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Al primo sangue (1/3)

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Io, la Leo, Lucia, Luca e Ario stiamo bevendo al solito tavolo vicino alla macchina da scrivere, ognuno chinato sul proprio cellulare. Francesca entra al Verdi trattenendo il fiato, attraversa il locale pieno di gente con i risvolti delle braghe stile sagra dei caparozzolari, ignora lo sfigobuffet

Altro-VerdiLo sfigobuffet

 

e si stravacca sulla sedia, espirando. Saluti sparsi. Le ragazze si complimentano per il nuovo taglio di capelli che solo loro notano perché hanno la vagina.

«Gesù, questo posto è davvero deprimente» sentenzia Francesca «perché dobbiamo continuare a venire in questa topaia?»
«Sottoscrivo» fa Luca.
«Ci veniamo da sempre, non è in discussione» dico.
«E poi gli spritz sono a 2,50» annuisce Ario.
«Quando mai hai pagato qualcosa da bere?» chiede Luca.
«Non mi ricordo, ero giovane. Minchia guarda questa» dice, allungando il cellulare «quinta naturale, Katrina, per poco tempo a Mestre»
«Figa» fa la Leo, sporgendosi.

«MA GUARDATE SITI DI ESCORT?!» sbotta Francesca.
«Perché, tu quando ficcanasi i profili Facebook cosa fai?» chiede Ario.
«Io… tu… Siete tutti così… CAZZO!» batte la mano sul tavolo Francesca «che sfigata sono!»
Ario mette via il cellulare: «Prego?»
«Niente, lasciatemi perdere» fa lei, alzando la mano verso la cameriera «quando ho chiesto a Dio una vita senza pene deve avermi fraintesa»
Tre spritz bianchi, due mojito.

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Stiamo per fingere d’interessarci alle paturnie sentimentali di Francesca quando la porta si apre. Anfibio con suola tenuta da nastro isolante, jeans blu marina aderentissimi ridotti a straccio da cucina, felpa con cappuccio verde dell’Heineken da cui spunta tshirt nera dei Pantera, chiodo di pelle borchiato, rado capello lungo causa calvizie con brillante scriminatura anteriore alla Vegeta. Spalle spioventi, volto cinereo spezzato da cupe occhiaie nerastre.

«Ma che cazzo, a quelli dell’ospedale avevo detto di chiudere bene le celle frigorifere» mormora Luca al tavolino, guardando Atza entrare.
«Dai, ha il suo stile» fa la Leo.
«Confonderesti un gulag per una sfilata di Gucci»
Il pallido figuro ci raggiunge con camminata mesta.

«Ho un problema» esordisce tenendo gli occhi bassi «giuro su Dio che piuttosto di dirvelo preferirei tagliarmi le vene, m
«Il coming out così, adesso?» fa Ario, sistemandosi sulla sedia «vai, siamo pronti. Parti dall’inizio, fin da piccolo traevo gioia dall’infilarmi la testa dei Masters nel culo, poi…»
«…Da un paio d’anni frequento un gruppo di spada medioevale» dice Atza.
Luca si copre la faccia con le mani.

 

«Cioè… cioè ti fai le spade?» chiede Ario, confuso.
«No, coglione, non mi faccio le spade. Faccio spada medioevale a Preganziol. Campo, tende, vestiti e armature tipiche d’epoca. Siamo i Draghi gialli»
«I draghi gialli…» piange Luca, sempre con la faccia tra le mani «trentacinque anni, i draghi gialliiiiih…»
Francesca lo guarda come un aracnofobico guarda Shelob.

«Fa parte di un mio percorso personale, va bene?!»
«Atza, i draghi gialli il percorso personale? Cazzo sei, Pistorius senza protesi?»
«Comunque tra noi ci sono… nobili. Veri» deglutisce «e ho scoperto di esserlo anch’io»

 

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«In che senso» dico, preparandomi al peggio. Mi guardo attorno. C’è troppa gente perché quello che sta per succedere non generi problemi. Il nostro prode cavaliere suda, pallido, tamburellando il tavolo: «L’istituto araldico ha decretato che io discendo da dei visconti di Savon

È goal.

«AHAHAHHAH HAHA HAHAHAHAH AHAHAHA» ride Ario, isterico «ATZAHAHA HAHAHAHAHAH I VISCONTI DI SAVONAAHA HAHAHAH HAHAH»
«Mia madre ha fatto fare una ricerca seria, le è costata un botto, va bene?!»
«ODDIO QUANTO T’HAN GRATTATO PER DIRTI CHE DISCENDI DAI VISCONTI DI SAVONAAAAAAHAHAHAHA»
«Non è così strano, da noi c’è anche il visconte Poldin»
«OOHOHOHAHHAHAH ANCHE IL VISCONTE POLDIN, ELETTRAUTO D’ELITE PER VACCARI DI UN CERTO LIVELLOHOAHAH HAHAHA MA CRISTOOOOOO»

Lacrime di gioia e sollievo rigano il volto di tutti. Questo ci permetterà di deriderlo per anni, forse per sempre, risparmiandoci la fatica di trovare nuovi motivi per farlo. Persino le ragazze, normalmente tolleranti, gorgogliano prosecco battendosi le chiappe. Il visconte Atza di professione impiegato al comune tace, immobile, mentre attorno a lui si scatena il panico funkadelico. Ne va ammirato il contegno della tigre mentre Leonora si abbraccia a Francesca ululando “te l’avevo detto che a furia di frequentare pezzenti un nobile ci avrebbe trovate”, Ario che s’infila le mani nei pantaloni dichiarando che lì dentro risiede un principe, io che singhiozzo sangue, l’intera clientela girata a fissarci.

«Adesso» prosegue approfittando di una boccata d’aria «al campo è arrivata una donna»
«Cos’è, la psichiatra?» fa Leonora.
Qualcuno nel bar cade dalla sedia.

«Si chiama Sabrina, a me piace e piace anche al visconte Poldin»
«Minchia un dilemma amletico, a chi la calo? All’impiegato pazzo o all’elettrauto pederasta?» fa Francesca.
«AHAHAHAHAHAH HAHAHAHAHAH HAHAHA ATZAAAAHAHAHHAHAHAH VOGLIO SAPERE LA CIFRA ESATTAHAHAHAH HAHAH QUANTO IN BASSO PUO’ SCENDERE UN UOMO PER RINNEGARE LA SUA VOCAZIONE DI SFIGATOHOHOHO, DIMMELOOOOH»

«Sabrina sarà di sangue blu, immagino» fa Luca «con tutte le sborrate al viagra che si sarà trincata…»
«VOLETE STARE ZITTI?!» grida Atza, battendo la mano sul tavolo.

