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05. Cora

[01.Newton era un precario] – [02. Ralph Lauren] – [03. Donne]
[04. Se vuoi vedere il temporale]

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Sotterranei della Casaleggio Associati.

Lucrezia Banana ha le mani che le coprono il viso. Franco Molinari, responsabile della comunicazione M5S seduto al suo fianco, piange. Il portavoce del portavoce, noto blogger ex berlusconiano, assapora con attenzione una caccola appena estratta. In piedi ci sono quelli del meetup. Sudano senza proferire parola, nervosi come la coda del cane al ristorante.

«Spararvi è illegale» mormora Lucrezia dietro le mani che le coprono il viso.
«V-vostra magnificenza, lei comprenderebbe meglio i nostri intenti se potes
«E FALLO!» urla Lucrezia, battendo i pugni sul tavolo così forte da far sobbalzare tutti «FALLO, IDIOTA! FALLO! SPIEGAMI!»

Quelli del meetup stringono le spalle così tanto da sembrare appendini.

«L’idea era far vedere che i nostri parlamentari non si fanno problemi a fare i lavori più umili»
«Quelle persone rappresentano lo Stato» sibila Lucrezia, gli occhi nocciola che spruzzano odio.
«Sono i nostri dipendenti» sbuffa una ragazza del meetup. Lucrezia afferra una tazza di caffè e gliela scaglia in faccia, prendendola in pieno. Nessuno muove un muscolo. La ragazza gocciola caffè immobile, verde come la merda di rana.

«No» espira Lucrezia, le unghie che grattano il tavolo «sono i nostri rappresentanti. La nostra è una democrazia rappresentativa. Quegli uomini sono l’immagine dello Stato, che non è il governo e non è il popolo. Il popolo è merda. Il governo è merda. Lo Stato è Dio»
Gelo.

«B-Beppe non ha detto così» fa il portavoce del portavoce, confuso.
«Byoblu, la prossima volta che nomini Beppe qui dentro mando la tua cronologia Internet alle sentinelle in piedi»
«S-scusi»

«Non starò qui a spiegare a voi piattole cos’è lo Stato, perché non avete abbastanza sinapsi per concepirlo, ma siccome siamo comunque scimmie posso usare l’istinto per farvi capire i principi base della giungla» dice Lucrezia, prendendo delle foto «questa è la faccia dello Stato Islamico»

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«Questa della Russia»

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«Questa degli Stati Uniti»

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«Questa è la faccia della Francia che scopa modelle e dichiara guerra alla Libia»

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«Questa è la faccia della Francia che scappa in motorino da casa dall’amante e “non sa com’è potuta succedere” la strage di Charlie Hebdo»

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«Questa è la Germania»

German Chancellor Angela Merkel attends her first cabinet meeting after her summer vacation at the chancellery in Berlin, Germany, Wednesday, Aug. 14, 2013. Chancellor Merkel and her ruling coalition of the Christian parties and the Free democrats faces national elections on Sept. 22, 2013. (AP Photo/Markus Schreiber)

«E ora, grazie alla vostra splendida idea, vi presento la faccia del Movimento 5 stelle»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un barlume di consapevolezza si fa strada nelle teste obnubilate dei presenti. Teste e occhi si abbassano. Labbra vengono mordicchiate. Aria viene trattenuta nei polmoni. Testicoli risalgono fino in gola. Con un sorriso smagliante, Lucrezia si distende sulla sedia: «Ebbene, ditemi: con l’Italia in pericolo, l’economia a troie, il lavoro che manca e una drammatica mancanza di valori, idee e leadership, è stata una buona idea mettere dei potenziali capi di Stato a servire margherite e birre medie

 

1273162512377…mmm?

 

 

 

«E-effettivamente n
«ECCO, EFFETTIVAMENTE NO, NON È STATA UNA BUONA IDEA, POSSIAMO DIRE CHE È STATA UN’IDEA DEL CAZZO COME NON SE NE VEDEVANO DAI TEMPI DI FRANZ REICHELT CHE SALTA DALLA TORRE EIFFEL COL VESTITINO PARACADUTINO, SI? POSSIAMO DIRLO?» esplode Lucrezia, scattando in piedi.

«schwvzsì» biascica la tizia del meetup, ormai senza collo da tanto è incassato nelle spalle.

«POSSIAMO DIRE CHE AVETE COMUNICATO AL PIANETA TERRA “CIAO, SIAMO DEI CAMERIERI CHE VOGLIONO DIRVI COME FAR FUNZIONARE UN’AZIENDA CHE FATTURA MILIARDI”, POSSIAMO?»
«Frblmfz»
«Mrglvbd»

«Se vogliamo sperare di recuperare un minimo dei consensi che voi e la vostra ciurma di coglioni avete fatto vaporizzare, d’ora in poi non prenderete più mezza iniziativa. Non parlate, non pensate, non respirate se non ve lo dico io. Là fuori si sono resi conto che hanno messo in parlamento dei disoccupati incapaci, cerchiamo di farglielo dimenticare invece di rimarcarglielo. Ora tutti fuori dai coglioni» conclude Lucrezia.

Il gruppo lascia la stanza.

Eravamo appena risaliti, Cristo, pensa osservando le proiezioni dei sondaggi.

 

 

 

 

Roma, San Baba, casa Banana

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Nick, con addosso ancora la camicia di flanella, jeans e scarponi di fango, si fa largo nel cortile tra sconosciuti. Gaetano Ciconte lo insegue, guardandosi attorno estasiato.

