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Un attentato da leoni

Pattaya+Bars

Nel febbraio 2012 a Bangkok ci sono 28 gradi all’ombra, l’aria è quieta e immobile. Le strade traboccano di venditori, carretti, scooter, biciclette e ultimi turisti. Sunan, tassista di 43 anni, percorre a passo di capra il quartiere Ekemai alla ricerca di eventuali clienti. Vediamo piccole prostitute, ladruncoli, spacciatori, buttadentro, commercianti, un iraniano coperto di sangue che agita una bomba a mano urlando “taxi”, turisti che fanno fotografie, il sole tra le p

 

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Facciamo qualche passo indietro.

 

Il sogno di Ahmadinejad è avere la bomba atomica, il Philippe Patek degli status symbol per estremisti di un certo livello. Al mondo però non piacciono le sostanze radioattive in mano ai pazzi, così Ahmadin dichiara che l’Iran necessita di centrali nucleari per scopi energetici. È come dire che il Venezuela ha bisogno di figa. L’idea che l’Iran e i suoi schioppados siano in grado di polverizzare Israele premendo un tasto non aggrada gli USA. Gli ammeregans tramite chiavetta USB iniettano Stuxnet; un virus informatico che da un lato imputtana tutto, dall’altro fa sembrare tutto funzioni. Risultato, Ahmadinejad non osa accendere manco mezza centrale perché non sa se i sistemi sono infettati e rischierebbe di trasformare l’Iran in Chernobyl director’s cut extended version. Incazzatiello, decide di vendicarsi contro Israele usando il metodo vintage.

«Allora, Alì, che mi hai procurato?» domanda Ahmadin al suo segretario, entrando nel salone del palazzo.
Tutti gli uomini si alzano in piedi, fieri.
«Lasci che le presenti i nostri guerrieri» dice Alì, indicando il più grosso «lui è Assan “Cammellator” Ramallah, lo chiamano così perché s’è addestrato con gli americani e una volta, fatto di eroina, ha ammazzato tutti i cammelli»
«Mi fissavano» precisa Assan «quei cammelli mi fissavano»

«Lui invece è Madib “Miracle blade” Al-Arab, è talmente abituato a usare bottiglie rotte che ormai le usa anche per affettare il pane»
«Poffa il profeta protefferfi» sorride Madib mostrando gengive imperlate di schegge verdi.
«E ora il più puro dei nostri soldati di Dio» sancisce con orgoglio Alì, mettendo una mano sulla spalla dell’ultimo «lui è Saied “San Culamo” Moradi, 28 anni, segue i precetti del Corano rigorosamente»
«Chi è quella?!» sbotta Saied, indicando nell’angolo «cosa ci fa una donna, qui?! Chi l’ha fatta entrare?!»
Tutti seguono l’indice con lo sguardo.

«È un sacchetto della spazzatura» dice Ahmadinejad.

 

 

«Hm»

Il dittatore prende per il collo il segretario e lo porta via: «Questi avanzi di psichiatria dovrebbero essere i migliori kamikaze iraniani?» domanda a denti stretti.
«Maestà, sia comprensivo, abbiamo perso il migliore»
«Jamal? Che fine ha fatto?»
«Ha spedito una busta esplosiva negli USA ma l’affrancatura era insufficiente»
«E quindi?»
«È stata rispedita al mittente. Così lui l’ha aperta e…»
Ahmadinejad chiude gli occhi. Allah, perché tanto ritardo mentale?

«Avevamo un campo d’addestramento» fa il dittatore.
«Sì, ma siamo a corto di alunni. L’ultimo istruttore ha spiegato troppo bene come indossare le cinture esplosive»
«Troppo…?» tenta di indovinare Ahmadin.
«Sì, ha detto “prestate la massima attenzione, ve lo faccio vedere una volta sola”, poi bum. Hanno trovato una gamba sul tetto ieri. Però almeno ora il mondo sa che i nostri istruttori sono una bomba» ride Alì, menando una pacca sulla spalla al dittatore.

È un tipo allegro, Alì.

 

Nel cortile del palazzo è un tranquillo pomeriggio di sole. In sottofondo si odono gli schiocchi della frusta seguiti dai gemiti di Alì.

«Allora, miei guerrieri, gli obiettivi sono tre: nuova Delhi, Tbilisi e Bangkok. Chi vuole andare dove?» domanda Ahmadinejad.
«Per noi è lo stesso, maestà» dice Cammellator «viviamo da tutta la vita nella povertà più assoluta massacrandoci di seghe, mangiando pane raffermo, bevendo acqua stagnante e pregando Allah. Non temiamo difficoltà o stenti»
«Voi siete uomini puri, amico mio» annuisce ammirato il dittatore «non immaginate quali nequizie ci sono là fuori. In voi vedo la purezza dei martiri, con che coraggio posso mandarvi a morire laggiù?»

«Non comprendiamo» dice Saied.

«La Thailandia è una capitale del vizio. Ovunque troverete prostitute capaci di cavalcarvi per ore e ore mentre lesbicano altre meretrici. Corpi sodi e minuti, tette ingigantite da mastoplastiche e culi marmorei, aperti a ogni tipo di fornicazione. Poi alcool a fiumi, birra, rum, whisky, per non parlare di maiale cucinato in ogni modo a ogni angolo di strada. E droga, amici miei. Droga. Montagne di droga. Oppio, ganja, cocaina, tutto di qualità purissima. Inoltre avreste un conto corrente illimitato, merito dei nostri ricchi finanziatori» scuote la testa Ahmadinejad, schifato «voi siete martiri. Meritereste di morire circondati da sabbia, umiltà, morigeratezza. Due di voi andranno a Nuova Delhi e a Tbilisi, ma chi di voi si sacrificherà andando a Ba
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Cammellator arriva a Tbilisi, scopre qual è la macchina dei diplomatici e attacca la bomba sotto la marmitta, luogo visibile anche a un imbecille. L’autista passa di lì, nota l’ordigno, chiama la sicurezza e la bomba viene disinnescata senza problemi. Il mattino dopo arrestano un idiota che in mezzo alla strada continua a premere il pulsante di un telecomandoMiracle blade, a Nuova Delhi, mette una bomba sotto il bagagliaio del minibus che dovrebbe trasportare diplomatici israeliani. Esplode uccidendo le valigie mentre quattro persone si domandano chi ha scorreggiato. Ad Ahmadinejad resta una sola, ultima, disperata possibilità: la squadra di Moradi.

 

 

Saied Moradi, Mohammad Khazaei e Masoud Sedaghat Zadeh escono dall’aeroporto di Pattaya alle 22. L’idea è quella di trovare un albergo a basso prezzo per non intaccare troppo le finanze di Al Qaeda, svegliarsi di buon’ora, pregare, documentarsi sull’obiettivo e vivere in ristrettezze economiche fino al giorno dell’agguato. Questo splendido programma viene polverizzato da una ragazza-buttadentro che all’ingresso del quartiere turistico regge un cartello.

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I tre dicono “vabbè, una birretta, giusto per ambientarsi”, dopodiché il resto è un degenero verticale di droga, alcool e prostitute. Manco tre ore dopo l’atterraggio Saied e gli altri brancolano per strada fatti come stegosauri e col cazzo fuori perennemente in tiro, perché se da loro devono infoiarsi guardando un tappeto arrotolato che cammina, qui una ha il reggiseno solo se ha freddo. Tra bamba, mortazza, whisky e pompini si fanno Pattaya, poi Phuket e in cinque giorni arrivano a Bangkok. Ormai ridotti a bestie prive di raziocinio o memoria rimorchiano ulteriori mignotte con lo splendido approccio “ciao bella, siamo terroristi, domani uccideremi gli ebrei, scopiamo?“.

