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Nello sfintere della balena

La giornata inizia alle 6, quando gli impiegati aprono le aziende facendo partire gli allarmi. Risuonano come petardi a capodanno qui e lì. Riconosci il UUIIIIIUUUUUIIIII di una, il UA’UA’UA’UA’ dell’altra. Mi trovo a fantasticare se il capo abbia scelto la suoneria come fai con quelle del cellulare.

WAAAA-WAAAA-WAAAAA
«QUESTA LE PIACE?!»
«NO FA UN PO’ VECCHIO»
EEEEEEEOOOOOOOOEEEEEEEEOOOOOO
«QUESTA?!»

Non ce l’ho con gli impiegati. Quei cosi vengono installati dai paranoidi dirigenti, convinti il mondo pulluli di gente ansiosa di rubare il loro rossetto gigante da salotto. Impostano quindi la tolleranza dell’allarme a livello Internet; la fotografia di due gambe di donna sull’asfalto potrebbe urtare la sua sensibilità, un’esplosione che smembra 30 persone no. Risultato, appena lo attivano il malnato scatta dozzine di volte al giorno, tanto che se ormai un ladro entrasse davvero per rubare qualcosa, dai palazzi la gente scenderebbe a ringraziarlo.
AAAAAAAAOOOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Madonna cheppalle» dico.
«No, scusi» fa il vicino sporgendosi dalla finestra «è lei che è uno snob.»
Ah, giusto.

Dopo un anno in questa città ho capito che se esprimi opinioni diverse dall’intellighenzia di Twitter sei uno snob, modo elegante che hanno qui per dire dilettante contadino. A Milano persino gli allarmi alle sei di mattina vanno ascoltati o, al massimo, ignorati. Tutto qui è una performance artistica, una provocazione postmoderna, una composizione sonora avant garde. Quello che salta la coda al semaforo e mette la freccia all’ultimo potrebbe stare facendo una performance d’arte figurativa, se è bianco e ha un’automobile ironica. Se invece ha un SUV no. L’altra sera entro in un locale raccomandatissimo e ordino un white lady. È uno dei cocktail più vecchi del mondo. Semplice, pulito, efficace. Mi portano tre bicchierini da shot su un vassoio in pietra lavica.

«Quello contiene il gin, quello il triple sec, quello il limone» dice il cameriere.
«Grazie, però io avevo chiesto un…»
«È un White lady. Ma destrutturato.»
«E come lo shakero?»
«Non ha capito. È una provocazione del mixologist. Gli ingredienti vengono serviti separati, è il cliente a mescolarli dentro di sè, sostituendo al ghiaccio dello shaker il gelo che ha nel cuore; sciogliendolo.»

 

«Diciotto euro ben spesi» dice il tizio al tavolo di fianco.

Mi manca, picchiare la gente.
Proprio le risse ignoranti che finisci a rotolarti per terra a dargli in faccia col portacenere, bam bam bam. Ma sono io, a non volermi rassegnare a crescere. E a 37 anni è patetico. Anzi, questa mia tendenza a non capire i meccanismi sociali moderni mi è costata un contratto della madonna. Invitato a una sfilata, ho detto che mi era piaciuta. Poi in giardino ho parlato di un altro stilista, il mio preferito. Tragedia. Gaffe imperdonabile, mi hanno spiegato gli addetti ai livori. Non possono piacerti due cose assieme, qui; quando sei in un posto, deve essere la cosa più figa del mondo. Poi devi andare in un altro e ripetere.

«Devi fare come Diprè. Tutto è bello. Tutto è arte. Così fanno i professionisti. Devi scegliere una cosa e martellare su quella. I cocktail ti piacciono?»
«Sì. Bè, quelli clas
«NONONONONO. Cocktail. Punto. Devi martellare su quelli. Bam bam bam, un brand dietro l’altro. È uscito il nuovo gin? Uao, figata. Fanno il White lady destrutturato? Capolavoro geniale, provatelo, hashtag, call to action ai brand, aumenti l’engagement e accendi un cero alla madonna.»