«Mio Dio, sua moglie ha un gusto eccezionale!»
Attraversano l’androne.

«Nick, tesoro!» esclama una voce dal fondo del salone.
«Tieni la mano sul portafogli e assicurati di avere la patta ben chiusa» mormora Nick a Gaetano.
«Perch

Quarantacinque anni, ma potrebbero essere trenta portati male. Sinuosa, una scollatura su una quarta di silicone, capelli mori raccolti in uno chignon, zigomi scolpiti, collo lungo incorniciato da un filo d’oro con uno zaffiro, vestito blu e sandali Yves Saint Laurent. Cora attraversa il salone con passo rapido e studiato, occhi grandi e neri che squadrano i due uomini, si soffermano su Nick e si annoiano.

«Quella è sua moglie?!» soffia Gaetano appena la vede, afferrando al volo un bicchiere di champagne da un tavolino e bevendone metà.

«La tua crisi di mezz’età è così lumbersexual» geme Cora, arrivando davanti ai due.
«Dobbiamo parlare»
«Presentami il tuo amico, almeno»
«Gaetano Ciconte» fa lui, porgendo la mano. Nick gliela afferra al volo, abbassandola prima che Cora possa stringerla: «Riduciamo i convenevoli al minimo. C’è un posto dove possiamo parlare?»

Lei lo squadra col sopracciglio alzato: «Però la montagna t’ha fatto bene, sei in forma»
«Hai ricevuto l’assegno?» fa Nick, piatto.
«Certo»
«Bene, teniamo questo tono di conversazione. Il mio studio c’è ancora o l’hai trasformato nel trentaseiesimo armadio?»
«La squallorstanza c’è ancora» fa lei «solo Dio sa quanto vorrei trasformarla in un giardino invernale, ma è ancora lì. Intonsa»
«Andiamo lì. Ciconte, marsh» fa Nick, sorpassando la ex moglie e inoltrandosi nella casa e poi per le scale. Cora scuote la testa, prende due bicchieri e li segue.

 

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«Spiegami» dice Nick, sedendosi alla scrivania.
«Cosa vuoi che ti spieghi? Lucrezia è grande e sa badare a sé stessa» fa Cora «un genitore deve sapere quando lasciare che i figli lascino il nido»
«MA COSA CAZZO TI I
«Quello è di Tiffany?» interrompe Ciconte.
«Cartier. Una cosina disegnata su misura» sorride Cora, toccandosi il collo.
«Splendida. Poi la luce primaverile dona agli zaffiri una lucentezza pura, non eccessiva. Il lusso dev’essere un sussurro. E il profumo? Potrei sbagliarmi, ma è Florabotanica di Balenciaga»
Cora sgrana lievemente gli occhi, le labbra si increspano in un sorriso: «Bravissimo!»
«Oh, una sciocchez
«VI DISPIACE se torniamo a mia figlia, cicisbei da voliera?» sbotta Nick.

«Scusi»

«Tesoro, Lucrezia è come Paola. Vanno via, prima o poi. Affrontano il mondo. Non puoi fare come quegli imbecilli che ficcano a forza in mano ai figli il pallone sperando diventino quello che volevano essere loro. I figli sono persone, non gettoni per continuare la partita. Lucrezia ha scelto la sua strada»
«Che fatalità conduce alla distruzione sua e del paese»
Cora guarda il bicchiere, poi alza un sorriso di sfida: «Chissà da chi ha preso, hm?»

 

ooooh

 

«Comunque» fa Cora, con lo sguardo che si pietrifica «da Le Rosey è tornata diversa. Parlava poco, nessuna amica né fidanzati, mai una richiesta di avere un’auto, un vestito, mai un sabato fuori. Ha passato un anno chiusa qui dentro, come te. Poi è entrata in RAI, Dio sa come. Quando l’hanno licenziata è sparita. Io ti sconsiglio di cercarla, perché lei non vuole avere niente a che fare con te. Cazzo, sai cosa? Adesso che ti vedo mi rendo conto che non lo voglio nemmeno io» conclude Cora, alzandosi. Gaetano, per educazione, si alza anche lui. Appena Cora gli dà le spalle lui fa a Nick il gesto di seguirla, ma lui lo ignora.

«Arrivederci, signor Ciconte» fa Cora, sulla soglia «le auguro di trovare amicizie meno distruttive del mio ex marito»

«Sssssse permette, se permette» fa Gaetano, inseguendola «potrei parlare un minuto in privato?»

 

 

Gaetano raggiunge Nick in macchina.

«So cosa stai pensando» fa Nick, accendendo il motore «come ho fatto a sposarmi quel barracuda. Di cos’avete parlato, shopping o arredamento?»
«Lo zaffiro è blu, un colore che trasmette fiducia ed eleganza, ma anche un romanticismo di fondo» fa Gaetano.

«Io non so quanto reggerò queste cazzate da psicopatico» geme Nick.

«Non è il rosso passionale del rubino, il distacco verde dello smeraldo o la sfacciataggine del diamante. Lo zaffiro è una bambina che non s’è arresa. Abbinato all’oro, poi, segno inequivocabile di una donna che non ha paura di sembrare matura, altrimenti sceglierebbe l’oro bianco. O il rosa. Poi il profumo! Non Infusion d’Iris di Prada, che tiene la nota portante di bosco. Sua moglie ha scelto fiori e la nota di chiusura speziata»

«Interessantissimo» fa Nick, svoltando senza sapere dove andare.

