e bianca, la quiete della notte disturbata solo dal vento e dalla risacca. I compagni escono passeggiando, spaesati. Non c’è segno di vita.
«Ehi, crucchi, c’è nessuno?» grida un marines al buio davanti a loro.
Grilli.

«Hitler merda!» grida un altro.
Whooosh, fanno le onde.

«Potrebbe essere un tranello, vediamo come rispondono a questo» fa un altro, sparando qualche colpo verso gli alberi nel buio.
Nessuno risponde.

«Qui non c’è nessuno, sergente» dice, mentre altri marines escono dagli LST col fucile in spalla e un sorriso rilassato.
«Facciamo la prova del nove» dice il militare, portandosi le mani attorno alla bocca: «DELISSIA, DELISSIA, ASSIM VOSSE ME MATA, AI SE EU TE PEGO AI AI SE EU TE P

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Una tempesta di fuoco trasforma la spiaggia nell’equivalente termico del centro della Terra. Uomini, mezzi, carri armati, jeep, tutto vola verso il creatore in un virile detonar d’armi alleate. Senza perdersi d’animo, la seconda ondata sbarca in mezzo al fuoco sparando all’impazzata verso il nulla.

Nella sala comando della flotta, l’ammiraglio Moon ascolta le comunicazioni dei soldati ed è felice la simulazione sembri così verosimile. Dopo sessanta minuti di sterminio amichevole, gli inglesi spostano il fuoco dietro la linea bianca. Gli americani però sono ribelli e leader naturali, quindi senza indugio oltrepassano la linea per inseguire il nemico e ricominciano a esplodere felici mentre sparacchiano a querce, frassini, odorosi pioppi e sonnolente poiane.

È un giorno glorioso, per la marina degli Stati Uniti.

Nel frattempo le altre cinque LST attendono il loro turno. Sono mezzi grossi e maneggevoli come una vacca sbronza, quindi devono essere sempre scortate da almeno due incrociatori. Sono con loro l’HMS Azalea (inglese) e l’HMS Scimitar (americana). Presi dall’euforia dell’esercitazione, la fregata americana decide di simulare anche lei una manovra di disimpegno. Subito centra un LST e fugge in cerca di riparazioni. La HMS Azalea resta sola, così sola che i sopravvissuti dicono di non averla mai vista. A bordo dell’HMS Azalea un marinaio nota dei motoscafi non identificati approcciarsi alle paperelle in barile dette LST.

«Rigaz, quelli li avete visti?» dice «mica son nazi, vero?»
«Eccallà, il solito paranoico» dice il nostromo.
«Nel dubbio io avviserei il resto della flotta.»
«Così poi ci prendono per il culo? Non serve avvisarli, sicuramente li hanno visti anche loro. Saranno motoscafi dei nostri.»

No.

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Richiamati dal porcaio di onde radio, i nazisti arrivano alla festa con nove E-boat pieni di siluri. Quando il primo sventra un LST, il cargo deflagra in un geyser di fuoco alto trenta metri, proiettando un carroarmato nella stratosfera. A bordo i soldati superstiti devono indossare i giubbotti di salvataggio, ma non quelli veri: quelli della COOP, ossia un salsicciotto da gonfiare a bocca e mettersi attorno alle ascelle. Tutto si trasforma in un circo di lemmings. I primi non riescono a trovare il tubicino dove soffiare e affondano come tanti genovesi. I secondi s’infilano il salsicciotto attorno alla vita uso paperella gonfiabile, si tuffano e il peso dell’equipaggiamento li tiene giù mentre il giubbotto gli spinge il culo in su: risultato, affogano a pecorina in centinaia. I terzi dimenticano di slacciarsi l’elmetto, che causa della sua conformazione appena impatta con l’acqua fa effetto sacchetto e col peso dello zaino e dell’uomo da’ una tirata tale da spezzare l’osso del collo. I quarti fanno tutto correttamente, ma si tuffano nell’enorme chiazza di carburante che sta venendo spanto dagli altri LST sventrati, con pirotecnici risultati. I quinti esplodono qui e lì per cannonate amiche, siluri nazisti, mitragliate inglesi.