0a18b037-dfac-4558-a5f1-f6ca376b3e65 Da sinistra Kahzei, Saeid, Masoud. La foto è vera.

 

All’alba del quinto giorno Masoud apre un occhio. Nell’appartamento pare sia passato l’uragano Katrina. La nebbia del fumo è densa, il puzzo di sudore micidiale. Il pavimento è allagato, dal bagno proviene il suono di acqua corrente. Ci sono bottiglie vuote, schegge di vetro, cicche, scatole vuote di Viagra, cenere e cocaina sparpagliata, porchetta in putrefazione sui braccioli delle poltrone, schizzi di sperma sui muri, sulle tende, sulle coperte. Ovunque. Sul soffitto troneggia una macchia di vomito da cui cadono, pigri, pezzetti di cibo etnico. Saied russa, nudo, con un coniglio di pelouche che gli spunta dal culo. Khazai dorme sulla poltrona. Dollari americani bruciacchiati, macchiati o arrotolati fluttuano nel putridume. Un rotolo galleggia vicino al piede di Masoud. Dall’esterno, il solito suono del traffico. A fatica raggiunge il bagno. Che ore sono? Che giorno è? Dove sono? pensa, pisciando con una smorfia di dolore su quello che resta del water. Si gira e sullo specchio legge scritto a pennarello “oggi kaboom”.

«ALLAH!» sbraita, risvegliandosi «RAGA SVEGLI, È IL GRAN GIORNO! DOBBIAMO MORIRE PER IL PROFETA, IN PIEDI!»
Saied si contorce per dire qualcosa, poi espira sconfitto e si piscia addosso. Le prostitute si alzano, vigili, poi attaccano a gridare anche loro.

«Pheṣ̄ xūṭ̄h khuṇ ca t̂xng h̄ı̂ ngein h̄ı̂ kạb reā!»
«Cazzo dite, non capisco niente» fa Masoud, arrancando nel cacaio del pavimento «allora, per montare la bomba dovevo… hmm, dovevoo…»
«Mī pheṣ̄ s̄ạmphạnṭh̒ thuk khụ̄n txn nī̂ c̀āy!» bercia una, poi gli assesta una sberla.
«Kị̀ k̄hnād lĕk cāk ngein c̄hạn h̄rụ̄x c̄hạn ca ḳh̀ā khuṇ!» fa un’altra, emulandola.
«SAIED, NOSTRO FIDO CONDOTTIERO, GUIDAMI!» geme Masoud, tentando di liberarsi dal vortice di botte.
«I laik small transex» replica Saied nel sonno.
«Mị̀ dị̂ khuṇ r̂xng khuṇ ca t̂xng c̀āy!» strillano le ragazze prendendolo a borsettate «H̄ı̂ c̄hạn ngein! HI CHAN NGEIN!»
«C̄hạn ca rāyngān h̄ı̂ khuṇ tảrwc!»

Tra le botte Masoud guarda l’orologio: ha tre minuti per svegliare i compagni, lavarsi, pregare, vestirsi in modo da non attirare l’attenzione, assemblare l’ordigno, raggiungere l’ambasciata israeliana e piazzare la bomba che avrebbe dovuto essere già lì molti giorni fa. Invece è in un appartamento circondato da drogati e puttane.

 

In quel momento, a nel palazzo imperiale a Teheran, Ahmadinejad guarda il televisore sintonizzato sul canale thailandese. Di fianco, il segretario suda.

«Tra pochi minuti i nostri martiri colpiranno, maestà» dice Alì «con la precisione, la potenza e la determinazione di chi è nel giusto»
«Inshallah» dice Ahmadinejad, orgoglioso.

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Bangkok.

«VABBÈ FORSE MI RICORDO» dice Masoud, lanciandosi sul tavolo dove sono ammassati i componenti della bomba, inseguito dalle isteriche «FILO ROSSO VUALA’, FILO GIALLO VUALA’, NITRATO D’AMMONIO VUALA’, INNESCO VUALA’, BOMBA ASSEMB

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L’esplosione disintegra l’appartamento proiettando sul quartiere una pioggia di liquidi organici, soldi, droga e brandelli di prostitute. Masoud si rialza, ferito ma inspiegabilmente vivo. Le pareti non ci sono più. Il soffitto ha lasciato il posto a un cielo azzurro. Khazai ha lo sguardo inebetito, perde sangue dalle orecchie e dondola ripetendo “i’m Prada, you’re nada”. Saeid si alza dalla poltrona, sveglio. Guarda Masoud.

«Hai fatto bene ad aprire la finestra» sbadiglia, togliendosi una tetta di silicone sanguinolenta dalla faccia. Si esamina. Ha il corpo martoriato di schegge e di ferite aperte.
«È ANDATO TUTTO AFFANCULO, IMBECILLE!» grida Masoud, barcollante «LA BOMBA È ESPLOSA, ARRIVANO GLI SBIRRI, SCAPPIAMO!»
«COME ESPLOSA?!» sbotta Saeid «e gli ebrei? Il Corano dice che se non moriamo uccidendoli…
«Ma tu l’hai mai letto, il Corano?» fa Masoud, raccattando roba e ficcandola in borsa.
«No, ma ho visto il film»
«È proibito rappresentare Maometto o Allah, cazzo di film hai visto?»
«Dai, quello che ci siamo noi vestiti di nero guidati dall’occhio di fuoco che andiamo a spaccare il culo all’occidente perché ha le donne e noi no»
«Quello è il Signore degli Anelli» si blocca Masoud «cioè tu credi davvero di lavorare per Sauron l’oscuro signore?»

Saied impiega un po’ a realizzare che quello in cui crede sono baggianate e le cose sono ormai irrimediabilmente fottute. A quel punto afferra due bombe a mano e corre in strada perché tanto, ormai, a ‘sto punto andiamocene con stile.

 

A Teheran, gli occhi di Ahmadinejad giocano a ping pong tra l’orologio e il televisore. Di fianco, il segretario divora unghie e trema con brio.

«Questione di secondi, maestà» pìgola «sa, queste cose non possono essere proprio precise. Uno scarto di qualche secondo, il tempo che i giornalisti assemblino le notizie…»
«Hmm» commenta Ahmadinejad.

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Bangkok.

Saied raggiunge la via principale indossando solo una tunica insanguinata, l’afrore di urina e due bombe a mano. Vorrebbe raggiungere l’ambasciata, ma a piedi impiegherebbe mesi; così l’idea più logica che il suo debilitato intelletto partorisce è di chiamare un taxi agitando una bomba. Qualunque tassista farebbe salti mortali per caricare uno straccione ansioso di farsi esplodere, ma non quel giorno. Non lì. Il taxi lo dribbla e Saied ci resta male. Gli lancia dietro la prima granata, che rimbalza e detona senza conseguenze.

«Ah, bene, ora le granate rimbalzine» esclama, mentre la folla attorno fugge. «Adesso ci starebbe un mojito».

 

 

In Iran, Ahmadinejad riceve un plico di fogli coi prelevi del conto corrente. Li sfoglia con impassibilità. Il segretario butta un’occhiata e riesce solo a leggere “Anal vortex stripclub – 12.590 dollari” e “Pork paradise kitchen – 6.799 dollari”. Ruota la testa verso il segretario molto, molto lentamente.