«Tiene i capelli castigati, copre le cosce ma porta i tacchi con la leggerezza dell’abitudine e sceglie YSL, non Gucci. YSL sa vestire i piedi di una donna, Gucci sa solo coccolarli. E gran finale, il vestito. È di Ralph Lauren, collezione 2013. Non Versace, che veste donne aggressive e sensuali. Non Armani, che veste donne castigate. Ralph Lauren, il simbolo supremo della famiglia. Le boiserie del salone sono in faggio. Perché legno chiaro? Aumenta lo spazio, eppure con le dimensioni di quella casa si possono osare interni più caldi e massicci, come il noce. Il ciliegio, magari. Eppure Cora ha scelto di illuminare ancora di più. Di ingrandire ancora di più, come se il vuoto non le facesse paura. Anzi. È come se il vuoto la attraesse. Credo il divorzio sia colpa sua, dottor Banana»

Nick frena e si gira: «La tua vita dipende da quanto bene giustificherai la frase precedente»

«L’ha ipercoccolata. Cora era ed è una donna romantica, e il valore più grande in cui crede l’ha trasformato in un gioiello da tenere vicino al cuore: lo zaffiro. La lealtà. Se non l’avesse circondata di oggetti, se non l’avesse affogata di apparenza, dandole denaro quando Cora chiedeva sfide, avrebbe avuto un’alleata portentosa. Forte. Fedele. Implacabile. Cora è una di quelle rarissime donne che l’avrebbe seguita a costo di bruciarsi gli occhi e le mani. Invece le ha dato una gabbia dorata a cui si è assuefatta. Dio mio, che spreco ignobile ha fatto» mormora Gaetano, guardando dal finestrino «che spreco spaventoso. Aveva una guerriera, l’ha resa una bambina immemore»

«Scendi dalla macchina» fa Nick.

Gaetano Ciconte tira fuori dalla tasca un fazzoletto di carta su cui sono annotati un indirizzo e un numero di cellulare, poi glielo mette in mano: «Sua figlia è a Milano»
Nick sgrana gli occhi: «E perché l’avrebbe detto a te?!»
«Non saprei. Forse perché anch’io non vedo mio figlio da un sacco di tempo»
«Tu hai un figlio?»
«Er… Sento il bisogno di comprarmi un completo Boggi» fa Gaetano «mi accompagna?»

«Te lo compri a Milano» fa Nick, sgommando «ma da adesso puoi darmi del tu»

[continua]

Dove mi trovate in primavera

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Allora, qualche aggiornamento. Abbiamo mandato il PDF di Nick Banana in giro per avere delle recensioni. I primi a rispondere sono stati Fanpage e Linkiesta, definendolo “una realtà rappresentata in modo spietatamente efficace” e “la satira di Nebo ha il carattere della rivolta“. In edicola lo troverete a fine maggio, se lo volete prima dovete per forza venire

IL 2 E 3 MAGGIO AL NAPOLI COMICON (mostra d’oltremare, Napoli)

Sabato 2 maggio
Dalle 11.00 alle 12.00
io e i miei due compari facciamo i gradassi presso lo stand STAR COMICS (Padiglione 2, blocco AR08).
Dalle 13.00 alle 14.00: incontro col pubblico a cui il mio avvocato ha sconsigliato di andare, ma ci sarò lo stesso. Festone ignorante, copie vendute, cotillon.

Domenica 3 maggio
Dalle ore 11.00 alle 12.00
, autografi e disegni vari allo stand della Star come sopra. Poi mi ficcherò in un ristorante napoletano a sentire che aria tira.
Dalle 14.00 alle 15.00 sarò alla sala Corto Maltese per discutere sul tema “Vaticano, PD, M5S. Semplicemente, riderci sopra” con Pierz e Davide La Rosa. Boh.

 

Dopodiché ci saranno le presentazioni in giro per l’Italia. Si parla di Torino, Milano, Trieste, Benevento e Roma. L’unica data confermata è

IL 6 E 7 GIUGNO AL C4 COMICS MEETS THE WEB (Libreria del fumetto Comic House, Sarzana)

Gli atlantidei m’hanno invitato in Liguria. Giuro. A me. Un veneziano in liguria. Ho chiesto se è perché necessitano ripetizioni di nautica, loro hanno insistito nel dire che è per parlare di web e fumetti. Nel dubbio, alle conferenze mi riconoscerete perché indosserò un giubbotto di salvataggio.

E questo è il calendario. Se voi debosciati avete voglia di vedermi, ora sapete dove trovarmi. Aggiornamenti a seguire.

La canzone di Facebook

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Sunset party, terrazza Molino Stucky, Venezia. Quando lo spritz t’ha stufato, il prosecco è lo schema successivo. Mentre il sole cala, io e la crew del ritardo mentale osserviamo dall’alto la città che presto abbandonerò per trasferirmi a Milano. C’è una bella temperatura, il DJ mette stronzate house che fanno da sottofondo al tintinnare di calici e risate uterine. Turisti ricchi, figli di papà e figa trentenne con l’occhio del cacciatore che all’ora di cena non ha ancora ammazzato il pranzo. Non ero mai stato qui. Complice la bella stagione e il fatto che la polizia ha definitivamente chiuso il Verdi, stiamo esplorando altri lidi. La conversazione langue, abbacinati come siamo dalla bellezza del tutto. Dalle casse parte un remix di Cocciante. La canzone credo si chiami

«Margherita» fa Luca.
«Com’è che la conosci?» sogghigna Atza.
«Mi piace la musica italiana, problemi?»
«Ah, la famosa canzone di Facebook» annuisce Ario «grande testo, profondo»
Mi giro: «Sarà degli anni ’80, cazzo dici?»
«È la canzone di lui che vuole segarsi con le foto profilo di lei, ma non riesce»

 

anigif_enhanced-buzz-1706-1408633704-28La tizia seduta di fianco.