Milano, città dalle cento puttane e nessuna troia. Qui tutte scopano per soldi, nessuna per piacere. E del resto ci sono venuto apposta da Mestre, Negrato Pozzetto che vien dalla campagna. Darwin insegna che o ti adatti o muori. E l’hiphop mi ha dimostrato che è vero.
AAAAAAAOOOOOAAAAAAAAOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Una brillante provocazione postmoderna» provo.
«Vedo che si intende di arte» dice il mio vicino di casa, dal cui ano spuntano misteriosamente delle verzure «Ha colto il riferimento agli allarmi delle fabbriche vintage? Una severa ironia sul mondo del precariato di oggi.»
«Magnifico» dico.
«Sente come prende bene il timpano, come perfora le pareti? Grida il dolore della moderna classe operaia, quei giovani sottopagati freelance che…»
«È la cosa più bella che abbia mai sentito.»
«Già, già» annuisce lui.

«Senta, parlando d’altro, perché ha una carota nel culo?»
«Mi piacevano le verdure, un pubblicitario ha inventato una marketing strategy provocatoria che spinga la gente a interagire. Lei infatti si è interessato. Sono carote Burzì, buone qui e buone lì.»
«Si guadagna bene?»
«Certo. Ho potuto permettermi un quadro che sognavo da tempo. Venga, glielo faccio vedere» dice, rientrando.
Seguo la sua coda verde sculettare.

 

«Non è stupendo?» domanda.
«È la cosa più bella che io abbia mai visto» annuisco.
«Lo so. È un Pigasso originale commissionato e dipinto per me.»
«Ma Picasso è morto.»
«Ho detto Pigasso. Non Picasso.»

 

https://www.thesun.co.uk/news/2260166/meet-the-pig-who-is-conquering-the-art-world-with-her-abstract-paintings-after-her-rescue-from-the-chop/

Mi giro a guardarlo in faccia.
UEIUEIUEIUEIUEIUEIUEI
Continuiamo a guardarci.
UA’UA’UA’UA’UA’UA’
La carota cade a terra.

Come nasce la Blue whale o il green dolphin

«Dotto’, lei deve salva’ mi fijo.»
«Non sono dottore.»
«È uguale.»
L’ufficio dello psicologo è spartano ma ordinato, scaffali anni ’70 pieni di libri, una scrivania dall’aria scolastica e due seggiole in plastica e alluminio. C’è silenzio e profumo di carta. La donna ha passato i quaranta, indossa un paio di jeans e una maglietta stinta, zeppe di corda su piedi callosi.
«Quanti anni ha, suo figlio?»
«Sedici. Da un po’ de mesi ha iniziato a comportarse strano. Poi, ieri sera, quand’è uscito so’ andata in camera sua e ho trovato questo» dice la donna, porgendo un foglio stropicciato. Il titolo è “Il gioco del delfino verde”.
«Io conoscevo la balena blu» fa lo psicologo.
«EH, E QUESTO È ER DERFINO VERDE»

1) Acquista un poster della Lanterna, appendilo in camera e manda una foto al tuo tutor.
2) Svegliati alle 4:20 e guarda video di naufragi che ti manda il tutor.
3) Mangia della panissa. Solo tre pezzi, poi manda la foto al tutor.

«Cos’è la panissa?» domanda l’uomo.
«Polenta de ceci fritta» fa la donna.
Lo psicologo fa una smorfia di disgusto.
«’o so, ‘o so. Legga, legga.»

4) Disegna una barca su un foglio, accartoccialo e buttalo nel cesso. Tira l’acqua e guarda il foglio sparire. Manda il video al tuo tutor.
5) Se sei pronto a diventare un delfino, scriviti “belin” sulla fronte. Se no, mangia della panissa.
6) Sfida.
7) Inciditi con un rasoio il miglio nautico sulla mano. Manda la foto al tutor.

«Hmmm, potrebbero essere atti di autolesionismo atti al ricondizionamento psicologico» dice l’uomo, alzandosi a cercare un libro «Ma a sedici anni è possibile sia una recita per attirare l’attenzione.»
«Dotto’, nun c’ho capito gnente, ma legga.»
«Non sono dottore.»
«LEGGAAAAA.»
L’uomo torna a sedere.

8) Scrivi “#sono_un_delfino” sulla tua bacheca Facebook.
9) Sconfiggi la tua peggiore paura.
10) Svegliati alle 4:20 e vai davanti a uno specchio d’acqua. Lago, piscina, fiume, mare. Anche una pozzanghera va bene.
11) Acquista un costume da Gabibbo. Indossalo e manda la foto al tutor.
12) Metti dell'acqua in bocca e facendo i gargarismi intona "Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, che abbiamo noi quando andiamo a gurgle gurgle".