Piomba il silenzio.

«Oggi pomeriggio ho accettato la sfida di battermi col visconte Poldin per decidere chi potrà corteggiare Sabrina. Mi servono due padrini, un secondo e un testimone. Voi siete gli unici amici che ho. Non sto scherzando, è serissima ‘sta cosa. Le armi che usiamo sono vere»

Gli occhi lucidi e spiritati, il tono di voce stentoreo, la manata decisa: Atza non sta traducendo un testo di qualche gruppo finlandese, non è pieno di funghi allucinogeni. È solo giunto all’apice della sua crisi dei trent’anni. Certo, con noi era sempre lo stesso, ma dentro di lui qualcosa macerava e cresceva, un oscuro male che molti chiamano crescere. Per sconfiggerlo ha scelto di sprofondare ulteriormente nell’abisso di sfiga gusto formaggia di cazzo, ma non è servito. Dopo due anni siamo al climax. Il prode cavaliere parastatale affronterà un altro rincoglionito suo pari, ma tutti sappiamo che la battaglia è tra lui e il demone della maturità. Atza ne è consapevole, e con sommo sprezzo della perculazione ha chiesto che noi, suoi amici, gli fossimo vicini nel momento supremo.

«In che senso?» domanda Luca.
«Sciabole vere, affilate e con la punta»
«Stai per accoltellarti con un sociopatico? È questo che stai dicendo?» chiedo.
«Non mi alzerò da questo tavolo senza sapere la somma che gli hanno scippato per scrivere “sì, famiglia De Straccionis, contate qualcosa anche voi”» fa Ario, alzando la mano «vi avviso, sono determinatissimo»
«Non è un duello all’ultimo sangue, il primo che viene ferito perde» lo ignora Atza.
«Se la prima ferita coincide con l’amputazione della tua testa di cazzo siamo punto a capo, sai?»
«Di solito non succede»

Mentre la discussione procede e noi chiediamo dettagli la tensione lascia spazio a un senso di pace. Il duello è un reato, per non parlare di lesioni aggravate, aggressione a mano armata e/o eventuale omicidio preterintenzionale. Il conteggio degli anni di galera è talmente alto da inebriarmi, stampandomi un sorriso imbecille sul volto mentre sommo tutte le denunce civili e penali che ho già addosso e immagino il mio avvocato in Polinesia. Raccontare quanto segue è un’idea del cazzo, ma chi se ne frega? E’ tutto così irrealmente umiliante che nessuno ci crederà mai, men che meno gli svariati militari che leggono il mio blog.

O almeno così mi auguro.
(Continua domattina)

Non dobbiamo accontentarci di queste zoccole

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Alcuni di voi si sono chiesti che fine hanno fatto le tette nell’header, altri hanno chiesto se sto male, altri non hanno capito di cosa cazzo si parli perché mi leggono dal cellulare e non gliene cala nulla. Potrei rispondere a peti, ma siccome non sono una youtuber isterica che parla come i modem del 1990 provo a spiegarvi che succede.

Nel 2007 un blog con le zozze in header spiazzava, allontanava i seriosi, divertiva e infastidiva i passanti. Oggi anche l’ultimo degli sfigati inserisce porno nel proprio blog/tumblr/twitter/facebook per elemosinare click o, più spesso, per nascondere la mancanza di contenuti e idee. Le tette e i culi oggi fanno parte del paesaggio. Il Fatto quotidiano campa di racconti pedopornografici. Qualunque sito online nella colonna di destra ha un ammiccamento sessuale. Dagospia trasuda pornodive. Persino i cartacei, oggi, col culo di Kim Kardashian fanno copertine che una volta vedevi solo su riviste tipo Excelsior. Milioni di filmati su youtube hanno come fotogramma di presentazione la solita maggiorata che non c’entra una madonna; clicchi arrapatissimo e trovi un hipster che farnetica la sua opinione su qualcosa di cui non frega un cazzo a nessuno. Vecchie VIP tipo Alba Parietti organizzano capezzolate “per sbaglio” pur di restare nei gossip. I social sono pieni di sgallettate de gnente che postano culi e tette con filtri vintage atteggiandosi a donne trasgressive. Le femen. La “sensibilizzazione sul cancro al seno”. Trovare Miley con un reggiseno o in una posizione diversa dalla pecorina è difficilissimo. Agli MTV music awards pare la sfilata Brazzers. I videoclip son così pieni di culi che ormai riconosco le cantanti da quello e non dalla faccia.

Figo? Certo.
Però che palle.

I social sono diventati l’equivalente del porno amatoriale: tutti hanno due tette e uno smartphone, tutti lo usano e inondano la rete di obese in bianco e nero e panzette pelose. Perché scontornare porno, quando in Internet è difficile trovare donne vestite? Ho fatto un header con una tizia che faceva un pompino in discoteca tra oceani di droga e tutti hanno reagito facendo spallucce e una risata.

Il che è male.

Ho deciso che mentre i contenuti non cambieranno di una virgola, la grafica va rivoluzionata. Mi manca quell’hating istintivo di chi arrivava e sparava a zero basandosi sull’apparenza. L’ultima soddisfazione me l’ha data il direttore di Giornalettismo (OH NOES LE GIF PORNE SEI PERVERSO NN MI ABBASSO AL TUO LIV!!!), ma è un vecchio democristiano, non fa testo. Così mi sono chiesto cos’è che oggi nei siti non si trova manco a coltellate perché da’ fastidio a pelle. Cos’è veramente raro e trasgressivo, oggi?

 

La grande bellezza.
O per essere più precisi, il lusso.

Oggetti, paesaggi, case, barche, macchine, donne, vestiti. Il lusso sfacciato è fuori target – chi campa bene non cazzeggia in Internet, e men che meno legge il blog di uno spiantato – ed è fuori luogo. Fa pretenzioso, arrogante, evoca il berlusconismo. Tira fuori l’odio in un mondo dove siamo tutti con la divisa jeans, felpa, piumino, scarpe da ginnastica, filmatino amatoriale nello smartphone e morosa taglia 44. Quindi si cambia. Questo blog ha bisogno di insulti, hating, gente incazzata per le parodie, i NNTILEGGEROMAIPIU, “mi hai deluso”, moralisti e bacchettoni che appena vedranno l’header daranno fiato ai tromboni. Perciò fanculo ‘ste zoccole Brazzers, fanculo la birra calda in spiaggia pubblica, le code da rimbalzati in drogatoi di basso conio e le obese in perizoma. Se posso mettere Amy Anderssen, posso mettere Adriana Lima. Tanto resto sempre un protodisoccupato, che mi frega? E’ figo cambiare per restare sè stessi e, di buono, c’è che potrete leggere più facilmente i post in ufficio e linkarli alla vostra zietta.