 

«Non rovinate anche questo posto» geme Leonora «vi scongiuro, non qui»
«Sentitelo bene» fa Ario, indicando l’aria come un predicatore mussulmano.

Io non posso stare fermo, con le mani nelle mani,
troppe cose devo fare, prima che venga domani

«Questo è lui col cazzo in mano che guarda i profili Facebook a caccia di figa, chiaro»
«E ti pareva» fa Leonora.
«Lampante, proprio»
«Evidente»

E se lei sta già dormendo, io non posso riposare,
farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare.

«E qui si palesano gli intenti masturbatori, il cazzo è intostato, la preda localizzata»
«Ma perché?» faccio «dove lo vedi, come, quando?»
«Parla dell’erezione, o della moglie che dorme in camera, non importa»

Perché questa lunga notte non sia nera più del nero,
fatti grande dolce luna, e riempi il cielo intero

«Qui lui ha problemi perché la bacheca della fica è impestata di stronzate con immagini new age tipo luna, stelle, frasette sfighe, auguri della buonanotte, arcobaleni»
«Tu sei malato»

E perché quel suo sorriso possa ritornare ancora,
splendi sole domattina, come non hai fatto ancora.

«Per carburare gli serve lei in costume, magari un bel primo piano che sorride per il cumshot, invece è pieno di paesaggi del cazzo, foto delle vacanze, piatti di plastica con le lasagne della nonna, tristume»

E per poi farle cantare le canzoni che ha imparato,
io le costruirò un silenzio che nessuno ha mai sentito

«Lei è una delle stupide che posta le canzoni per mostrare che è sensibile, no? Per cui lui si trova nenie pallose e i filmati youtube che partono in automatico con le foto da desktop che si muovono. È incerto se crearsi una cartella dove scaricarsi le foto e potersi fare la sega in pace senza Masini che salta fuori ogni due scrollate, ma è indeciso, ormai ce l’ha in mano. Che fare?»
Leonora se ne va.

Sveglierò tutti gli amanti, parlerò per ore ed ore,
abbracciamoci più forte, perché lei vuole l’amore

«Ecco, spiega questa» dice Luca, incrociando le braccia.
«Eh, qui non è chiaro» concede Ario «o sua moglie s’è svegliata e lui deve raccontarle cazzate per paglieggiare, oppure più probabilmente ha l’ammosciamento perché la tipa ha scritto le solite puttanate sul fatto che è single perché non vuole abbassare i suoi standard ed è sola come una merda che s’abbraccia il cuscino, tipo le fiche di ‘sto posto»
«Io me le tromberei tutte» dice Atza.
«Queste stanno in riserva, bello, col cazzo che buttano il tuo seme in un goldone. Prima un figlio, poi il culo. Ricordati la regola: o prima dei 25, o dopo i 40» scuote la testa Luca.
«Comunque, dall’anda questa è una hipster vestita da ritardata» medita Ario.
«Andiamo avanti»

Poi corriamo per le strade e mettiamoci a ballare,
perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore, poi

«Te l’ho detto, è una hipster. Ottomila foto di paesaggi con le scritte, amici con la barba da imbecille e tatuaggi sfigati, il sole che tramonta, altalene, giochi per bambini, il trionfo dello shabby chic»
«Scusa, com’è che sai cos’è lo shabby chic?» faccio, incredulo.
«Ho una moglie, coglione. Lo shabby chic è il passo successivo della miseria, quando la vernice spugnata sui muri inizia a non sembrare più una cosa figa, bensì lo squallore immondo che è. Le donne prima ti costringono a trasformare le pareti dell’appartamento in un cottolengo, poi a scartavetrare i mobili. Sposati e vedrai»

Con secchi di vernice, coloriamo tutti i muri, case piccole e palazzi,
perché lei ama i colori, raccogliamo tutti i fiori, che può darci primavera,
costruiamole una culla, per amarci quand’è sera, poi

«Visto?» fa lui, incrociando le braccia «shabby chic in piena. Lui cerca un centrino per fare schizzarello e invece scrolla tendine coi pizzi e tramonti sulle lenzuola, la senti la disperazione?»

Poi saliamo su nel cielo e prendiamole una stella,
perché Margherita è buona, perché Margherita è bella

«Qui ormai l’ha buttata in vacca da tanto ce l’ha duro, dice qualsiasi stronzata scrollando sempre più in fretta, stelle, cielo, luna, vaffanculo tutto, via»
Mi guardo attorno preoccupato qualcuno ci senta.

Perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera,
perché Margherita ama, e lo fa una notte intera perché

«Lo senti?! Senti com’è incazzato? Ha passato il punto di non ritorno, tipo quando torni sbronzo dall’happy hour e ce l’hai di marmo, ti seghi forsennatamente che ti vengono i crampi al braccio ma niente, non ce la fai, allora cambi braccio ma diventa una questione d’onore e…
«Basta, ti prego» dico, notando orecchie che si tendono.
«…e giuri a te stesso che costi quel che costi tirerai la sborrata. Tutto torna, ti dico!»
«Ssst»

Margherita è un sogno, perché Margherita è sale,

«BAM! Il dramma, alla bambina seduta sulla luna che augura buon natale a Gesù Cristo è la rinuncia definitiva. Sentilo, malinconico, lento, capisce cosa deve fare»

Perché Margherita è il vento, e non sa che può far male

«La senti la quiete dopo la tempesta!? Quell’istante che molli l’uccello e sei tentato di dire basta, il braccio fa troppo male. Leggi proprio la sconfitta negli occhi di chi cerca carne e trova puttanate romantiche, aforismi, cazzate grilline? Crollo, senti? Crollo. Il cazzo s’ammoscia, il braccio casca, i sensi di colpa emergono. Senti com’è malinconico, introverso»
«Arioooo» sussurro, facendo con la mano cenno di abbassare il volume.

«MA POI» grida lui, saltando sulla poltrona «occhio che arriva la rivelazione»

Perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia.
Margherita… Margherita… Margherita, adesso è mia

«Ed ecco la soluzione! Con pazienza certosina si scarica le foto sul desktop, capisci? Margherita adesso è sua e la canzone se ne va, sparisce, vedi proprio la telecamera che scappa dalla finestra perché per lui sarà una lunga notte. Dovrà ricominciare tutto da capo, per riuscire nel suo nobile intento»

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Na na nana nana nanaaaa, canta Cocciante sui tetti di Venezia.
Ci sono cose che non cambieranno mai, nella mia vita.

Dio agisce per vie misteriose, incluso il mio impianto idraulico

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Mi sveglio alle 6.30 di domenica dilaniato da coliche intestinali. Nottetempo la donna m’ha scippato le coperte avvolgendosi a mulinello, e siccome in casa lei è sensibile siamo sensibili al surriscaldamento globale, la temperatura interna non supera i 9°. Raggiungo il cesso tremando come Michael J.Fox con un dildo nel culo e un taser nei denti. Mi siedo sulla tazza ancora addormentato e il pene eretto ci si appoggia invece di penetrarvi. Contemporaneamente alla prima scarica dissenterica, un missile di urina decolla rabbioso verso la porta irrorando l’accappatoio appeso. Scatto in avanti per infilare nel wc lo sputafigli, e la seconda scarica mi sorprende alle spalle detonando in uno SPRàH che dipinge cupi arabeschi sulla tavoletta.

Mi blocco così, immobile a metà strada, ansimando vapore di condensa. Effluvi mostruosi conquistano il bagno. Per un istante ripenso all’infanzia, gli Snorky, i puffi, mia madre che mi puliva il culo. Mi siedo piano coprendomi il viso. Singhiozzo, non so se di risate o pianto, e il pene ancora rigido batte contro la maiolica in un ripetitivo TUNG TONG TENG che ricorda un allarme antincendio.

Pulisco la Nutella dell’Isis canticchiando “vivono via da qui, nell’incantata città”.

Terminata l’opera mi ficco sotto la doccia utilizzando una saponetta biologica artigianale che odora di palude, non pulisce un cazzo ma rispetta l’ambiente. Appena il dannato entra a contatto con l’acqua muta in una poltiglia argillosa che si squaglia e precipita nello scarico, ingorgandolo. Tento di rimuoverlo, ma siccome sono così sfigato che mi reincarnerei a Hiroshima nel ’45, faccio peggio. Nel grattare lo spalmo tipo Bostik e sigillo ermeticamente lo scarico. La cabina doccia si riempie e trabocca. Chiudo l’acqua, apro l’armadietto e impugno la ventosa come He-Man la spada di Grayskull, e con la forza, la rabbia, l’orgoglio, la disperazione E LA MUSCOLATURA DI HULK L’IMMENSO PIANTO CON ENTRAMBE LE MANI IL MARTELLO DI THOR NEL SARLACC CH

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Da qualche parte nella casa sento SBLàNF, poi tiro. Dalle viscere delle tubature esplodono capelli, peli, unghie, tarzanelli, pezzi di sapone biologico. Mi sto riesumando, penso.

Finisco, mi asciugo. Sono le 7.05. Posso tornare a dormire. A letto i muscoli si rilassano, le coperte ridiventano calde, tutto tace nella quiete degli uccellini primaverili quando un boato mostruoso sancisce la rottura del quarto sigillo e l’avvento dell’apocalisse. Fuori un rombo subsonico fa tremare muri, finestre, vetri. Al gatto esplode la testa, ma non m’importa. Posso e voglio trapassare qui, al caldo, passando dal sonno alla morte. La femmina che ho accolto in casa per scopi meramente pneumatici si drizza a sedere, non capisce cosa cazzo succede e quindi mi percuote.

«Cos’è?!» urla, evidenziando le vocali a ceffoni «oddìo è il terremoto, amore sveglia, SVEGLIA, È IL TERREMOTO, SVEGLIA»
Apro gli occhi nella tempesta di botte. Ah, come sono sveglio.

«SVEGLIATI! NON SENTI? TREMA TUTTO!»
Acuisco l’udito. Riconosco la causa.
Guardo l’orologio.
Digrigno i denti.

«MA SEI DROGATO, NON LO SENTI?»
«È la crisi di mezz’età del vicino di casa» dico.
«Eh?»
«Ha quarant’anni, s’è comprato l’Harley Davidson. O quello o s’iscriveva in palestra»
«E rompe i coglioni alle sette di domenica mattina?!»