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A Bangkok tutta la polizia dell’Asia sudorientale arriva nel quartiere a sirene spiegate e intima a Saied di lasciare la granata. Il terrorista reagisce con un gesto così idiota da immobilizzare lo sbirrume; invece di giustiziarlo, i poliziotti restano a guardare la granata che colpisce la fiancata di un’auto, rimbalza, poi colpisce un albero e rimbalza ancora fino a rotolare tra le gambe di Saied, ove detona gloriosa.

A Teheran la televisione racconta i fatti mostrando in mondovisione le immagini di Saied ridotto a un moncherino sul marciapiede che ride, probabilmente perché ha letto quelli che si lamentano della loro giornata su Twitter. Masoud verrà arrestato a Kuala Lumpur mentre si ubriaca in un bar, Khazaei lo ammanettano all’aeroporto mentre tenta di volare in Malesia.

Processati, riceveranno tutti e tre il carcere a vita.

Il problema degli estremisti è che sono estremamente stupidi.

Citazioni testuali dal filmato di Barbie Xanax a ferragosto.

2.14 “si tenta terribilmente di far ridere su qualcosa che non fa ridere. La violenza può far ridere in un cartone animato”.

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6.50 (tono sarcastico) “che simpatia lo stupro, maaamma mia, cosa fa più ridere dello stupro? Santo cielo! Io m’immagino, quante risate, mamma mia!”

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10.59 “Vorrei chiedere, precisamente [alla redazione di GQ]: avete intenzione di togliere questo post? Avete intenzione di evitare che certi argomenti siano trattati in questo schifo di modo?”

 

Sei mesi dopo.

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Libertà d’espressione e censura non vanno molto d’accordo.
Sarebbe come mettere War Machine e Christy Mack nella stessa stanza.

La vera trama de Lo Hobbit 3

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Avevamo lasciato Hamas e la compagnia dei nani McDonald nella montagna proibita dopo aver fatto conoscenza col signor Morte-Distruzione-Smaug, un drago che Internet ha definito “sfaccettato, complesso e molto profondo” perché è un personaggio senza vita affettiva che vive in un buco senza uscita sommerso di oggetti che non gli servono, modo letterario per definire un paladino di 90° livello su World of Warcraft. Tra loro c’è Bilbo Teabaggins, che tutti ben conosciamo.

Nella valle sottostante, a Venezia, il nano figlio del peggior giavellottista del mondo è stato ingabbiato perché incarnava la profezia per cui non dovevano farlo entrare in città, quindi la cosa migliore da fare è tenerlo in città. Gli altri nani, tra cui quello fissato con l’interrazziale, cazzeggiano in giro.

Morte-Distruzione-Smaug plana su Venezia bombardandola col napalm. Il nano incarcerato si libera dalla prigione come fosse di cartapesta, usa il proprio figlio per costruire una balista di fortuna e si prepara allo scontro epico con Smaug che tra monologhi tonitruanti e frasi drammatiche sicuramente impiegherà molt
Muore.

«Smaug è morto» annuncia Bilbo, guardando Venezia dall’alto della montagna proibita.
«Ma smettila» sbuffa un nano.
«Raga, sul serio. È volato in cielo, ha urlato e s’è smaltato per terra»
«Seh vabbè, Smaug Taricone»
Risatine soffocate.

«Ha gettato il sangue sul serio, deficienti!»
«Bilbo, c’han fatto due palle così col personaggio enigmatico e complesso, le profonde pieghe della sua psiche travagliata… figurati se muore»
«È morto che pare il M5S!»
«40 minuti per uscire da casa tua e per accoppare fuoco-morte-distruzione una sveltina? Dai, per cortesia»

«E’ MORTO!»
«Ma va là»

«Se guardassi il cazzo di Bossi vedrei qualcosa più vivo di Smaug»
«Impossibile»
«SE GUARDASSI YARA CHE CAVALCA IL CANE CON L’EBOLA SU PER LE SCALE DELLE TORRI GEMELLE
«Basta!» lo interrompe Hamas «La voce della morte di Smaug si spargerà in fretta, tutti vorranno l’oro della montagna» medita, preoccupato.
«C’avevo parlato con Smaug, era forte» geme Bilbo, sedendosi «orbo come una talpa e privo di motivazioni come me, sì, ma comunque aveva più spessore dell’imbecille lì» dice indicando con la testa un nano a caso.
«Cerchiamo l’arkengemma» dice Hamas «o meglio, voi la cercate, io mi siedo sul trono di marmo nella stanza buia a parlare da solo»

Stacco. Gandalf è imprigionato in una gabbia circondato da orchi e fantasmi, arriva l’elfessa con l’agente Smith di Matrix e lo stregone cattivo del Signore degli Anelli, si menano coi mangiamorte di Harry Potter, Gandalf rimedia il solito ciclomotore cavallo non si sa da dove e galoppa verso Venezia per avvisare che un casino di orchi palestratissimi sta arrivando per appropriarsi dell’oro con cui pagare l’abbonamento al Mordor fitness center.

A Venezia il nano figlio del giavellottista diventa l’eroe degli sfollati e organizza l’evacuazione nella città abbandonata sulla terraferma, cioè Mestre. L’altro nano fissato con l’interracial flirta con l’elfessa che a parte citare Fabio Volo non serve a nulla. Questa portentosa compagine di profughi giunge a Mestre trovando milioni di elfi in armatura, anche loro giunti lì per battere cassa. Nella montagna Hamas decide di barricarsi dentro facendo costruire agli sgherri un muro di Pongo a mo’ di porta. Il portavoce degli elfi giunge sotto le mura cavalcando un alce.

«Ha ha ha, ma vaffanculo» ride Hamas «dai cazzo, era più dignitosa la Lambretta»
«Poche storie, vogliamo la nostra parte di grana!» tuona l’elfo.
«Per farci cosa?» risponde il capo terrorista «che ve ne fate, vivete per migliaia di anni!»
«Appunto! Ogni pranzo di natale coi parenti par la distribuzione degli aiuti umanitari a Mogadiscio! E’ meglio morire qui che dover affrontare una cena con la famiglia di mia morosa, al settordicesimo bisnonno che mi chiede che lavoro faccio m’ammazzo comunque! E poi…»
«…poi?» chiede Hamas, curioso.
«…dobbiamo pagarci un nuovo interior designer, va bene?» spiega il portavoce.
«Un cosa?»

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«Ma l’hai visto Gran Burrone!?» strilla quello « Mia nonna ha la camera da letto al ventesimo piano e il cesso in cantina, si caga addosso al decimo e si riaddormenta al tredicesimo! Ogni mattina c’inciampo, sveglio a calci lei e atterro sulla sua merda io!»

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«Io tornavo a casa dal lavoro alle nove di sera!» grida un soldato elfo «piuttosto che fare cinquanta piani di scale per trombarmi mia moglie preferivo incularmi l’inquilino del primo piano! Ho divorziato e lei s’è buttata dal balcone per disperazione! Abbiamo dovuto fare i funerali col paracadute o arrivava già putrefatta!»
«Poi tutte ‘ste cazzo di cascate senza ringhiere, in un mese totalizziamo più affogati dello sbarco in Normandia! Siamo l’outlet delle barriere architettoniche!»

«Calma, calma» fa Hamas «capisco le vostre ragioni, in questa montagna è tutto marmo a chilometri sottoterra, fa così freddo che mentre uno cagava è caduto ed è morto impalato. Ma l’oro è solo mio»
«E cosa ve ne fate, voi nani?» domanda l’elfo.
La compagnia dell’obesità si gira verso Hamas, incuriosita. Nessuno di loro saprebbe rispondere.