 

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O più probabilmente, no.

Grillhouse

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«Sono quasi pronta» trilla lei.
E l’uomo è quasi su Marte, penso io.

Dopo lo stesso tempo impiegato a percorrere a passo del giaguaro la tratta Venezia-Mestre, la convivente finalmente si palesa. Ha iniziato a mascherare la sua miseria alle sei di pomeriggio preparandosi a uscire per l’aperitivo in un posto vagamente sciccoso, ora sono le nove e mezza ed entrambi abbiamo così fame che mangeremmo le carcasse dei gatti sul bordo dell’autostrada.

«Come sto?»

In un colpo d’occhio sgamo gli infami trucchi che parruccano cordoli, brufoli, occhiaie. Nella testa risuona malinconica la canzone degli Audio 3, quando dice “lo facciamo al buio come piace a noi”. Annuisco. La prossima riunione in ufficio mi attarderà molto sul Terraglio anche la prossima settimana.

«Benissimo» faccio «ora per l’amor di Dio mangiamo qualcosa»
«Ah, niente aperitivo?»
«Sono le nove e mezza, tesoro, i buffet sono ormai un lontano ricordo tipo il perché ti ho introdotta in questa casa. Pizzeria?»

La morte si dipinge sul viso della donna. Le cause sono chiare: essa non s’è cazzuolata la faccia per esibirsi tra famiglie e agricoltori cinquantenni. Non oso domandare “cosa c’è”, giacché se io sto male piovono vaffanculi e frasi tipo “non fare la lagna”, se lei accenna malumori devo trasformarmi in Sherlock Holmes featuring professor Xavier con DJ Lie to me.

«Ok, niente pizzeria» sospiro.
«Sushi?» s’illumina lei.

Sushi. Il cibo più del cazzo dell’universo. Una volta i ristoratori che osavano proporre pesce crudo venivano giustamente linciati dalla folla inferocita e stuprati dai NAS. Oggi paghiamo somme stratosferiche per ingurgitare gelatina gusto pescheria e sentirci cosmopoliti appartenenti alla middle class, se non fosse che abitiamo a Mestre. Il sushi è il Moncler della ristorazione: finto lusso per veri gonzi.

«Non credo nella multiculturalità» mento per salvaguardare il fondo puttan tour.
«Vabbè però manco la pezzenteria» geme lei «scusa, pizzeria. Manco la pizzeria»

Nel cervello si fa strada un’idea. Un locale nuovo appena aperto, definito “popolare e moderno” dalle mie colleghe, una mandria di zitelle che frequentano bettole innominabili che pompano Raffaella Carrà. Lupanari che non fingono nemmeno più di essere qualcosa di diverso dalla monta dei ventenni appassionati di archeologia. Il ristorante in questione è il Grillhouse, a due passi dalla tangenziale, dove se c’è un incidente mortale è possibile le carcasse delle automobili vi piombino sul tavolo perforando il tetto e uccidendovi.

«Un locale nuovo?» trilla lei con la luce negli occhi «ci sto!»

Fuori ci accoglie un ampio parcheggio e una mucca di plastica a grandezza naturale, davanti alla quale famiglie di elettori della Lega si fanno foto divertenti. Il trucco è ormai sgamato e il volto di lei è cupo. Anche stasera non potrà sperare d’incontrare un uomo migliore. La consolo dicendo che tutto sommato sembra carino, alla mano ma stiloso.

«Mi sarei rotta il cazzo di robe alla mano e dei segaioli che ci stan dentro» fa lei.
«Tesoro, t’ho raccattata alla gara di rutti di Badoere che latravi con le tue amichette in tacco 15 tra il letame, dai, per cortesia, entra e non rompere i coglioni»
«Almeno loro frequentano bei posti»
«…che sono l’equivalente del poligono della Guardia di finanza, amore mio, due volte l’anno entrano e li trasformano in sfollati con tre milioni di euro di debito e gli organi pignorati»
«Vabbè, però almeno…»
Entriamo.

L’ambiente è quello classico di chi non ha idee. Grosse stampe in bianco e nero sui muri, luci smarmellate, legno plastificato, acciaio e lampade stile Ikea per un mondo di miseria fantozziana 2.0. Oh, guarda, Audrey Hepburn. Toh, Marilyn Monroe. Che idea fantastica.

«Buonasera, tavolo per…?» si blocca la cameriera, fissandoci.
Cala il silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«AAAAAH» grida qualcuno in fondo alla sala.
Vi girate.
Tutti mangiano come niente fosse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cameriera è sempre lì con sguardo ottuso.

«…mangiare?» tento.
«…sedersi?» prova la mia vagina portatile.

«Ma no, tavolo per quanti» sbuffa la spiritosa lavoratrice, evidentemente troppo pigra per finire una frase e gli studi. Come me. Cazzo, mi piace ‘sto personale, ora che sono a corto di cash potrei farci un pensiero.

«Siamo in due» dico.
«Vedo se c’è posto» replica.

Di fianco ci sono una ventina di tavoli liberi. La scaltra cameriera segue il mio sguardo.

«Chiedo comunque al caposala» sentenzia. E’ dunque probabile che per orinare essa compili appositi moduli. Chissà. E’ da questo humus fertile che nascono le indignate dell’Internet. A cosa serva un caposala in un baraccone semivuoto popolato di fantasmi e corsi di recupero non mi è chiaro. Io e la fica assumiamo la posizione degli unici in piedi. Tutti ci osservano, noi cerchiamo di osservare qualsiasi altra cosa che in quel caso consiste in una splendida stampa già vista nei bar tipo Goppion 1882 e altri asettici porcili iKea dove tutto è montabile, pure la rispettiva consorte. Quarantenni che si frequentano solo perché vengono inculati a Black&Decker nello stesso ufficio si attavolano felici per parlare male di chi guadagna più di loro e dei gossip sugli assenti. Scollature di pizzo made in China mostrano mastoplastiche additive made in Slovenia. L’odore di carne sgelata e cotta in microonde si fonde a deodoranti in superofferta, profumi dozzinali e vestiti dell’OVS.