Tengo gli occhi chiusi mentre prego non arrivi il seguito della frase, ma siccome se io mi tuffassi in un barile di sigari ne emergerei con uno stronzo in bocca, puntualmente

«Vai a dirgli qualcosa, no?»

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Braghe della tuta, felpa rossa, montone, occhi abbinati alla felpa. Non c’è nessuno, solo una moto accesa. Aspetto, osservandola. È il solito reggipalle che tanto piace a noi scrotocefali. A me le moto fanno cagare. L’unica eccezione sono quelle anni ’30 e ’40, che effettivamente mi arrapano. Per il resto sono un fan delle quattro ruote. Avessi il cash peso mi comprerei una Lamborghini decappottabile, non questa roba qui. Sopra di me si apre una finestra.

«Vuole spegnere quella roba?!» grida un uomo «lo sa che ore sono?!»
«Non è mia» dico.
Si guarda attorno: «No? E di chi è?»
Mi guardo attorno anch’io: «È… del vicino»
«EH, DEL VICINO» fa quello, incazzato a faina «LA SPEGNE O NO?»

Si apre un’altra finestra.
La moglie.

«M’HA SVEGLIATO IL BAMBINO, È CONTENTO?!»
«Guardate che sono qui per lo stesso motivo vostro»
«Ma la smetta, cos’è, un bambino di tre anni?! Spenga quella roba e si vergogni!»
Richiude la finestra.
Il marito sta lì a guardare: «Devo venire giù?»

L’amigdala mi ricorda che sventrare di botte il vicino, l’uomo, la moglie, vendere il bambino agli zingari e la moto ai moldavi è comunque un’opzione. Poi ripenso alla mole di debiti che ho con avvocati e querelanti. Mi giro, osservo il quadro comandi del mezzo. C’è una chiave, in effetti. La giro, il rombo d’acciaio tace. La finestra si chiude. Resto lì, confuso come Adamo alla festa della mamma, quando dal garage esce il vicino quarantenne in giacca di pelle nera borchiata, jeans sdruciti, anfibio militare, spalle da impiegato e faccia da grillino.

«Cos’ha fatto?!» urla correndomi incontro.
«L’ho spenta» dico.
«Lei non si deve permettere di toccare la mia moto, ha capito?!» fa quello, arrivando e squadrandomi con astio.

«No, è perché faceva… rumore»
«Deve scaldarsi, e allora? Io vengo ad accenderle la macchina?» dice, montando in sella. Tento di rispondere ma lui accende il motore. Mi fa il gesto di andarmene a quel paese, s’infila il casco e parte. Resto a guardarlo che sparisce nella strada. L’amigdala protesta.

Rientro in casa.

Entro in cucina per farmi il caffè e realizzo cos’era lo sblànf. Il contraccolpo idraulico ha fatto il giro delle acque bianche e sparato sul piano cottura, sulla macchinetta del caffè, sui piatti puliti e su pressoché qualunque cosa delle primizie deliziose. Ci sono pezzi di insalata marcita, nervi di pollo putridi, fondi di caffè, olio vecchio, tutte quelle cose che normalmente galleggiano nel sifone.

Con dignità suprema ignoro tutto, mi giro e torno a letto.
Venti minuti dopo, l’urlo della consorte fa tremare i pilastri del cielo.

Come trasformare un matrimonio in un rave party

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Maggio del 2010, la primavera sboccia tiepida e splendida tra margherite e bocche di leone. Le scalinate di pietra ci conducono all’interno della villa, dove pennellate di luce rimbalzano sul marmo e illuminano mobili antichi, arazzi sulle pareti, un soffitto intarsiato di stucchi. Il vociare degli invitati è discreto, in qualche stanza.
Pciuirk, pciuirk, pciuirk, fanno i passi di Atza.

«Ma che hanno le tue scarpe?» domando.
«Sono quelle da tango argentino di mio padre, hanno la suola liscia tipo velluto, così c’ho spalmato un velo di UHU stick per aumentare la presa» spiega.
Pciuirk pciuirk pciuirk.

«Hai capito il merda, non ha mai soldi da prestarmi e poi…» mugugna Ario, ignorandoci.
«Devo pisciare assolutamente, fioi, sto al limite» fa Atza «già in chiesa ce l’avevo duro, adesso non sento più la vescica»
«Piscia in giardino, qui bisogna fare il punto della situazione» fa Ario, guardandosi attorno «Nebo, come funziona ‘sta sboronata stile Bella addormentata? Tavoli sciccosi o abbuffata negra?»
«C’è il catering fuori, il pranzo è dopo»
«No problem, la mia spada di carne e lo scudo di droga ci salveranno»

«In che senso lo scudo di droga?»

Atza nota un cameriere che attraversa l’androne: «Tu! Dov’è il cesso? Parla!»
«A-al piano di sopra» risponde quello, squadrandoci intimorito.
Atza ci abbandona divorando una scalinata a falcate di tre.
Pciuirk pciuirk pciuirk pciuirk.

«OH VEDI SE C’È ROBA DA GRATTARE» gli grida dietro Ario «vasellami, argenteria, quadri, tutto quello che sembra da soldi»

La cerimonia in chiesa è stata abbastanza normale, comunque meno squallida di quella in comune di Ario quando la sposa s’è fatta largo tra le sedie, l’invitato più elegante era in polo e alla domanda “vuoi tu” il nostro rispose “ovvio”. Ma nel 2010 Luca ha ancora il posto di lavoro figo, uno stipendio della madonna e ha deciso di fare le robe in gran spolvero.