 

 

 

 

«Bè… statue, perlopiù» fa spallucce lui «…ma grosse, tipo»
«Anche il vostro interior designer è un genio»
«Eh, non si finisce mai di impalare»

La compagnia di Hamas è composta da undici obesi e un muro di plastilina, gli elfi sono milioni incattiviti e ben armati. Non si capisce perché trattare quando potrebbero fresargli il buco del culo ruttando, ma proprio quando questo pensiero sfiora l’elfico portavoce, arrivano gli orchi. Inizia il massacro. Risulta subito chiaro che gli ufficiali degli elfi si sono addestrati su Internet, in quanto l’organizzazione di fanteria, cavalleria, arcieri e artiglieria consiste nel buttarli tutti dentro a cazzo. I fabbri delle armature invece devono averli presi tra i mastri vetrai di Murano perché sono bellissime lucidissime e offrono la stessa protezione dell’imene di Valentina Nappi.

«Sai, Bilbo, m’è venuto in mente che Smaug con tutto quell’oro forse doveva pagare l’ENI» mormora Hamas, osservando la battaglia.
«Mentre ci pensi faccio un salto alla Feltrinelli» risponde Bilbo, calandosi dalle mura e portandosi dietro l’arkengemma.

Nel campo di battaglia arrivano i parenti dei nani che combattono fianco a fianco con gli elfi. Segue siparietto di Legolas che conduce la sospensione dell’incredulità in un campo e la giustizia con una pistolettata alla nuca. Hamas va nelle viscere della montagna, si cala un acido, fa un trip peso e ne esce allucinato. Smonta il muro di pongo e conduce gli undici obesi all’attacco al rallenty, arriva al rallenty, parla al rallenty, mena al rallenty. Purtroppo gli orchi son gente pragmatica e continuano a decapitare, mutilare, squartare gente come se niente fosse. In disparte quelli che dovrebbero essere i protagonisti chiudono le loro linee narrative con duelli contro orchi personalizzati. Hamas si trova su una lastra di ghiaccio contro l’orco capo, che sospetto essere lo stesso attore di Avatar, di Cowboy contro alieni, di Super8, di John Carter, insomma quello che cammina stringendo i deltoidi per evidenziare le possenti spalle. Il duello finisce che s’ammazzano a vicenda nell’indifferenza del pubblico che odiava Hamas molto più dell’orco. Kate le prende da un goblin e sta per morire ma arriva l’elfo interracial che muore, allora Kate passa a un altro goblin e anche qui sta per morire. Lo sguardo di lei è disperato, fiero, spaventato, coraggioso. L’orco è immenso e spietato. Per un istante, caricando il colpo ferale, il mostro alza gli occhi al cielo dietro di lei. L’espressione di rabbioso trionfo gli si scioglie addosso, poi gli sceneggiatori e il regista lanciano la scelta più coraggiosa di tutta la trilogia:

A-ding-ding-ding, ha-ha-haaa, dice Afric Simone dalle casse dell’impianto, a-ding-ding-brrrr, Rama-ya!

Wham! Le luci del cinema s’accendono come d’incanto, dal soffitto cala una palla da discoteca. Per un errore di trascrizione nella sceneggiatura, Radagast è stato trascritto Ramaya. La sala è tutta in piedi mentre sullo schermo Afric Simone cavalca le aquile verso la battaglia finale. E’ una scena bellissima che vale il prezzo del biglietto. Siamo tutti che balliamo cantando e abbracciandoci. Tanto, ormai, nessuno ci rimborserà mai il prezzo del biglietto.

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Afric Simone si appresta a risolvere quello che all’apparenza sembrerebbe l’ennesimo blocco narrativo causato dalla più assoluta ignoranza delle più elementari nozioni di storia militare europea, ma MIRANDA TUMBALA

tumblr_inline_mid81qar7Q1qz4rgpBOKUKO RAMAYA!

Le aquile planano tra le fila degli orchi, decimandoli.  Legolas col fucile Barrett su una torre uccide l’orco che stava per uccidere Kate, poi vola. Vola, sul serio. Legolas vola. Atterra su un sasso che fluttua nel cielo tipo Sonic, si gira verso il basso e grida al generale degli elfi che mettere donne in fanteria e uomini arcieri si è inaspettatamente rivelata un’idea del cazzo ma HEY JAMBOJI BARA BARA, qual è il problema?

Stephen-colbert-celebration-gifLALA LALA LA LA!

Decapitazioni, mutilazioni, sangue, squartamenti ballano sullo schermo e balliamo noi, dimenticandoci che in un film di Hobbit si suppone dovrebbero esserci hobbit mentre l’ultima volta che ho visto Bilbo stava dormendo su un sasso trenta minuti fa. M’importa? BOKUKO RAMAYA. Metà protagonisti sono morti senza che io abbia capito che erano protagonisti, l’antagonista è sbadatamente morto nel prologo ed è stato sostituito dalle comparse orche del primo film, MIRANDA TUMBALA?

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Gioiamo e balliamo felici perché sono riusciti a truffarmi, mai avrei osato mettere piede al cinema se la trilogia si fosse chiamata “Lo Hobbit – Chi l’ha visto”, se mi avessero detto che avrei speso oltre venti euro per guardare undici spiderman obesi senza storia o personalità messi lì senza motivo tipo me in una facoltà di lettere, ma che importa?

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La battaglia termina: contro tutti i pronostici gli orchi hanno perso di nuovo. Bilbo torna nella Contea e scopre che gli stanno vendendo gli stracci credendolo morto. Lui si barrica dentro e per 110 anni scrive questa perla di storia. Il film si conclude con Gandalf che gli fa una visita, iniziando una trilogia vera.

Al primo sangue (3/3)

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5.30, pioggia rada, strade deserte. Ancora buio. Sul sedile del passeggero Clelia guarda fuori: «Certo che Mestre fa veramente schifo» commenta.
«Tu di dove sei?»
«Dal paese dei cazzi miei, si campa cent’anni» fa Clelia, senza girarsi «non siamo amici, Nebo, voglio solo vedere ‘sti cojoni che s’affettano e tornare a casa senza rischio di finire inguaiata. Se affettano te son pure contenta, tra parentesi»
«Ma perché?!»
«”ma pecchè, gnegnegnè”» mi fa il verso lei «guida»
Guido.

 

 

 

«Io ho il cazzo e tu nooo, io ho il cazzo e tu nooo» canticchio.
«’sta giornata finisce con te che crepi dissanguato e io che mi sgrilletto, fidati»

Capisco che dalla portatrice di caduceo non riceverò alcun conforto morale o fisico. Venti minuti di silenzio dopo parcheggio sotto casa di Luca. Ci sono tutti, più un tizio sulla quarantina. Facce tese, voci scherzose troppo alte per essere credibili, occhiaie, sigarette. Guardo meglio il nuovo arrivato. Occhio verde, capello grigio, seconda metà della quarantina, jeans, camicia, scarpa elegante, cappotto. Bell’uomo.

«Lei è la quasi dottoressa Clelia Ceccarelli» dico, presentandola.
Piaceri vari.
«Lui è il testimone» fa Ario, dando una pacca al tipo.
Quello sorride, mi stringe la mano: «Valentino. Per me è molto importante essere qui. Grazie»

Prendo Ario in disparte.