No, aspettate.
Sono io.

«Potete seguirmi» comunica la cameriera.
«UOOOOGH» grida qualcuno da qualche parte.
Boh.

Talloniamo la precaria facendoci largo di traverso tra i venticinque centimetri che separano i tavoli. La mia donna mette il culo sul piatto di un bambino con salopette e spilla M5S, io struscio il pene sulla faccia di un padre con l’aria del tronchettaro abusivo. Sorride. Sarà il trentesimo scroto che annusa da quando siamo entrati e la sfilata di Badedas noir, Borotalco, Saugella neutro e formaggia di cazzo l’ha annichilito fino alla lobotomia. Raggiungiamo la postazione. Sedie di plastica, tavolino 75x75cm con uno spazio di manovra disponibile pari a quello di un seggiolone. Appena seduti riceviamo gomitate degli avventori confinanti che quando tagliano una bistecca allargano le braccia uso cormorano tramortendo i vicini in un’orgia di “scusi”, “mi spiace”, “le ho fatto male?”, “le ricompro la birra”, “eh ma ghesboro”, “certa gente non si lava” e altre perle. Apro il menu. Un hamburger 10,90 euro.

Leggo meglio.
10,90 euro. Giuro.

«GNAAAAH» strilla una donna, scattando in piedi.
Si risiede nell’indifferenza.

La sanguinatrice mensile che mi siede di fronte emette strani squittii, segno che anche in quest’occasione ha scordato di prelevare al bancomat. Strano. Lei opta per arrosticini d’agnello a 12 euro e una birra media. Al tavolo di fianco un uomo addenta un McBacon pagato il triplo, gli resta in bocca il pane e il contenuto piove sulla schiena del tizio al tavolo di fronte, che se la scrolla di dosso con nonchalance. Decido per un filetto da 17 euro e un’altra birra. La cameriera annuisce, segna e riprende a sguazzare tra la gente.

«TANTI AUGURIIIIII!» dice il tavolo di fronte, facendo apparire una torta a forma di pene.
«…e lo avrei messo, l’anello al dito. Devi credermi, ma finché mia moglie non si decide a darmi il divorzio ho le mani legate. Ti prometto che presto…»
«AAAAAH!» grida un uomo, curvandosi su sé stesso.
La sala lo ignora.

«ello io voto Indipendenza veneta, perché quei cojoni de Veneto Stato xè come quei dea Lega, parla parla e poi i ruba come i teroni. Nialtri gavemo distribuio grappa e sopressa ai pensionati a gratise, questi xè fatti, no ciacole…»
«anno Giorgio me voleva portar a Cortina, ma ga dito che dopo ea retata no se fida perché el Cayenne xé targà o immatricolà in germania, robe che s…»

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Immerso nel paese reale tento di sostenere una conversazione atta a farmi ottenere un rapporto sessuale al buio. Il cameriere giunge con un carrello e consegna numero otto arrosticini otto, ossia 1,50 euro a pezzo. Il mio filetto è grande come il pugno di un bambino bosniaco, le patatine sono ancora mezze surgelate in porzioni che non sazierebbero un namibiano. Noto uno strano sfrigolìo provenire dai piatti che non sono piatti, bensì taglieri di legno con incastonata una piastra d’acciaio.

«Attenti ai piatti, sono bollenti. Buon appetito» fa il cameriere, poi si dilegua.
«Saranno sì e no 100 grammi di carne, come conti di trombarmi con solo quella roba in corpo?» domanda la mia soave principessa.

Vorrei ridurla al silenzio, ma ho altri problemi. La dimensione del tavolo uso gulag 1945 non consente il minimo spazio di manovra. La lastra di magma a 9000° gradi farenheit è a pochi millimetri dal mio torace tanto che mi sta liquefacendo i bottoni della camicia e tutto attorno volano gomitate. Un errore e volerò al reparto grandi ustionati di Padova. Assaggio un boccone che a spanna costerà 2,80. Non ha sapore. Aggiungo sale. Niente. Aggiungo sale sull’altro lato. Niente. Ho già consumato 5,90 euro di roba.

«Come sono gli arrosticini, stella?» chiedo.
«Chi è Stella, puttaniere?!» sbotta lei, girandomi la faccia con un ceffone.

Il conto è quello di una cena di pesce a Trieste, dove il posto più scarso serve roba d’eccellenza. Usciamo con la stessa fame di prima ma con strani gorgoglii all’altezza della cintura. Arrivati in macchina siamo preda di coliche intestinali mostruose. La corsa è folle, con curve in derapata e sudore che ottenebra la vista. Il bagno è uno solo e la vagina reclama il suo diritto di priorità. Accovacciato su una bacinella in salotto, mentre dall’altra parte della porta provengono piriti selvaggi alternati a gemiti gutturali, espello la cena.

«Ma comunque…» ansimo «…ma comunque scopiamo»
Dentro la sento piangere e ridere.

La vera trama di Interstellar

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Siamo in un futuro prossimo. La Terra è fottuta, i raccolti marciscono con la stessa frequenza con cui Beatrice Borromeo scrive pedopornografia e ci sono frequenti tempeste di sabbia proveniente da… da… da un posto pieno di sabbia. In una fattoria immersa nei campi di mais vivono Cooper, ex pilota della NASA ora agricoltore, e i suoi figli Murphy e Tom. Murphy è femmina. Il padre l’ha chiamata così in onore della legge di Murphy “tutto quello che può andare storto andrà storto”, un modo spiritoso per dire che gli si è rotto il goldone. Murphy entra in cucina e asserisce che in camera sua c’è un fantasma. Le rispondono “uhu, certo”, poi salgono a bordo di un pickup per andare a scuola. Per strada vedono un drone. Cooper inizia un pazzo inseguimento tra le sue piantagioni di granturco.

«Papà, ci stiamo falcidiando il raccolto, che cazzo ci mangiamo?» domanda Murphy.
«La cella energetica all’interno di quel drone potrebbe alimentare la nostra fattoria» risponde Cooper, rasando ettari di pannocchie in derapata.
«Ma a cosa ci serve se i campi saranno ridotti all’aeroporto di Dubai?»