«Questa canzone l’ho sentita tanti anni fa» fa lo psicologo «La cantava un uomo mentre affogava in spiaggia.»
«Poi è morto?»
«No, era sulla battigia. L’ha salvato un bambino sollevandogli la testa.»

13) Ascolta “liberaci dal mare” per 100 volte.
14) Riempi il lavandino e tieni la faccia in acqua più che puoi.
15) Esci con una donna e chiedile di pagare anche per te.
16) Fai in modo di stare male o mangia una pizza stracchino e pesto.

«Stracchino e pesto» mormora lo psicologo.
«Me dica lei se nun è grave.»
«Suo figlio probabilmente si sente escluso dalla comunità e cerca di integrarsi in un’altra. Ma non capisco quale.»
«Se nun lo sa lei.»

17) Trova lo specchio d’acqua più grande e profondo che trovi. Resta sul bordo per un po’.
18) Sali su una torre. Concentrati. Immaginala affondare.
19) Prova a salire su una barca. Se non ci riesci, la prova è superata.
20) Il tuo tutor verifica se sei affidabile.
21) Parla su Skype con un altro delfino.

«Torri che affondano, specchi d’acqua, delfini, barche su cui non si riesce a salire, polenta coi ceci» fa lo psicologo «Ma che razza di indottrinamento è?»
«Ma io che ne so? Finisca.»

22) Metti i piedi dentro uno specchio d’acqua.
23) Sfida: ripeti che l’America l’ha scoperta Cristoforo Colombo. Fallo finché ti sembra vero.

«Hahaha che sciocchezza, l’America l’ha scoperta Amerigo Vespucci, lo sanno tutti» sorride lo psicologo «Colombo ha scoperto san Salvador. Tra l’altro ignorando i calcoli di Eratostene e cappellando gravemente la dimensione del globo terrestre. Se non avesse sbagliato strada sarebbero tutti morti in mezzo all’oceano.»
«Ma sticazzi de ‘ste robe da froci, vada avanti.»

24) Impara a riconoscere gli albarini.

«E cosa sono?» fa l’uomo.
La donna alza il labbro e stringe le spalle.

25) Incontrati di persona con un delfino.
26) Il tuo tutor ti dirà la data e dovrai accettarla.
27) Alzati alle 4:20 di mattina e guarda un acquario.
28) Non parlare con nessuno per tutto il giorno. Se sei costretto, fatti andare di traverso la saliva.
29) Impara la differenza tra bere dal rubinetto e waterboarding.
30-49) Svegliati tutti i giorni alle 4:20, guarda video di naufragi, mangia almeno un piatto di pasta al pesto al giorno, parla con un delfino.
50) Trasferisciti a Genova.

Lo psicologo depone il foglio: «Sconvolgente» dice.
«CAPITO?! Ma che problemi c’ha?! Che je manca? Che avemo sbajato?!» grida la donna.
«Innanzitutto, si calmi.»
«MA ABBIA PAZIENZA! Ieri sera mio marito va da lui, gli dice…» si soffia il naso «aò maschio, domenica nnamo a vede’ ‘a Lazio?, e mi fijo sa che risponde? Papà» singhiozza la donna «èmmo za daeto!»
«E cosa significa?»
«MA CHE CAZZO NE SO IO! MO’O DICA LEI! È POSSEDUTO?! CHE IDIOMA È, LE BESTIE DE SATANA, I NORMANNI, COSA?! COS’È?! Ma lo sa che m’ha raccontato la madre de Mario, n’compagno de scuola? Che mi fijo è annato in discoteca co’ gli amici e ha ordinato un Basito!»
«Un cosa?»
«ER MOJITO COR BASILICO AR POSTO DAA MENTAAAaaah» piange la donna battendo i pugni sulla scrivania «Mo’ dopo questa come posso spera’ de fallo scopa’!?»
«Signora!»
«EH SCUSI, EH! Ma ha presente se vai co’ ‘na romana ar bar e ordini un basito che succede?!»
«No, cosa succede?»
«PENSA CHE SEI FROSCIO, ECCO COSA!»
«Su, su, sta esagerando» dice l’uomo, porgendole un Kleenex «pensi che in Russia, invece di questo Delfino verde, c’è la Balena blu. E alla fine i giovani si suicidano, altro che diventare genovesi.»
«È ‘a stessa cosa.»
«Non lo dica nemmeno per scherzo. Un romano che vuole diventare genovese è… peculiare, ma non un suicida. Sarà attratto dal mare. Vorrà fare il marinaio.»
«MA MI NONNO ERA DE PISA!»