«Da quale abisso umano hai pescato quest’individuo, Dio maledica te e la tua stirpe?» chiedo.
«Guarda, come testimone volevo portare il mio amministratore di condominio perché so che gli piacciono ‘ste cose, quando tromba la moglie si sente tutto, lei lo chiama Spartacus, frustate, botte, urla, robe così. Fatalità lei gli sgama i debiti del videopoker e Spartacus vola fuori di casa con piatti, polizia, gente in strada, pompieri e lui sul cornicione che minaccia di buttarsi. Pacco. La notte faccio per andare in puttan tour che m’ispira, ma in via Torino vedo ‘sto tipo sul marciapiede che piange, dico che non conosco il problema ma che nella vita c’è comunque di peggio, tipo voi sfigati. Lui s’interessa, chiacchiere tutta la notte, cannetta, caffettino al bar ed eccoci qui»
«Hai portato come testimone un tizio che conosci da quattro ore» ruggisco guardando l’orologio «conducimi nell’orrore, guidami, come hai convinto il signor Valentino-non-c’entro-un-cazzo a seguirti?»
«Gli ho chiesto se ha mai visto un duello, ha detto no, eccoci»

«Hai idea di chi è, che fa, perché piangeva?»
«No. Se ha bisogno di aiuto parla, mica è una fica scema che devi tirarglielo fuori col cucchiaino e poi frigna pure che le fai violenza verbale. Dio, quanto mi piace avere il cazzo. A proposito, ma ‘sta Clelia? Orgiata?» sgomita.

 

 

 

 

 

Partiamo con due macchine. In una Ario, Valentino e io, nell’altra Clelia, Luca e Atza. Mezz’ora di strada dopo i fari illuminano un gruppo di persone a ridosso del muro di una villa, un BMW serie 4 e una Peugeot 305. Due tizi impugnano lanterne in ferro battuto. Scendiamo tutti. Vediamo i due paggi, un uomo sulla cinquantina dall’aria sfigata e un ragazzotto sulla ventina.

«Il signor Tranquilli, secondo duellante. Il dottor Favaro, farmacista e pranoterapeuta di acclarata fama…»
«Ma benissimo!» esclama Clelia con un sorriso incredulo «mi dovevate avvertire, e io che in macchina ripassavo chirurgia generale. Illustrissimo, qua la mano!»
Il dottor Favaro la stringe con un sorriso orgoglioso: «Dottoressa…»
«No macché, mera laureanda. Però posso pure tornare a casa, se c’è lei con una ferita da penetrazione gli facciamo due aspirine e bacino passa tutto, no?»
Il farmacista ritrae la mano, confuso.

«Buone notizie, Vin Dildo!» batte le mani Clelia, guardandomi «prevedo n’orgasmata mondiale, ahahahahah»
Penso la ucciderò.

Il signor Tranquilli è uno sfigatello con le spalle a coppo, l’aria di chi non ha mai preso un pugno in vita sua e i vestiti scelti dalla mamma. Il problema sono i suoi occhi saccenti, astiosi e divertiti di chi pensa che sì, fuori uno come lui lo usano per pulire i cessi, ma qui non siamo nel mondo reale. La porta della Peugeot si apre e appare un babbeo di ventitrè anni al massimo, vestito da ricostruzione medioeval piratesca o che stracazzo ne so io. Ha pantaloni larghi viola, forse di velluto, camicia bianca e giacca di pelle scura, cintura, stivali di pelle scamosciata. Stranamente normopeso.

«E la maledizione del primo brufolo, lì, chi è?» domanda Ario.
«Il visconte Poldin» dice Atza, spogliandosi e infilandosi una camicia larga.
«Se ti fai ammazzare da quello giuro che vengo a pisciarti nel vaso dei fiori»
«Signori, grazie a tutti per essere venuti» esordisce il visconte, fissando Clelia «sono il visconte Andrea Poldin. E lei chi sarebbe, mia splendida dama? Qual è il suo ruolo, qui?» si china lui prendendole la mano.
«Clelia Ceccarelli» risponde, mimando una riverenza «sono qui per trarre piacere nell’assistere a uomini seminudi che si affettano e, in subordine, tentare controvoglia di rattopparli»
A Poldin si scioglie la faccia: «Non c’è nulla da scherzare, dottoressa»
«Io sono serissima, visconte» sorride lei, facendo un passo indietro.

«Io sono il visconte Atzori, dei draghi gialli» fa Atza «I miei paggi, il signor Dariolani e il signor Bisoffi, il mio secondo, il signor Nebo…»

Faccio un cenno con la testa all’altro secondo. Quello fa un sogghigno ironico e si gira dall’altra parte. Non so come mi abbia preso le misure, ma ha capito benissimo che ho capito benissimo che sono fottuto.

«La dottoressa Ceccarelli l’avete già conosciuta e il testimone, il signor…» si blocca, incerto.
«Andreani. Cioè, Valentino» dice l’uomo, tendendo la mano «non ho parole per ringraziarvi di tutto questo, ragazzi. Conta tantissimo, veramente»

Il vecchio paggio e Luca tirano fuori le spade, parlottano tra loro, le soppesano, le consegnano ad Atza e a Poldin. Entrambi iniziano a rotearle per i fatti loro, distanti. Ario va in macchina, tira fuori due calici di ferro e una bottiglietta di Ferrarelle.

«Prima di iniziare, il rituale di purificazione celtico deve avere luogo» sancisce, appoggiando i bicchieri sul prato e aprendo la bottiglietta di Ferrarelle «i due sfighi devono bere e giurare onestà al Dio… Dio Thor»
«No, un momento» fa il pranoterapeuta «gradirei prima sentire il contenuto della bottiglia»
«Prego, prego» dice Ario, versando nel bicchiere. L’uomo beve, se la rigira in bocca, ci pensa, deglutisce annuendo e restituisce il bicchiere ad Ario: «È acqua» sentenzia.

I due duellanti si avvicinano. Prendono i calici, si guardano bene dal brindare, bevono e buttano a terra i bicchieri vuoti.

«Possiamo iniziare?» fa il visconte Poldin.
«Non ancora» scuote la testa il suo padrino «c’è troppa poca luce. L’alba sorgerà tra pochi minuti. Pazientate»

I due gruppi si separano alla spicciolata. Poldin si chiude in macchina, Atza si mette vicino a dei cipressi con Valentino, Luca e Ario. Clelia mi raggiunge sorridente.

«Tu hai fatto testamento? Sei donatore?»
La ignoro.
«Dico perché potresti fare il bel gesto, in facoltà abbiamo quasi solo vecchi flosci» dice, tastandomi il braccio «senti qua. Tanto lavoro e rinunce è peccato buttarli, no?»
Silenzio.
«Voglio dire, il cervello va nei rifiuti subito, ma tutta la muscolatura e il sistema ner
«MA CHE SBORO» sbotto, tirando via il braccio «hai finito, psicopatica?»
«Nah, questi sono i preliminari. Inizio quando te starai lì disteso a gorgogliare sangue. Hmm… ci pensi?» mugola fingendo eccitamento sessuale.
Se ne va ridendo.

 

I am the busIo guido il bus in un cortometraggio su Clelia e la sua famiglia.

 

Come siamo giunti qui? Forse il punto è il Verdi. Una locanda al limitare di un ponte che collega adolescenza e maturità. Alcuni si fermano a prendere fiato per poi proseguire, noi invece siamo rimasti lì dicendo che ci saremmo andati domani e a furia di ripeterlo abbiamo visto gli ultimi della nostra generazione partire e quelli della nuova arrivare. Sempre seduti lì. Sempre meno felici, sempre più incattiviti e imbarazzati verso il mondo esterno. Volevamo essere giovani per sempre, e ora passiamo domeniche mattine ad assistere a duelli medioevali.

Qualcosa non ha funzionato.

Spunta il sole. Due padrini per parte coi secondi, duellanti al centro, Valentino distante che vigila, Clelia con la borsa in mano appoggiata al muro di fianco al medico. Senza nessun segnale, allargano le gambe e mettono la mano sinistra dietro la schiena, le sciabole che si toccano. La luce, il posto, la fotografia, sono di una bellezza senza tempo e di un ridicolo mai eguagliato.