Cooper vorrebbe rispondere, ma un organo da chiesa attacca a suonare coprendo ogni altro suono con TIRORIRORIRORIRO TARIRARIRIRORIRO. Riescono a dirottare il drone che si schianta su altro granoturco.

«Cazzo, queste sì che sono soddisfazioni!» gioisce Cooper «e ora a scuola dagli sciachimisti!»
«E per la merenda?»
«Tò, tieni una coscia di drone»
«Papà, questo evento a che serve nella narrazione?»

TIRORIRORIRORIRO TARIRARIRIRORIRO.

A scuola il direttore spiega a Cooper che il figlio sarà un ottimo zappaterra, la figlia invece si rifiuta di credere al fatto che l’allunaggio sia un gombloddo. Cooper obietta che l’astronomia è importante, i professori replicano che pensare ai pianeti quando manco c’hai da mangiare è un po’ da coglioni. Cooper sbrocca: morire di fame su Alpha Centauri è un casino cosmopolita, tipo gli italiani all’estero che si rifiutano di fare i falegnami in Italia per 800 euro e preferiscono fare i falegnami a Londra per 1200 euro pagando un affitto di 800 euro.

«Scusi, ma tutto questo a che serve nella narrazione?» domanda un professore.

TIRORIRORIRORORI TARIRIRARIRIRURI.

Tornano a casa, c’è una tempesta di sabbia e Murphy s’è dimenticata la finestra aperta. La camera è ridotta al set di Dune e per terra ci sono buffe striscioline. Lì per lì Cooper ci caga sopra, ma al mattino realizza che la gravità gli ha mandato un messaggio in codice binario.

«Scusa papà, mò la gravità parla?» domanda Murphy «io col fantasma ero in cerca d’attenzioni, tu che scusa hai?»
«Sono coordinate, Murphy»
«Potrebbe essere la mamma che ci dà i numeri del lotto»
«No, sono certamente coordinate»
«Potrebbe essere semplicemente un buffo fenomeno fisico»
«Coordinate. Vedi, ho provato a verificare: conducono in un posto dove non c’è un cazzo di niente. Zero, proprio. Un deserto»
«A maggior ragione io giocherei tutto sulla ruota di Venezia»
«No, andiamo lì, mi ha detto di farlo la sabbia in camera tua che parla a nome della gravità»
Partono.

Giunti a destinazione nel bel mezzo di noncestancazzostan scoprono uno strano edificio. Cooper scende col tronchesi perché quando la polvere ti detta delle coordinate per un posto inesistente te la porti di default. Una luce abbagliante lo tasera. Cooper si risveglia in un ufficio della NASA con il professor Brand, il suo vecchio datore di lavoro. Brand spiega che la NASA ora deve operare in segreto perché laggente non gli piace che i suoi soldi vengano sperperati alla ricerca di un altro pianeta quando loro devono bollirsi le suole delle scarpe.

«Ma perché, voi non avete fame?» domanda Cooper.
«No, ha ha ha ha»
«Ha ha ha ha» ridono felici gli altri in sala mensa.

«Vabbè, senta, io tornerei a casa» dice Cooper.
«Aspetta, già che sei qui senza motivo, ti va di salvare il mondo?»
«Mah, stasera avrei un aperitivo»
«Cooper, la Terra è fottuta» spiega il professore «noi della NASA abbiamo creato due piani per salvare il genere umano: il piano A e il piano B»
«E non un piano C?»
«Il piano C è telefonare agli europei e chiedergli aiuto. Roba da terroristi»
«Capisco. E i primi due?»
«Il piano A consiste nel cercare altri pianeti abitabili e trasferirci lì. Il piano B consiste nel trovare pianeti abitabili e lasciare lì degli embrioni in modo che la specie continui a esistere»

Cooper ci pensa.

«Aspetti, ma gli embrioni li lasciamo lì tipo piante?» chiede.
«Certo»
«E come crescono, come evolvono, come si nutrono? Chi se ne prende cura?»
Il professore lo fissa intensamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Bè, ma tanto è il piano B»
«Vero, vero» concede Cooper.
«Allora, gli alieni…»
«No, guardi, mi finiscono il buffet» fa Cooper, andandosene.
«Aspetta! Gli alieni ci hanno lasciato un varco temporale che permette di viaggiare a grandissime distanze in poco tempo. Grazie a questo abbiamo mandato 12 scienziati su 12 pianeti a vedere se erano abitabili»
«Com’è andata?»
«Chi cazzo li ha più sentiti. Quindi mandiamo altri tizi a vedere come stanno. Non potranno comunque comunicarcelo dato che sono a secoli luce da qui, ma questo ci permetterà di mandare altri tizi per vedere come stanno i tizi che erano andati a vedere come stavano i tizi» sorride il prof.

«Ma chi è il regista, Xzibit?»

«Il punto comunque è localizzare il pianeta migliore e tornare qui a dircelo. Così potremo iniziare a salvare il popolo americano che merita di soprav… Scusi un attimo, c’è un problema con la telecamera di sorveglianza»

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«…eccomi. Dicevamo?» domanda il professore.
«’sto piano è fantastico, saluto la mia famiglia e vavavuma»

Cooper fa un salto a casa; Murphy si sente in colpa per avere convinto il padre che la gravità gli avesse detto di diventare un astronauta. Cooper le regala un orologio. Lei gli dice che un orologio non manterrà né lei né suo fratello che dovranno farsi brutalizzare in orfanotrofio per avere mezza pannocchia marcia, poi spacca l’orologio e frigna. Cooper saluta. Dopo cinquantacinque minuti di organi da chiesa, dialoghi da mani in faccia e svolte narrative costruite con il fango e la merda, l’astronave si decide a partire.

A bordo dell’astronave Enduro c’è la figlia del professor Brand di nome Amelia (come Amelia Earharth, capito?), i robot CASE e TARS (con la forma del monolite di odissea nello spazio, capito?), il negro che bisogna metterlo o non vanno al cinema e Romilly che serve a morire quando la gente si annoia. I riferimenti dotti si sprecano, peccato l’unico a cui freghi qualcosa è un hipster in ultima fila; tutti gli altri nel cinema stanno russando tranne io che sono imbottito di droga come uno stegosauro, sudo e parlo allo schermo.