 


«Ah» fa lo psicologo, tirando indietro la testa.
«Capisce, adesso?» dice la donna, con un filo di voce «Noi siamo il sangue che ci portiamo appresso. Er tempo è ‘na bugia. Cos’è uno, senza storia? A che s’aggrappa? Ce credo che poi s’arruola nell’Iris o fa er capidoglio azuro, ‘a balena verde…»
«Blu.»
«MA PURE LILLA, DOTTO’! Io so’ ignorante, non ho studiato, p-però… Quanno c’erano carestie, assedi, traggedie, i nostri avi sapevano chi l’aveva messi ar mondo. Sentivano de rappresenta’ mamme, nonne, bisnonne, indietro fino a prima de Garibaldi. E SE PENSI QUESTO NUN SEI MAI SOLO! Sei ‘na linea, no un punto! Un punto è come ‘a particella de sodio! È solo, nun sa dove anda’, se perde, more! Una linea nun se perde mai! Se non hai un motivo pe’ sta’ in piedi, stai in piedi per il sangue tuo! Me spiego?»

Lo psicologo si sporge sul tavolo.
«Scusi, con tutto il rispetto: ma per non far sentire suo figlio un… punto, come lo chiama lei; cos’ha fatto? Che gli ha detto?»
La donna stringe gli occhi: «Ma che, serve dirglielo, che ha ‘na famija?»
«Non saprei. Suo figlio conosce i nonni? È mai stato a Pisa? Ha idea di quale sia la sua storia?»
«No.»
«In casa avete foto, oggetti, cose che dicono chi siete, da dove venite?»
«No. Ma che c’entra?»
«Così» dice lo psicologo, appoggiandosi allo schienale «Ogni volta che passo per porta portese vedo corredi della bisnonna, medaglie della prima guerra mondiale, posate con le iniziali… Tutto svenduto a due soldi. Mi sono sempre chiesto cosa rimane in casa di chi vende.»
«Spazio. Ndo’ la metto tutta quella roba?»

«Bè, adesso ha una camera libera» dice lo psicologo.

Appunti sparsi su Guardiani della galassia (1 e 2)

In uno studio psicoanalitico di Alien, gli autori hanno evidenziato il parto/nascita dell’alieno, poi hanno notato che per tutto il film sono presenti esperienze psichiche del bambino nei primi mesi di vita (audio di respiri, battiti e suoni). Hanno aggiunto che l’interno delle astronavi di Giger ricorda l’interno di un corpo umano; l’entrata dell’astronave è una vagina. Ci sono uova nella caverna inferiore. Il computer si chiama Mother. In conclusione, Alien è la rappresentazione della paura del bambino di vivere in un mondo dove non ci sono padri e le madri sono cattive. Nel mondo reale, la madre di Ridley Scott è stata “la prima femminista che ha conosciuto” e suo padre era un militare sempre in giro per il mondo.

Perché il processo creativo viene dalla memoria.

Ora andiamo a parlare di “un blockbuster senza pretese”, come è stato definito da buona parte degli opinionisti di Internet: Guardiani della galassia. Parla di un bambino a cui muore la madre, rifiuta di accettarlo, scappa, vive in un mondo tutto suo alla giornata finché incontra una bambina arrabbiata e ferita come lui. Diventano amici; trovano un gruppo che li protegge e insieme affrontano il dolore, la malinconia e la solitudine che provano tutti i bambini mentre diventano adolescenti. Guardiani della Galassia 2 è il passaggio all’età adulta, l’ultimo gradino – il più atroce – che coincide con la morte del padre e la trasformazione in uomo.

I personaggi principali sono cinque, ma in realtà è uno solo: Starlord, o meglio, il rosso. Nel film, il rosso è il colore dei buoni e della famiglia. Ognuno dei suoi compagni è una parte del suo Io, e ne contiene una parte.