Partiti.

Poldin scosta con violenza la sciabola di Atza e dall’alto cala due-tre fendenti che Atza para, indietreggiando con posa da manichino Standa. Affondo basso del visconte altezza palle, Atza scatta all’indietro proteggendo con metallico furore il suo secondo cervello. Poldin svela così alla platea la sua aggressiva maschia vitalità, ma manovrona barbatrucco stuprabomba di Atza che dal basso ruota la sciabola verso l’esterno accompagnando l’arma del visconte fino in cima, le lame fanno SWIIIIN, ora balza in avanti con un affondo brutal death norwegian dickwood. Poldin para, indietreggiando patetiplastico. Atza punta quella faccia di cazzo ma egli seguita a parare con atletico charme, c’è disprezzo, c’è disgrazia, c’è ‘a tarantella, colpo su colpo, ora affondi pallocentrici che Poldin para, ripara, tenta il magic shot di Atza e si saltano uno addosso all’altro, fianco a fianco, non si capisce che cazzo s’ammischiano, scappano via. Pausa. Secondo assalto di Poldin, aggressivo, prepotente, masculo, fendenti protonici diretti verso lo sputafigli di Atza con chiari scopi mutilatori. Solita rotazione di Atza ‘sto giro con TRAPPOLONE ignobile! Atza gli si getta contro tenendo la propria sciabola all’altezza del petto interrompendo la rotazione, il visconte nulla può contro questo sprezzante atto di fallocratico maschilismo segno di società patriarcale retrograda scopa-in-cucina e vi impatta. Gemito. Poldin indietreggia con una smorfia di dolore, la sciabola cade, si tiene il petto, crolla in ginocchio, sangue a fiumi, Atza alza le braccia al cielo come a impugnare i testicoli di Dio e lancia un urlo di trionfo annacquando all’istante ogni mutandina Tezenis nel raggio di molte miglia.

Durata totale, venti secondi se va bene.
Siamo paralizzati.

«FINISCILO!» urla Clelia «FICCAGLIELA NELLA PANCIA E STRAPPA, SVENTRALO!»
Ci giriamo tutti verso di lei.

Per un attimo resta lì, poi scuote la testa, prende lo zaino e cammina depressa fino al visconte. Si china, scosta la camicia, osserva tutto attorno.

«Visconte Poldin, lei ha perso» dice «se il disonore è troppo grande può togliersi la vita. Regalerebbe uno splendido aneddoto e anni di fantasie erotiche al genere femminile, oltre che dare un fulgido esempio di nobiltà. Desidera farlo?»

Poldin scuote deciso la testa, sudato fradicio.

«Uffa, dove sono gli uomini di una volta?» scuote la testa Clelia, armeggiando nello zaino e tirando fuori due guanti e un flacone con su scritto Betadine.
«Si saranno estinti in ‘sta maniera, suppongo» commenta Luca, osservando da sopra.
«Un orgasmo vale una vita umana»

«Sto male» ansima il visconte.
«Non è niente di grave, coso, ma ci andranno dei punti» fa Clelia, prendendo delle garze e imbevendole di disinfettante, poi versandoglielo sul petto.
«Non… mi fa male lì»
All’improvviso lei si fa seria, cambia tono di voce, allarga le mani per allontanarci: «Come no? Dove?»
«La pancia» geme lui «mi fa male la pancODDIO» urla, poi con un ruggito mostruoso si caga addosso. Atza, dietro, scappa dietro gli alberi che prima ammirava.

«Tranquilli raga, tutto previsto» dice Ario «gli ho messo tutta la boccetta di Guttalax nell’acqua, l’idea era fare una sfida su chi si cagava addosso prima»

 

1001273_2144325655622674_415924540_nIl romanticismo.

 

«COOOOSA?!» urla il padrino «AVETE AVVELENATO I CONCORRENTI?!»

«Chiaro, lasciavo uno dei miei amici ammazzarsi? L’idea m’è venuta a casa di Simba. Il duello comunque è valido»
Dal culo del visconte deflagra una possente scarica di diarrea. Clelia nemmeno se ne cura, presa com’è a pulire la ferita.

«Tenetelo fermo» dice.
Valentino, con un’espressione d’incredulo disgusto, si china e blocca le braccia del visconte. Altra scarica.

«Assolutamente no! Questa è un’irregolarità gravissima, il duello va rifatto!»
«E come? Il tuo capoccia s’è cagato addosso, Atza pure, c’è merda dappertutto… oh, a proposito, il medico magico dov’è?»
«L’ho visto andare tra i cespugli» fa Valentino, indicando con la testa.
«Combatteranno i secondi! Signor Tranquilli…»
La mia schiena diventa una scultura di ghiaccio.

Lo sfigoboy è a un metro da me. Afferro da terra la sciabola del visconte, poi scatto indietro. I paggi son gente onorevole, cavalleresca e che sa usare le spade, ma io sono di Mestre periferia. Quando capiscono il mio intento è troppo tardi. Sono già planato in scivolata sulla sciabola di Atza, ho preso anche quella e le tengo ben salde in mano. Tranquilli m’è corso dietro e si ferma.

«Hahaha stronzo, a frocio, e adesso?» dico.
«Dammela»
«Vieni a prenderle, gna ha haha»
«E’ una cosa seria»
«AAAARRRH» urla il visconte.
Altra merda.

 

 

 

Epilogo

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Leonora, Giulia e Francesca sono protese sul tavolo a bocca aperta.

«E quindi?» fa Francesca.
«Basta. Ognuno per la sua strada, la lesbopsicopatica è tornata alla sua tesi a Trieste, il visconte ha fatto sapere che non frequenterà più i draghi gialli in quanto disonorevoli, fine» dico, bevendo.
«Ma come fine, e ‘sta Sabrina? Atza?»
«Non so» dico «non li sento da quella sera. A proposito, ma il testimone?»
«Ah, quello, storia pazzesca» gongola Ario «in pratica quando l’ho mollato a casa s’è messo a frignare di nuovo ringraziandomi tantissimo, scambio di numeri di telefono, abbracci. Gli ho chiesto ‘cazzo aveva e lui mi ha raccontato tutto»

«Non so se sono pronto» geme Luca «sembrava una brava persona»

«Sì, sì, ma in pratica lui è un imprenditore o roba simile, no? C’ha il miglior amico pezzente che tipo tre anni fa gli chiede un prestito, somme grosse. Lui cala. Poi l’azienda va in crisi ma galleggia, senonché a ‘sto Valentino nasce la seconda figlia con una malattia imputtanata, cure costose a sbrega. Gli serve cash, lo chiede indietro all’amico ma quello dice di non averlo, poi su Facebook lo sgama che va in vacanza a Kiev a giuocare a chiava la slava. E mi ha spiegato che voleva ucciderlo a coltellate, l’amico sta proprio in via Torino»
Ho la faccia coperta dalle mani.

«Però s’è cacato sotto, è stato lì a pensarci e sono arrivato io, gli ho detto del duello e s’è pensato “ghe sboro, tanto in galera ci vado comunque”. Oh, aveva pure il coltello dietro, eh? Quando ci ha visti fare tutte ‘ste stronzate ha capito che non sarebbe mai stato capace di fare una roba del genere e ha deciso che invece di ammazzarlo proverà a denunciarlo. Mi ha promesso che una di ‘ste sere ci beviamo qualcosa insieme»

Atza è una settimana che non si fa vivo, non risponde al telefono e al comune s’è dato malato. Per vie traverse abbiamo saputo che Sabrina l’ha calata.