La compagnia della scuola di cinema entra in sonno criogenico, attraversa il wormhole e si risveglia con tre pianeti potenzialmente abitabili. Scelgono di esplorarne uno molto vicino a un buco nero e su cui il tempo passa più in fretta: un’ora della Terra lì corrisponde a 7 anni. Detta così il pianeta sembra abitabile come un dildo elettrificato, ma immaginate la comodità: tutti i pedofili che ti scippano la figlia scendono un attimo, risalgono e possono incularsela in santa pace perché tanto per la burocrazia è pensionata. Pensate ai tempi d’attesa per il prossimo Skyrim, finisci il primo, scendi, pisci, torni su ed è lì sulla scrivania. Pensate la comodità di spedirci vostra morosa a prepararsi per uscire.

«Andare a vivere nei paraggi di un buco nero!?» sbotta Cooper.
«È abitabile» fa spallucce Amelia.
«Sì, anche il Titanic negli ultimi 10 minuti era abitabile»
«Non fare il disfattista»
«Ok, allora come risolviamo il problema del sole?»
«Quale sole?»
«Appunto, imbecilli! Il sole, raggi ultravioletti che servono alle piante per produrre ossigeno, avete presente? Come fa a essere abitabile un pianeta senza sole?»
«Non farmi suonare l’organo»

A bordo dell’Enduro abbiamo tre maschi e una donna. Un equipaggio deve scendere per qualche minuto, l’altro deve restare a bordo per anni. Siccome stare senza fica o cazzo per anni tende a farti sbiellare di testa sarebbe consigliabile

«Negro, resta qui da solo»
«Sì, padrona»

Scendono. Atterrano in una spianata d’acqua, scoprono che la sonda è scassata e che tutto il pianeta è un grumo d’acqua con onde alte come l’Everest. Un tizio muore travolto dall’onda e tornano a bordo.

«Ehilà bello, come butta a patata?» dice Cooper.
«V-ventitrè anni di seghe» balbetta quello, fissando Amelia come fosse una bistecca «ventitrè anni a guardare un buco nero porcoddio, ditemi almeno che i migliori anni della mia vita li ho spesi bene»
«Nah, lì sotto abbiamo toppato, zio. È anche morto… come si chiamava? Vabbè, fa niente, passiamo al prossimo pianeta. Curiosità, ma noi qui dentro avevamo davvero viveri e ossigeno per 23 anni?»

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Nel frattempo, sulla Terra, Murphy è diventata un’astrofisica. Lavora alla NASA con il professore su un’equazione che dovrebbe rendere possibile il funzionamento del piano A. Dopo 23 anni il professore le confessa in punto di morte che lui in realtà ha già risolto l’equazione, ma che non c’è modo di far funzionare il piano A.

 

anigif_enhanced-buzz-13480-1368094187-20Il ministro dell’economia secondo Nolan.

 

«Sta dicendo che la nostra sola alternativa è seminare embrioni a cazzo?» chiede Murphy.
«Hhhhh, sì»
«Allora perché ha mandato tutta quella gente nello spazio?»
«Hhhhh, faceva…. Faceva ridere…»
«E perché ha continuato a farmi lavorare su una cosa già risolta sputtanando tempo prezioso e risorse?!»
«Hhhhh, ridere…»
«E NESSUNO CONTROLLAVA?! NESSUNO VERIFICAVA?!!»
«Il… il ministero della Difesa… il Presidente…»
«E NON HANNO FATTO NIENTE?!»
«Hhhhh, ridevanoooh…»

Il professore muore.
Da un altoparlante parte l’inno americano.

Siamo di nuovo nello spazio. Il pianeta successivo è quello più promettente perché segnalato dallo scienziato più fighissimo del mondo, ma sull’altro pianeta c’è il trombatore di Amelia. La benzina è poca, devono scegliere quale dei due prendere. LE motivazioni addotte dall’utero sono che

«La risposta a tutto… è l’amore» fa Amelia.
«Eh?» chiede il negro.
«Amore, amore, amore» cita il robot.
«Cioè la voglia di scopare?» domanda Cooper.
«No! L’amore! Un sentimento inspiegabile, un manufatto di proporzioni gigantesche che trascende le leggi dello spazio e del tempo»
«Quale prodigiosa stronzata è mai questa? L’amore è un istinto che la nostra specie s’è impiantata per evolvere, miss America special children, altrimenti a furia di scopare e mangiare i nostri stessi figli venivano fuori mostri deformi tipo i redneck. Spiegami come il bisogno di scopare di un parassita su un sasso che fluttua vicino a un sole minore in spegnimento dovrebbe regolamentare l’universo» fa Cooper, avvicinandosi.

«Puoi essere in una dimensione e amare qualcuno in un’altra epoca, in un universo parallelo» fa Amelia.
«Ma perché, se tuo figlio va a fare la spesa smetti di amarlo?»
«No»
«E allora ‘cazzo dici?»
«Sto dicendo che… senti, se non è l’amore a regolare il mondo cos’è?» domanda Amelia in lacrime.

«Niente»
«Cosa?»

«Niente. Niente governa l’universo. Siamo meno di un peto in una dimensione ipotetica sospesa nell’infinito. La nostra stessa esistenza è discutibile, piccola bucchina di papà tuo. C’è il 50% di probabilità che io sia un sogno, o che io stia sognando te, o che tutto questo sia il sogno di u-un boh, un plitorpicisfo viola che da settecentonovantamila miliardi di anni respira neutroni, suda galassie e caga sistemi solari. Però attenzione, a noi piace scopare»
«Detta così suona male, però…»
«Male, Amelia? È come dire che gli spruzzi di urina del mio gatto stabiliscono le sorti del conflitto in Ucraina, dici che suona male?»
«Ma noi siamo esseri umani!»
«E in che modo i pruriti vaginali di… che ne so, una finlandese alcolizzata e tossicodipendente del 1964 dovrebbero regolamentare le leggi della fisica quantistica? Spiegamelo come lo spiegheresti a un rapper fallito di 34 anni»

 

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Vanno nel pianeta dello scienziato fighissimo.

Scendono e trovano un immenso ghiacciolo con l’aria piena di ammoniaca e tutti morti, tranne lo scienziato fighissimo che s’è ibernato. Lo svegliano. Quello all’inizio racconta che il posto è un paradiso, poi confessa di averli trollati: il pianeta è una merda, voleva solo che tornassero a prenderlo. Tenta di uccidere Cooper a testate, fa esplodere la loro navicella col negro dentro e usa la sua per risalire alla nave madre e attraccarsi.

«Signor scienziato fighissimo, non se ne vada» dice Amelia alla radio.
Lo scienziato fighissimo decolla.