«No, sul serio, dimmi che non hai roba dietro» faccio.
«Sto imbottito come un kamikaze» fa lui, tirando fuori dalla tasca una bustina di polvere bianca «hanno sparato ad Amir a Marghera così sono andato dalla concorrenza, prezzo promozionale»

Luca ci viene incontro squadrandoci: «Cristo, ho visto ferite vestite meglio di voi. Nebo, ti costava tanto mettergli una cravatta?»
«Ho fatto il possibile» dico.
«L’ultima volta che Nebo ha fatto il possibile non s’è manco riuscito a laureare in scienze della comunicazione, vedi tu in che mani ti sei messo» fa Ario.
«Cosa c’entra?»
«C’è riuscito quel sottosviluppato di mio cugino che a capodanno mise i petardi nelle torte delle mucche. Far l’alba al pronto soccorso con questi che gli grattavano via la merda dal naso… che palle di capodanno»
«Non cominciate, perdìo, sto già nervoso a palla. Dov’è il metallaro della mutua? Soprattutto, cos’ha addosso?» fa Luca.

Pcerk pcerk pcerk pcerk.

 

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«OH IN CESSO HO TROVATO QUESTO» trilla Atza in cima alle scale. Avanza piano, barcollando, la vista occultata dal quadro di un cavaliere in armatura. Per l’occasione indossa un gessato nero due taglie più grande, pantaloni senza orlo modello rapper, camicia nera sbottonata, spilla dei Pantera. Orrore e incredulità sciolgono il volto di Luca come una lenta coperta di magma.

«Va bene?» brancola Atza.
«Benissimo, scendi, sempre dritto» fa Ario.
«Ma co… MOLLA QUEL QUADRO, IMBECILLE!» tuona lo sposo.

È un attimo. Lo spavento fa sussultare Atza. Il risvolto dei pantaloni gli resta incollato sotto la suola. Perde aderenza. Cade all’indietro, impatta di culo sui gradini e sfonda il quadro con la faccia, perde le scarpe, una vola e resta appiccicata alla parete, il resto frana giù fino a noi.

 

Silenzio.
La scarpa si stacca dal muro.

«Mi dispiace» geme lui, dilaniando la tela ed emergendone.
Luca tenta di dire qualcosa, inspira, espira, riprova, chiude gli occhi. Li riapre.

«Tu… voi non toccherete alcool. Non parlerete di niente che abbia a che fare con droga, sesso, risse, fluidi corporei. Non bestemmierete, perché qui tre quarti sono cattolici. Starete buoni, zitti, silenziosi come scorregge degli angeli. Adesso occultate i resti di quel quadro e seguite le mie istruzioni… Ario?» fa Luca, girandosi e non trovandolo. Lo sguardo corre lungo l’androne, si ferma sulla sagoma in controluce del nostro eroe che con le mani sui fianchi annuncia al popolo sottostante

«È ARRIVATO TORQUEMADA, VECCHIE PORCHE»
Tacciono gli invitati, tacciono i camerieri, i parenti, la sposa, tacciono persino le cicale.
E siamo qui solo da cinque minuti.

 

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Ore 11.20
Tre prosecchi, un rosato, tartine miste, sigarette.

«Piacere, Camilla» fa la testimone porgendo la mano ad Ario.
«Ma tu non compravi la bamba da Amir?»
Sputo il tramezzino.
«Come?» fa lei, ritirando la mano.
«Dai, mi ricordo di te, stavi a rota fuori dal Rivolta l’anno scorso, m’hai chiesto una sigaretta che tremavi come un vibratore»
«N-no, no, ti sbagli» fa lei, guardando il moroso.
«Dai, sei tra amici, tranquilla» ammicca Ario «c’ho dietro il kit di pronto soccorso, se serve»

Lo porto via prima che il moroso si avvicini. Atza è all’interno che smanetta sulla consolle dei CD, Luca sta parlando con dei vecchi. Tento di spiegare ad Ario che non è il caso di trasformare in rissa da bar quello che è il momento più bello della vita di un uomo.

«Della vita di sua moglie, semmai» mi corregge «quello di un uomo è quando l’Italia vince i mondiali. Un vero maschio conosce le sacre priorità: patria, droga, amici, famiglia, puttane. Altrimenti sei un ragazzino»
«…la droga prima degli amici?»
«Chiaro, meglio spaccarsi di bamba o ascoltarti raccontare battaglie navali di cui frega solo ai disoccupati?»
«È Storia, testa di cazzo»
«Appunto, io le so ‘ste robe? No. Ho una casa, una famiglia, un lavoro. Tu le sai? Sì. Sei un rapper fallito, non c’hai uno straccio di contratto, vivi a casa del polverizzato e devi venderla per pagare gli avvocati. Cazzo, utilissime le battaglie navali. Figurati cos’eri con una laurea»
«Ario, tu sei quello che ha rotto il cazzo a tutti perché voleva coltivar ganja su Farmville e rivenderla su Mafia Wars, eh»
«Secondo me uno veramente nerd ce la faceva»
«Ma basta»

 

 

Ore 11.40
Sei prosecchi, un rosato, un Bellini, tartine incalcolabili.