 

 

 

Gamora
È l’eros. Il desiderio infantile del bambino verso la madre. Quando nel primo film Gamora tende la mano a Starlord, lui rivede la madre sul letto di morte. Il maschio adulto cerca nelle donne un succedaneo della propria madre. Nel fumetto, Gamora è definita “la donna più pericolosa dell’Universo”, ossia quella che alla fine ti sposi. Gunn ne sa, dato che ha divorziato nel 2008. Tra Gamora e Starlord c’è qualcosa che non si esplicita ma è molto profondo. Notare: Gamora è verde ma coi capelli rossi. Starlord la reputa estranea. Alla fine, nel momento del climax, quando lei gli tende la mano

…col movimento di camera, dal verde c’è la transizione al rosso.

È in quel momento che Starlord passa da bambino ad adolescente. Gamora diventa l’erede della madre (la cui coperta è rosa, cioè rosso che si spegne). Eppure, dai capelli sapevamo fin dall’inizio che aveva qualcosa di lui.

 

Drax
È la malinconia del passato, dell’innocenza perduta e del proprio ego infantile. È un peso ingombrante, indistruttibile e patetico, come lo scaffale di giocattoli anni ’80 nella casa di un quarantenne. Drax ricorda Hulk perché le scarnificazioni rosse, sopra la sua pelle blu, somigliano alla giacca di Starlord che si straccia per farlo uscire. È l’Hulk della nostalgia. Nella scena del combattimento iniziale col mostro su vol.2, difatti, Drax decide di combatterlo dall’interno. Perché Drax è una cosa interiore tutta maschile, diversa ma uguale a Inside out. Ha lo stesso colore, stazza e tono di Sadness e la stessa innocenza di Bing bong, perché noi gestiamo e affrontiamo la tristezza in modo diverso dalle donne. Non c’importa quante ne prenda Drax; a livello inconscio sappiamo che la nostalgia non la batti a cazzotti. È per questo che su GotG la sospensione dell’incredulità non cade: sappiamo che stiamo guardando altro.

 

Rocket
È l’aggressività adolescenziale, quella fase della vita in cui pensiamo solo a picchiarci per frustrazione sessuale e rabbia verso il padre/ostacolo, quella figura che si mette di mezzo tra noi e il nostro desiderio verso la madre e ci obbliga a diventare adulti per avere delle donne che la sostituiscano. Anche per questo odia Gamora, non si fida di lei e fa di tutto per liberarsene. Quando su vol.2 Rocket si contende il controllo della navicella spaziale con Starlord, è una bella rappresentazione dei sedici anni tra botte, seghe e accenni di maturità. Ricordate nel vol.1, quando è Rocket che si presenta da Yondu armato per riavere Starlord? State assistendo a una lite tra adolescente e genitore. Insensata, patetica, eppure serissima per Rocket.

 


Groot
Su di questo personaggio ci sarebbe da dire molto. Prima di tutto, è l’unico a non avere desideri. Drax e Gamora vogliono vendetta, Rocket e Starlord vogliono soldi. Lui non vuole nulla. Ma quando alla fine del primo gli amici stanno per morire, Groot li salva dicendo “noi siamo Groot”. In conclusione, James Gunn ha usato la parola “groot” per rappresentare il concetto di famiglia. Si presenta assieme all’aggressività perché rappresenta il primo abbozzo di nuova famiglia dell’adolescente che lascia il nido: la compagnia di amici con cui vai in giro a fare danni. Alla fine si sacrifica l’idea di gruppo per (ri)nascere) idea di figlio. Ecco perché quando Drax guarda baby Groot lui si immobilizza: quello sketch è il conflitto interiore dei trentenni tra nostalgia del passato e desiderio di paternità. Groot è la cumpa. Baby Groot, comprare una culla.

 

La Milano
Gunn l’ha chiamata così in onore di Alyssa Milano, la sua prima cotta. Il che depone parecchio a favore del fatto che la Milano sia la Ryley di Inside out, contenente le cinque emozioni principali.