«Signor scienziato fighissimo, non attracchi» dice Amelia alla radio.
Lo scienziato fighissimo attracca.

«Signor scienziato fighissimo, non chiuda l’airlock»
Lo scienziato fighissimo chiude l’airlock.

«Signor scienziato fighissimo, n
«MA MAGARI BASTA» sbotta Cooper, chiudendole il microfono.
«Cos’è che non devo fare?» domanda lo scienziato fighissimo alla radio.
«Niente»
Muore.

L’astronave è danneggiata dal botto, cade, parte l’organo a potenza rave party, Cooper e Amelia la raggiungono e con l’aiuto dei robot monoliti riescono ad attraccarsi e riprendere il controllo mentre TIRORIRORAAAAARIRURORIRI. Tutto a posto, ma ora non hanno benzina per tornare a casa e men che meno per raggiungere il terzo pianeta candidato.

«Che comunque visto il portento di umanità che avete mandato probabilmente la sonda è atterrata a Mestre, la suburra s’è stuprata a morte tutta la squadra e la sonda sta comunicando che è una ridente cittadina» sospira Cooper, guardando il buco nero dall’oblò «basta, io vado nel buco nero» dice, entrando nella navicella. Finisce dentro. Invece di diventare una sottiletta Craft si risveglia in una dimensione stranissima fatta di miliardi di librerie della figlia, e in ognuna succedono cose diverse. Lui si mette a percuotere i libri quando vede sé stesso nel passato che parte e la lascia sola. Piange disperato e grida, ma Murphy non sente perché TIRARARAIRI RIRAIRAIAIRI. A furia di menare libri Cooper scopre che può lasciarle un messaggio con la gravità, e si mette a buttare giù libri e muovere la lancetta dell’orologio rotto.

Perché battere i tasti su un portatile è troppo faticoso.

Nel frattempo sulla Terra tutto è fottutissimo e Murphy deve lasciare la fattoria. Dà un ultimo sguardo alla sua vecchia libreria impolverata e nota l’orologio rotto. Vede che le lancette ballano ancora, e invece di reputarlo una normalissima contrazione post mortem di un oggetto distrutto stabilisce che è suo padre che dallo spazio le sta parlando in codice morse. Ci sarebbe arrivato chiunque, in effetti. Cooper muore esattamente come Batman nell’ultimo film, poi però Hollywood aggiunge il lieto fine per quelli troppo sensibili e lo ripescano che fluttua nello spazio, manco fosse un bagnante troppo ardito della piscina La conca verde di Abano Terme. Torna giusto in tempo per vedere Murphy che crepa a 96 anni.

FineTIRIRORIRIRARIRI TARIRIRARURIRARI

«Come fine?!»

TARIRIRURURIRARI – BRAAAA- TARIRIRURORIRIRI

«No, scusate, il wormhole l’abbiamo messo noi, come abbiamo fatto a farlo? Senza wormhole ci saremmo estinti, siamo sopravvissuti solo perché qualcuno di noi l’ha messo, com’è possibile?»

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«Forse dato che veniamo definiti esseri “di quarta e quinta dimensione”, potrebbe essere che secondo la teoria della fisica quantistica gli universi paralleli si intersechino e ne esistano infiniti, giusto?»

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«Allora noi in un altro universo siamo più evoluti, osserviamo gli altri universi e possiamo interagirvi, come su Timeline di Crichton! Così troviamo un universo in cui siamo prossimi all’estinzione e ci aiutiamo. Può essere, no?»

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«Forse perché il nostro universo è un labirinto e noi siamo cavie di noi stessi più evoluti! O forse perché nel nostro particolare universo deve succedere qualcosa d’importante? Mi spiegate?»

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TIRIRIARIRI RURIRI BRAAAAA TIRIRIRIRIRIRIRI

Lucca comics & games 2014, dall’altra parte della rete

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Lucca comics non è molto diversa dal carnevale di Venezia nel ’98, quando m’imbottivo di sostanze psicotrope e finivo rannicchiato in un angolo urlando. In quelli successivi sapevo già come sarebbe finita, così mi vestivo con una camicia di forza e la gente invece di chiamare i Carabinieri si faceva le foto con me.

Nel 2013 sono lì per fare il reportage per GQ, trovarmi con RRobe e vedere quali scuse patetiche hanno inventato le donne per svestirsi. Cosplayer di ogni taglia ed età sfilano in una Babilonia di spadine di gomma, minigonne inguinali, ragazzi denutriti o ipernutriti, lingue, accenti e colori. E’ tutto bellissimo, se non fosse che devo lavorare. Il problema è che l’articolo uscirà su GQ online, dove se rimborsano le spese è grasso che cola. Zero budget significa che le foto dovrò farle io, primo classificato al concorso incapaci. Ho quindi reclutato un amico, tale Bicio, che in carcere ha fatto un corso di fotografia. In cambio gli ho promesso fica, birra e un viaggio gratis, col risultato che alle dieci di mattina al terzo autogrill è già ciucco.

«AAAHAHA HAHAHA HAHAHA NEBO MI FOTOGRAFO LE PALLE GUARDA AAHAH HAHAHA HAHA» grida in mezzo alla folla, inserendosi l’obiettivo della reflex dentro i jeans e premendo il tasto.
Flash. Flash. Flash.

«Bicio, fai il lavoro per cui sei metaforicamente pagato» dico.
«Con l’ingrandimento vedo le piattole girarmi tra i peli come macchine tra i palazzi» nota, incuriosito «pare una Chicago degli anni ’20»

Bicio è rimasto alterato dalla nostra gloriosa adolescenza metanfetaminica. Inoltre in carcere deve avere scannerizzato con il proprio ano decine di cazzi in 3D, poiché è stato restituito al mondo con sodomitiche convinzioni new age. Di giorno lavora in Autogrill, nel tempo libero dice mille volte “namioreganchiore” sniffando incenso e ascoltando musica dodecafonica. In breve, devo liberarmi di questo idiota.

«Vieni, mio fido mentecatto» dico, tirandolo per un braccio «è tempo di c

 

Mi interrompo.
E’ successo qualcosa nella mia vista periferica.

Sposto gli occhi. Nella testa risuona la versione dubstep di All is hell what ends well dei 2 steps from Hell. Appena metto a fuoco ogni suono scompare, ogni colore desatura. Gli occhi si spalancano, la percezione passa ai 48 fotogrammi per secondo e si aggrappano a lei, rallentando tutto in uno slow motion che parte col beat mentre la mia mascella crolla a terra. Tutti i peli si alzano in piedi all’istante.