Lancio del bouquet. La sposa sale al primo piano tra i gridolini eccitati delle ragazze, esce dal balcone con un sorriso da spasmo alla tiroide, si gira e si prepara a lanciare, quando nell’aria esplode la batteria di “Warriors of the world” dei Manowar. Atza, solo in piedi su un tavolo, muove la testa a tempo mimando una chitarra. Luca con un balzo lo placca stile rugby, strappa i cavi dallo stereo, percuote il metallico con il lettore CD e fa il pollice in su alla sposa. Lei, ammosciata, tira a sboro. Il bouquet fa una parabola, gli uteri alzano le mani e indietreggiano tra gridolini. Il bouquet finisce in mano alla cameriera, le galline impattano contro il tavolo del buffet in una detonazione di tartine, bicchieri, bottiglie, ghiaccio e poderose bestemmie del vecchio maitre che approfitta della confusione generale per menare un ceffone a una tizia discinta. Dall’alto, la sposa osserva la distruzione col sorriso che le cola giù. Luca trascina Atza per la giacca e ce lo riconsegna.

«Riprendetevi ‘sto sacco della monnezza»
Atza rutta.

 

 

Ore 12.12
Sette prosecchi, un rosato, un Bellini, tartdsfrsdkf

«’sta festa è divertente come un incendio in un orfanotrofio» fa Ario, rovistandosi nella tasca «è tempo della polvere di fata. Vuoi?»
«Ario, NO. E neanche tu»
«Guardami»

Ario sparisce dentro. Il pranzo viene annunciato, alla spicciolata entriamo anche noi. Il nostro tavolo è così nascosto che per trovarlo dobbiamo chiedere a un cameriere. Luca sorveglia di soppiatto mentre blatera con delle tizie. Atza si congeda da una ragazza caruccia con cui chiacchiera amabilmente e raggiunge il tavolo. Ario arriva sudatino, occhio lucido e cerniera abbassata. Tris di antipasti, prosecco a fiumi. Inizio ad accusare il colpo.

«Atza, lascia la bagascia, non c’è storia» fa Ario, seguendo gli occhi di lui.
«Che ne sai, è simpatica»
«Eccolo là, classico» geme lui, mollando la forchetta «trent’anni a fare il figasitter»
«Il cosa?» chiedo.
«Il figasitter. Le donne si fanno prendere a sberle le tette e sventrare il buco del culo, poi vengono a questuar coccole da Atza. S’è scarnificato le mani più lui a carezze che io a seghe, e viaggio con una media di tre al giorno»

 

Ore 14.20
Gonfi come zecche
Fine pranzo, la gente sciama nelle stanze, poi nel giardino Ario è sparito in bagno per la seconda volta. Torna sudato come una suora incinta, occhio sbarrato, aria di chi sta per esplodere. È il momento del taglio della torta. Tutti gli invitati confluiscono nel banchetto centrale davanti a una splendida millefoglie. La sposa prende il coltello e fa per tagliare, ma la lama è affilata come un bastone; la torta s’inclina sparando crema da tutti i lati. Ario si fa largo tra la folla e dice che fa lui, oh, dai, fa lui. Mentre lo vedo afferrare il coltello mi accorgo che i pantaloni del suo completo sporgono in avanti a causa di un’ erezione spaventosa. Se ne accorge anche la sposa. Ario trasforma la torta in una raccolta di vinili senza accorgersi che la punta del suo pene si sta strusciando sulla crema. Quando si gira col piatto, uno sbuffo di crema sporge dal suo scroto come una perla in un’ostrica.

«Tò, viva la sposa» dice il nostro, mettendole il piatto in mano.
Si pulisce i pantaloni con una salvietta e la getta sul tavolo.
Luca lo porta via. Atza è scomparso.

La millefoglie mi fa schifo.

 

 

 

Ore 12.34
Dati dimenticati

Troviamo Atza grazie al fotografo che per il fotoset conduce la coppia alla fontana dei pesci. Atza è semisvenuto sul bordo, ha un rivolo di vomito sulla bocca, nell’acqua galleggiano tramezzini predigeriti, acidi gastrici e un’ecatombe di pesci rossi morti. La sposa scoppia a piangere. Luca tira un calcio in bocca ad Atza, barrisce una bestemmia e corre dietro alla sua amata. Il fotografo decide di cambiare location. Ario viene richiamato dalle grida, vede Atza e tenta di abbassarsi la lampo per pisciargli addosso “tanto ormai”. Il padre della sposa viene a farci una sfuriata e dice che dobbiamo vergognarci. Atza biascica “for the king… for the land… for the mountains“, io mi scuso per tutti. L’uomo avvisa che se continuiamo così ci butta fuori, cosa che accade precisamente alle

 

 

Ore 15.30
Perdoname madre por mi vida loca

Stiamo correndo tutti e tre nel bel mezzo del paesino padovano, Ario con in mano un mojito vuoto. Hanno chiamato davvero la polizia, noi siamo fuggiti alla chetichella. Siamo troppo ubriachi per ricordarci dove cazzo abbiamo messo l’auto, figurarsi se possiamo metterci alla guida. Vaghiamo per stradine di pavè e ciottolati mentre Ario farfuglia che un caffè ci rimetterà in sesto. Ha dimenticato che ne abbiamo già bevuti due. Ci riposeremo sulla panchina della piazzetta, addormentandoci e risvegliandoci alle nove di sera. Luca non ci parlerà fino al 2011.

A riscriverlo, mi rendo conto che fu un bel matrimonio, tutto sommato.