Presi dal panico, senza istruzioni e con la radio che urla “è tutto finto”, “questo no”, “questo forse”, “questo probabilmente”, tutti aprono il fuoco.

Contro tutti.

 

HMS Azalea
«SIGNORE!» urla il nostromo «I NAZISTI!»
«Ma perdìo, sparate!»
«A cosa?!»
«Ai nazisti! Quest’esercitazione non è un’esercitazione, fuoco!»

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«SIGNORE!» urla il secondo «IL 4 È SALTATO PER ARIA! I NAZISTI!»
«Perdìo, sparate verso le fiammate di quei cannoni, sono loro di sicuro! Fuoco!»

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HMS Azalea
«SIGNORE!» urla il nostromo «SIAMO STATI COLPITI DA FUOCO AMICO!»
«Dite agli LST di non rispondere al fuoco, riveleranno la loro posizione! E fuoco a volontà!»

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«NON STAREMO QUI A FAR LE ANATRE!» urla il capitano «RISPONDETE AL FUOCO!»
«A quale!? Qui sparano tutti!»
«Spara nel mucchio, Dio saprà riconoscere i suoi»

 

Sulla spiaggia

«Dove stracazzo è il tenente?!» urla il sergente della terza ondata.
«Vuole provare a trattare con quel castagno in fiore» risponde il soldato, indicando una figura che si allontana.

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«Avrà una medaglia. Dite agli altri di sbarcare, abbiamo bisogno di rinforzi!»
«Non rispondono, signore! Sulla nostra frequenza ricevo solo uno strano glu glu glu e su quella degli inglesi c’è un’interessante inchiesta di Beatrice Bo

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«…il bilancio è di 946 morti» conclude il segretario della Difesa, nello studio ovale.

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«Però Eisenhower dice che ‘sta cosa ci ha insegnato molte cose.»
«Tipo?»
«Che le frequenze radio bisogna condividerle. Oh, e che i salsicciotti di salvataggio son più da party in piscina che da guerra. Magari potremmo farne un modello a pois per i civili, rientrare nei costi, dare un’immagine più sbarazzina all’esercito. Chissà.»
«Classificate tutto a livello oltre il top secret» fa Roosevelt «nessuno dovrà mai saperne nulla. Ai familiari dite che sono dispersi in combattimento.»
«In Inghilterra?»
«Sì. L’importante è che nessuno sappia mai nulla. Riderebbero di noi fino alla fine del mondo. Esistono prove che tutto questo è accaduto?»
«Oddìo, qualche carrarmato potrebbe sbucare dalla sabbia, ma è improbabilissimo.»

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I sopravvissuti all’operazione furono minacciati di corte marziale se ne avessero parlato con qualcuno. Ai medici fu detto di trattare i feriti come fossero veterinari: non dovevano chiedere niente. Quando nel 1974 iniziarono a saltar fuori resti, domande e casini, gli USA dissero che sulla spiaggia della simulazione c’erano stati “solo 29 feriti” e nessun morto.

Parlarono di 639 morti totali attribuiti ai nazisti, ma la BBC sa fare il suo lavoro. Secondo un telegramma segreto di Don P. Moon i morti erano 749. La differenza è di 110, ossia i morti sulla spiaggia seppelliti in fretta e furia in fosse comuni. Tre mesi dopo il D-day, Moon si suicida. Di quell’operazione nessuno parla volentieri. Restano punti oscuri, vaghi o contraddittori. Oggi, i veterani che parteciparono allo sbarco in Normandia, dicono che non hanno incubi sul D-day, ma sull’operazione Tiger.

Nel 1953, Eisenhower fu eletto presidente degli Stati Uniti.