 

 

 

Yondu
Per evitare possibili fraintendimenti, Yondu è così freudiano che ha due parti rosse: la testa e il cazzo. Lo so, può essere ridicolo parlarne, ma Yondu è identificato da un simbolo fallico che incute una paura boia a Starlord: la bacchetta. Che fatalità lascia una scia rossa ed è indistruttibile finché non incontra il padre biologico. Quella bacchetta è così importante che su vol.2 viene inquadrata al rallentatore in 3D mentre ti punta la faccia. Non ditemi che non c’è Freud, in questa roba.

La scena che riassume tutta l’epopea della crescita è quando Yondu, a bacchetta spezzata, abbraccia Starlord e lo porta fuori dal pianeta verso lo spazio, finché i suoi retrorazzi non ce la fanno più. Con Yondu, Starlord abbandona il padre biologico, quell’Ego che vuole annientare tutte le altre personalità per replicarsi (come i padri che cercano in tutti i modi di far piacere ai figli Guerre stellari) abbracciando il padre mentore, che lo spinge al limite delle proprie possibilità per permettergli lo spazio. E quella vastità nera con loro due rappresenta il resto della vita che Starlord dovrà vivere come vorrà. Ma senza più un padre.

Come in tutti i film generazionali, arriviamo al climax. Il Perozzi di Amici miei. Silente di Harry Potter. Obi Wan Kenobi su Guerre Stellari. La morte del padre unisce le personalità di Starlord nel dolore, una cosa lunga, silenziosa e straziante. Si chiude con la rabbia adolescenziale, Rocket, in lacrime dopo aver realizzato quanto lui e Yondu fossero simili. E mentre il primo volume si conclude con una frase che direbbe qualunque adolescente di sabato sera “cosa facciamo? Qualcosa di buono, di cattivo o di così così?”, il secondo si chiude con un silenzio assordante. Perché è così che inizia il primo giorno del resto della vita.

Guardiani della galassia usa un linguaggio nuovo. Conosce Internet e usa i suoi ritmi, le sue esagerazioni e i suoi segreti. È qualcosa di diverso e anomalo. Se quando siete usciti dal cinema avevate una sensazione strana, se per motivi inspiegabili non avete notato incoerenze, buchi, oppure li avete notati e ve ne siete fregati, è perché Guardiani della galassia parla d’altro.

“Come l’allucinogeno volante”

«Oè» fa il gondoliere nel canale.
«Oè» risponde un altro gondoliere, dal canale contingente.
Quello primo in senso orario rallenta e fa passare.

Se abiti in questa città abbastanza, smetti di sentire quell’. Come i clacson a Milano. Venezia in primavera ha meno turisti, meno casino, e quello scalpicciare di fondo che stimola le chiacchiere o le dormite. Ho vissuto buona parte della mia infanzia, prima che i miei si trasferissero sulla terraferma. Quando ci torno fa sempre male, come scopare una ex. È quasi mezzogiorno, siamo seduti in un bar in campo dei frari. Due spritz col Select e qualche cicchetto.

«BECCA QUI» fa Ario, mettendomi il cellulare davanti.

Sgrano gli occhi: «Tu che trombi sbarbate? Cos’è ‘sta novità?»
«Beneficienza. Sto salvando una giovane coppia. Vedi, aiutare gli altri è una missio
«È maggiorenne, almeno?»
«No. Ma, come ho detto, è a fin di bene. Un uomo non si abbassa a trombare frutti acerbi senza una buona causa. E poi comunque le lascio dieci, venti euro. Lei dice che non serve ma io mi sento più a mio agio.»
«Quanti anni ha?»
«Chiederesti a Dante quanti anni aveva Beatrice?»
«MA CHE CAZZO C’EN
«Ascolta la storia, prima. Capo?» fa Ario, alzando il braccio verso il cameriere «altro spritz. Tu hai soldi, vero?» conclude squadrandomi.
Annuisco.

«Matteo è un giovane signore di periferia» dice Ario, rollandosi una sigaretta col mio tabacco «è figlio di una parastatale obesa che truffa sull’invalidità e di un rapinatore deceduto in conflitto a fuoco. Ora: cosa fa un gentiluomo di tali nobili origini? Perché è chiaro che c’è odore di mito, nell’aria.»
«Mito?»
«Certo. Sono i codardi come te che si ripuliscono, vanno a Milano, frequentano artisti e zoccoline da frigobar. Un vero uomo resta, si droga e si droga e si droga fino a morire qui, nella sua terra. Vuoi perché mangia un aidsburger durante una baby gang bang, vuoi perché è un giovane ladro Aladdin e l’eroina il suo tappeto magico. Queste sono le vie del guerriero. Questo ti rende eroe dei bar sport. Secondo te perché dei poser come Corona s’atteggiano? Perché vogliono essere così, ma senza morire a vent’anni o frequentare cacai.»