Magra, esile, consumata dall’odio e dal disprezzo verso qualsiasi forma di vita. La camminata maestosa di chi non ha nessuno di più importante di lei ad aspettarla. Passi lenti e misurati; ogni colpo di tacco, il chiodo di una bara. Il volto sollevato a guardare dall’alto ogni cosa. Labbra sottili e anaffettive, capelli corvini nascosti dal cappello, neri e lucidi come la pelle di un’orca assassina. Gli occhi che nascondono l’orrore e la statura di chi distribuisce dolore e sofferenza per diletto e noia. E’ una puttana manipolatrice, bugiarda, traditrice, crudele, sadica e opportunista. E’ tutto ciò che c’è di malvagio, crudele, osceno, ingiusto e corrotto. E’ l’amante del boia, la figlia del mafioso, la moglie di nessuno.

Malefica.

 

Rivedo il suo castello nel temporale, il fuoco verde che illumina il centro del salone di pietra e lei, così perfetta e immensa, stagliata contro un cielo nero e tempestoso che promette il giorno del giudizio. Spazza la folla con sguardo di sufficienza. Si sofferma su di me per un istante e prosegue. Scompare. Sono di nuovo circondato da un esercito di rincoglioniti. Restiamo soli io, la mia erezione e la consapevolezza di aver trovato un senso. La missione della mia vita è svelata: devo salvare il mondo distruggendo quella donna a pecorina.

«…EBO AAHAHAAAAHAHA HAHAHA HAHA FOTOGRAFO LE CREPE SUL MARCIAPIEDE HAH HAHA HAHAH FACCIO ARTE»
«Taci, bestia» sussurro.

L’ebefrenico fa primi piani alle erbacce disteso per terra sussultando dalle risate, incurante dei rigurgiti di vomito. Posso lasciarlo qui. Se lo trovano smembrato in Zambia non potranno mai risalire a me. Risolto questo devo uccidere la banda di schioppati che scorta quella cosplayer: potrei prendere l’arco del cielo stellato e spaccarlo sulla nuca di Gandalf e all’altra tizia vestita da Alien Mouthraped. Secondo problema risolto. Poi: rimorchiare Malefica con tatto e delicatezza pregando sia di zone accettabilmente vicine, trucidare l’eventuale accompagnatore, convincerla ad appartarsi con me e picchiarle tanto di quel cazzo da storpiarla a vita. Il piano c’è.

Ora devo solo raggiungerla.

«MALEFICA!» urlo facendomi largo tra la folla «MALEFICAAA!»
«See, er principe Filippo» dice uno con le orecchie allungate.
«Legolas all’alba dei quarant’anni, cosa vedono i tuoi occhi da elfo?» gli chiedo.
Non mi aiuta.

La via principale è impraticabile, urge deviazione. Raccolgo il fotografo da terra.
«E’ richiesta la tua indiscussa utilità» dico, strappandogli la borsa e frugando tra il suo ciarpame. Trovo il mio cellulare. Consulto Google maps. Dritto per una ventina di metri, poi bivio. A sinistra bar, a destra boh. Nella vita come nel lavoro il tragitto giusto è sempre quello difficile, quindi scatto per fare il giro della parallela e trovarmela di fronte.

Sbarrata.

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Tiro una bestemmia in faccia a due preti che rispondono “e sempre sia lordato”. Mi guardo attorno. Le mura. Decollo in quella direzione, divoro i gradini tre a tre. In cima, altre bancarelle. Scatto in avanti. Picachu colpisce coi testicoli il mio ginocchio e si accascia muggendo. Tiro dritto. Centro con una gomitata Ezio di Assassin’s Creed che si sta facendo fotografare sul cornicione. Lui tira un “gnaah”, poi fa un salto della fede realistico quanto fallimentare schiantandosi pochi metri sotto su un venditore di zucchero filato, che s’incazza uso tasso letargico e attacca a ravanarlo di botte. Scalinate. Mi catapulto giù e sono di nuovo in strada, dall’altra parte della massa. Oltrepasso un grumo di ninja denutriti. Percorro la via parallela travolgendo cartocci di patatine, elfi, dinosauri, truppe paramilitari di obiettori di coscienza, Batman, venti joker, donne pagliaccio, Cristi con la croce, demoni manga e marinarette dello spazio con sguardo da estetiste.

Arrivo davanti al bar, niente. Penso più in fretta che posso. Ogni secondo che il mio pene passa fuori dall’intestino di quella cosplayer è una fitta di dolore. La mente è attraversata da flash di lei in ginocchio col trucco sbavato e le guance arrossate dai ceffoni. Sento il suono della testiera del letto che batte a tempo con le sue suppliche di fare più piano, io che l’attacco al muro e

…e un cazzo. Non la rivedrò mai più. Nel 2013 ho imparato che a Lucca comics c’è troppa gente per fare qualsiasi cosa, specialmente dietro la rete che separa giornalisti da autori.

Curiosamente quest’anno GQ non mi ha contattato per fare un reportage, così sono arrivato lì come autore. Questo repentino cambio mi ha permesso di fare figure di merda a ripetizione. Un lettore s’è presentato chiedendo una foto ed era troppo imbarazzato per dirmi che avevo capito male, così è stato fermo e buono mentre io lo fotografavo con sua morosa. Solo dopo, con tono incerto, ha detto “grazie, ma intendevo se te ne facevi tu una con me”. Alla cena della Limited ho spintonato un giappo che stava in mezzo dicendogli “ocio, Chinatown” e solo dopo Chris m’ha svelato che era tale Masacazzo Cazzimma, eminenza grigia di manga di donne nude.

 

tumblr_m4g8zieuy01qfw2dno1_250 (1)Ups.

Poi c’è stata la presentazione di Nick Banana. 140 pagine in bianco e nero di storia che lega la prima saga alla seconda – ecco perché qui mi son fermato. Uscirà circa ad aprile 2015 e sarà una collaborazione tra me e Michele Monteleone alla sceneggiatura, Daniele Di Nicuolo ai disegni. Questa foto della conferenza riassume bene il nostro stato d’animo: io serena inconsapevolezza, Daniele sconsolata disperazione, Michele che paglieggia sperando nessuno lo riconosca.

 

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Insomma, grazie a tutti per esserci stati. La prossima volta sarò più professionale, o più probabilmente no.