Fine

 

Al primo sangue (2/3)

birra

Per far sì che questo massacro da crisi di mezz’età possa svolgersi secondo regole probabilmente vive solo nella sua testa, Atza e il visconte Pompin hanno bisogno di due padrini a testa, un secondo, un testimone e un medico

«…ma a quello ha già detto che ci pensa il visconte Poldin» spiega Atza.
«Ah, ora sono più tranquillo» dico.

I padrini dei ritardati mentali devono accordarsi sul luogo, le modalità, scegliere l’arma e conservarla con cura fino al momento del duello. Il secondo, invece, è una specie di sostituto. Normalmente non fa nulla, ma ci dev’essere in caso il duellante non sia in grado di combattere o di proseguire.

«Ok, io e Luca padrini, Nebo perfetto come secondo, è fisicato» dice Ario.
«COOOOOSA?!» sbotto «Manco so tenere una spada in mano, imbecille, che me ne faccio del fisico!?»
«Questa dovrebbero scriverla sotto tutte le palestre del mondo» sospira Luca.

Le mie pavide proteste non attecchiscono. Mi getto in una razionale spiegazione sul perché tutto questo è delirante. Al tavolo vengono tirati in ballo i più sacri valori di amicizia, fratellanza, debiti, droga. Quando Atza spiega che il secondo è pro forma e che io servo solo per far bella presenza, cedo. Il testimone sarà una persona di assoluta fiducia di Ario.

Questo tranquillizza tutti.

«Noi possiamo venire?» fa Lucia con una strana luce negli occhi.
«Escluso, non sono cose da fiche» scuote la testa Atza «e p
«NOI VENIAMO QUANT’È VERO IL CRISTO» ulula Francesca, pallida.
«Ohè, cos’è ‘sto tono? Agorafobia da esterno cucina?» tuona Ario, infastidito.
«Tu… voi… non avete idea di cosa sia tutto questo per una donna» ansima Francesca «io spero ‘sta Sabrina sia un pezzo di fica imperiale taglia 34 scartata da Victoria’s secret perché troppo bella»

«Ecco, benissimo» dico, massaggiandomi le tempie.

«Quante oggi possono dire che due uomini hanno combattuto per lei a spadate!?» ringhia Francesca «È tipo la cosa più arrapante dell’universo! Pensa se uno crepa, questa potrà raccontare per tutta la vita c-che… oh, Dio, basta, o mi si sono rotte le acque o non devo pensarci»
«E se quello che vince è un cesso? Non esiste» obietta Leonora.
«Chissene, sei pazza? Se non gliela dai dopo un duello non meriti di essere donna. Poi magari amici come prima, ma dargliela è un dovere morale»
«Se m’hai ferito o ammazzato il moroso e pensi sia una buona idea calarti i pantaloni in assenza di testimoni sei un povero coglione» sibila la mia soave educanda «ti ficco il braccio così dentro al buco del culo che diventi Dodò e l’albero azzurro»

«MA VI RENDETE CONTO!?» grida Francesca «un duello con le spade nell’epoca di nerd sfigati mammina papino playstation e frullati proteici?! È roba da tempi in cui la gente si guardava bene dal far commenti per strada, pesava ogni parola, aveva rispetto di tutti! La cavalleria, il darsi del lei, i vestiti curati, le feste…»
«…e voi che non potevate votare. Sì, bei tempi. Ora levate il vino alla zitella irrancidita e passiamo alle cose pratiche» dice Luca.
Ha ragione.

 

 

Leonora e io118920d1250602171-funny-strange-random-pics-untitled2

La mia mattinata passa con io che telefono a tutti i laureandi o specializzandi in medicina per riuscire a trovare qualcuno disposto a seguirmi. Sarei tentato di contattare ex colleghi di mio padre, ma data la duplice carriera del mio vecchio non posso rischiare di contattare un radiologo che risponde “qui tenente colonnello Santini” e io che gli spiego di dover partecipare a un duello medioevale. Preferisco la gente pensi che mio padre ha lasciato dietro di sé un figlio sano di mente. Già è un sollievo che non debba assistere a licenziamenti, denunzie e youtuber. Leonora raccatta Clelia, “laureanda a Trieste superbravissima guarda tiggiuro” con fatalità specializzazione in ginecologia “ma non è come pensi tu”. Significa che al 90% hanno giocato al dottore sfatte di rum. La dottoressa in pectore arriva in stazione nel primo pomeriggio. Scende dall’interregionale alta un metro e sessantacinque, minuta, mora, occhi nocciola, capelli lunghi e tette discrete.

«Non è come penso io, eh?» ringhio.
Leonora la saluta sorridendo da distante, parlando a denti stretti: «Non abbiamo fatto quasi niente, poi è la cosa più simile a un medico che abbiamo per quei ritardati dei tuoi amici, silenzio»
«Spiega “quasi niente”»
«Festa erasmus al Mandracchio, ubriache, casa mia, vaffancuTESORO!» esclama la mia fedele consorte, correndole incontro. Si abbracciano. Clelia si stacca e mi squadra.

«’sto pelato è il tuo dildo?»
Una vita normale, il mio regno per una vita normale, penso.

 

 

Ario e Luca74307_64BJGZV6GC5WZO6YLUBYRZUFDY8PBR_dscf1688_H133641_L
Il campanello di casa ronza alle sei e mezza di mattina. Luca abbandona a fatica il calore corporeo di sua moglie. Scivola nella vestaglia da camera di pile, preda da me conquistata al mercatino, rietichettata “Armani” e regalatagli per nuova al suo compleanno. Apre la porta, trova Ario col vestito del matrimonio. Si guardano per qualche istante. Luca torna dentro e Ario lo segue.

«Vuoi un caffè?» sbadiglia Luca.
«Cappuccino, poca schiuma» fa Ario, stravaccandosi sul divano «con lo Zymil, o non garantirò l’agibilità del cesso. Poi torta, biscotti, quello che hai»
«Non ho manco lo Zymil»
«Meglio, mi sturo. Poca schiuma o l’effetto moltiplica in proporzione, tiro scorreggie che lancio le ciabatte»
La moka va.

«Nel frattempo spiegami perché ti sei messo il vestito del matrimonio» fa Luca, grattandosi la barba «e perché dobbiamo fare ‘sta sceneggiata a casa mia»
«Vuoi che riceviamo i padrini in tuta dell’Asics nel mio appartamento a Marghera, magari con mia moglie che russa? Non farmi il provinciale. Anzi, vestiti, qui faccio io. Mi raccomando, completo»
«È domenica, bestia. Domenica il completo lo mettono solo i contadini»
«Fai come ti dico o sveglio tua moglie con una sborrata in fronte chiamandola Simba»

Luca, padrone a casa sua, non cede e indossa pantalone, camicia, cravatta e maglioncino fighetto mentre Ario sorbisce il caffè macchiato. Lo abbandona per andare in bagno. Luca fa il primo sorso di caffè quando alle sue spalle esplode un urlo femminile e una porta che sbatte.

«Amore, che succede?» fa Luca.
«SUCCEDE CHE C’È ARIO VESTITO DA SPOSO SEDUTO SUL CESSO DI CASA NOSTRA CHE PIPPA COCAINA SU FAMIGLIA CRISTIANA ALLE CINQUE DI MATTINA, LUCA, ECCO COSA SUCCEDE»
«Cos…?» sbianca Luca «cosa fa?!»
«E basta urlare, porca madonna, non mi viene se gridate!» bercia Ario dal bagno.
«HA BESTEMMIATO!» grida la moglie.
«Ma por… Ario, mia moglie è cattolica!»
«Lesbica?» tenta Ario.
«CATTOLICA, NO LESBICA!»
«E cosa me ne frega? Sto facendo un pippotto, mica una messa negra»
«Amore… tesoro, scusalo …» flauta Luca alla porta sbarrata della camera da letto.
«COSA CI FA QUELL’ANIMALE IN CASA NOSTRA?!»
«E-eh… ti avrei spiegato, ma…»
Il campanello suona.

«ODDIO LA POLIZIA» grida la moglie di Luca.
«CAZZO I VISCONTI» sbotta Ario, spalancando la porta con le braghe abbassate, il naso sporco di bianco, una nube di tanfo mefistofelico e un wc glassato di merda da cui spunta la pagina “i nostri bambini e il catechismo”: «PULISCO DOPO, VIA, VIA, APRI AI VISCONTI»

«Luca, dimmi subito chi è alla porta o telefono a mia madre!» urla la moglie.
«N-non è la polizia»
«Chi è?» fa Ario al campanello, sempre in mutande.
«Siamo i paggi del Visconte» rispondono.

«SONO I GAGGI DEL VISCONTE BUCCHINO» strilla Ario «DI A SIMBA DI TACERE E CORRI QUA, RAPIDO!»
«Simb… tesoro, ascolta, non arrabbiarti» fa Luca, appoggiato alla porta «adesso resta lì, poi ti spiego»
«Devo andare in bagno, è libero?» domanda lei.
«LUCA DIOCANE COME SI APRE IL PORTONE?»
«HA BESTEMMIATO ANCORA!»
«I-il bagno…» suda Luca, osservando l’orrore davanti a sé «il bagno…»
«MADONNA PUTTANA DEI SETTE PUGNALI, LUCA, COME SI APRE IL PORTONE?»
«AAAH!»

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Luca.

 

Uno è sulla sessantina, capelli grigi, aria poco sveglia, mediamente elegante. L’altro è sulla ventina e potrebbe essere il nipote. Capelli con la riga in parte, maglione girocollo con camicia bianca, brufoli. Ha sottomano un pacco lungo avvolto in una stoffa verde militare. In casa l’odore è nauseante.

«Scusate, ho qualche problema con le tubature» fa Luca.
Ario tira su col naso.

Si accomodano in salotto. Rifiutano il caffè, gradiscono un bicchiere d’acqua. Dopo convenevoli minimi il pacco viene aperto e vengono mostrate due sciabole. La lunghezza è di circa un metro, lucide, con quella roba che ti ripara la mano. Somigliano vagamente a quelle dei pirati.

«Valutate e scegliete» dice il padrino giovane «è un vostro diritto. Come sapete, dovrete averne massima cura fino a domattina, o quando decideremo il duello avrà luogo. Poi le ispezioneremo insieme in presenza dei visconti»

Ario ne prende una. Tocca la lama.
«Che sboro, taglia» dice.
«Sono state fatte affilare dal Sabbadin, il miglior arrotino di Venezia, che serve la famiglia Poldin da molte generazioni. Le ricordo, tuttavia, che la lama va toccata il meno possibile affinché non si ossidi. Sono sciabole costruite con tutti i dettami d’epoca»
«Uhm… questa?» fa Ario, porgendola a Luca.

Luca è sudato. Forse tutto non era sembrato vero fino a quel momento. Forse sembrava solo un bello scherzo, o una farsa patetica di un trentenne in crisi d’identità. È incredibile come la sola presenza di un’arma sia in grado di cambiare l’intera percezione di una situazione. Forse in noi è radicato qualcosa a livello inconscio che suona pericolo ogni volta che vediamo lame oltre una certa dimensione, pur non avendone mai visto gli effetti nella realtà. Forse è solo abitudine a vedere strade di cemento, giacche di ecopelle, bicchieri di plastica e pensieri in cristalli liquidi, ma c’è qualcosa di poderoso nei materiali grezzi. Terra, cuoio, pietra, ferro, legno, hanno un alone di crudeltà e bellezza che non siamo più abituati a vedere. Atza è davvero disposto ad affrontare un uomo adulto che tenta d’infilargli quello spiedo in pancia? È davvero tanto coglione?

«Direi che va bene» mormora.
«Ottimo. Dunque, secondo tradizione, il duello deve svolgersi all’alba, naturalmente in un luogo isolato e distante da sguardi indiscreti» fa il vecchio.
«Zero pare, sono il Re della zona industriale» gongola Ario «vi porto dietro la Italchem, abbandonata da anni, il cortile puzza che è una cacatoio ma di lì non passa neanche la polizia, all’alba i travoperuviani hanno sgombrato, tutto nostro»
I due paggi ridacchiano.

«Che c’è?» fa Ario.
«Bè, sebbene l’opzione da lei proposta sia valida, a livello di estetica converrebbe più un paesaggio… naturale. Esteticamente gradevole e rilassante»
«Perché?» domanda Ario.
«Bè, perché…» sorride l’anziano, guardando il più giovane.

«Perché se va male è un bel posto per morire» sussurra Luca, sedendosi.
«…ecco» allarga le mani, compito, il vecchio.
Silenzio.

 

 

«MADONNA SANTA, MA… CHE SCHIFO È?!» urla la voce della moglie di Luca «MA S’È PULITO IL CULO CON FAMIGLIA CRISTIANA?! LUCA, È ANCORA… QUESTA È DROGA?! LUCA, QUESTA È DROGA!»

Al tavolo nessuno muove un muscolo.

«Tranqui raga, è borotalco» sdrammatizza Ario, sistemandosi il naso «quindi parco della Bissola?»
«Noi pensavamo più a XXXXXXXXXXXXXX, dietro la villa. All’alba non c’è nessuno e l’atmosfera è perfetta. In alternativa c’è il giardino del visconte Poldin, ma non sarebbe corretto dal punto di vista psicologico»
«Dietro la villa va benissimo» fa Luca, guardandosi alle spalle e temendo l’apparizione della moglie.
«Allora siamo d’accordo» dicono i paggi, alzandosi.
«Una cosa» fa Ario «Atza è uno che, insomma, metal, quelle menate lì, vuole farla alla celtica»
«Alla celtica?» domanda il vecchio.
«Alla celtica?» domanda Luca.
«Sì, niente di diverso, solo che prima in segno di rispetto guerriero e tutte quelle merdate i due sfighi bevono da dei calici vecchi tipo ferraglia goth, credo sia per venerare il loro Dio del metal zombie»
«Alcolici?» sgrana gli occhi il vecchio.
«No, macchè, acqua, porto la bottiglietta di Ferrarelle»
«Ah, allora non c’è problema. Ci vedremo domattina al sorgere del sole a XXXXXXXXXXXXXXXX, dunque»
«Sette e mezza» taglia corto il ragazzo «noi portiamo il medico, il dottor Fortunelli. Voi?»
«Stiamo provvedendo»
«Avete il secondo?»
«Certo, è un uomo di grande esperienza»
«Molto bene. Riguardo al testimone…?»
«Ce l’ho io»
«D’accordo, allora. Arrivederci»
Escono, compìti come sono entrati.

Nel salotto il silenzio pesa. Luca si siede sul divano e si accende una sigaretta. Ario giocherella con la sciabola sul tavolo.

«Forti, i gaggi» dice.
«Ario» espira Luca «questi fanno sul serio»
«Hai visto il rolex? Vero, eh, no patacche»
«Ario!» latra Luca.
Lui molla la spada e lo fissa.

«Questi. Fanno. Sul serio»
Sulle labbra di Ario si dipinge un sogghigno.

(continua e finisce lunedì mattina)