«Che tristezza.»
«È a uomini come Matteo che le donne tirano dietro la fica, perché sanno che trapassano entro i trenta e c’è poco tempo per scippargli il liquido seminale. Sospetto sia un retaggio dei tempi passati, quando venivano macellati sui campi di battaglia e le donne potevano avere da un lato il seme gagliardo, dall’altro il cash dei vecchi mosci che stavano a casa. Quelli come Corona sono bravi a truffare, certo. Ma non sono Matteo.»

«Risparmiami la sociologia. Quanti anni ha ‘sto tipo?»
«Ventuno, una robusta e certificata lista di aggressioni e rapine alle spalle. È il fidanzatino della ragazza qui sopra, tale Deborah con l’h. Di recente, il nostro è diventato centauro.»
«Harley?»
«No, sedia a rotelle.»

 

«Cosa»
«Sì, sì. Da metà schiena in giù è… come si dice? Un fossile.»
«EH, MO’ MATTEO È UN TRILOBITE.»
«Questo dice la scienza.»
«Un vegetale, semmai. Cos’è successo?»

«Sai come funziona Internet, no? Parti il pomeriggio per capire come funziona un aereo e finisci alle due di mattina che ti seghi su una vecchia coi polipi nel culo. Allora lui non sa tagliarsi le unghie, gli viene l’unghia incarnita. Gli fa un male bestia, va a cercare in Internet rimedi di medicina alternativa.»
«Come arriviamo a
«ASPETTA! Allora trova ‘sto sito che gli suggerisce di metterci la droga.»
«Sull’unghia incarnita?»
«Sì. Insomma una cosa tira l’altra e si mette un acido sulla carne viva.»
Silenzio.

«Questa non l’abbiamo mai provata neanche noi» dico.
«L’unico caso simile è Atza nel ’03 che ha visto il poster dei Manowar prendere vita, ha afferrato la spada elfica al muro ed è corso in strada urlando che arrivavano i Normanni.»
«Ricordo.»
«Insomma, Matteo si fa un viaggio double fattanza first class e arriva a sentire le voci. Di solito significa che hai portato a casa la serata, ma nel suo caso sono le tre di pomeriggio, è fatto come un vichingo ed è a casa da solo. Sente suo padre dirgli che ora ha acquisito poteri magici e può volare. E questo apre discussioni che servirebbero fior di studiosi. Se vogliamo credere alla teoria dei multiversi, la droga potrebbe essere una sostanza in grado di espandere le nostre capacità percettive e farci interagire con un universo in cui suo padre non è morto e il giusto cocktail di droga ti trasforma in Superman.»
«Un mondo perfetto.»
«Sì, ma non il nostro. Il nostro è un mondo di guerre, ingiustizie, donne che non fanno anal. Così Matteo, novello Icaro, esce in terrazza e si lancia verso la troposfera. Per ben sette piani tutto funziona a meraviglia. Vola. Poi sbaglia la cabrata e ora da metà schiena in poi lo usi come parcheggio per biciclette.»

«Poraccio, Ario.»
«Oddio, anche tu con ‘sta moralità bigotta. Ma quale poraccio? È un guerriero della droga e va onorato come tale. Anche perché grazie a questa cosa la sua vita sessuale è migliorata.»
«Cosa c’entra la vita sessuale?»
«Ti sei dimenticato Deborah. È la fidanzatina di Matteo. Ora, il pistone è andato, così il nostro è diventato bravo con lingua e dita. Sua morosa è felice.»

«Te la sei inventata.»
«No. Me l’ha raccontato lei ieri dopo che l’ho trombata.»

«Non puoi essere tanto disgustoso. Nemmeno tu.»
«Ma che cazzo, per una volta che faccio assistenza disabili mi fai pure la morale?! Se non la trombi quella lo molla. Matteo che fa? Resta solo? Guarda che le puttane per disabili costano un botto. Da un lato lo Stato figurati se aiuta, dall’altro nessuna donna te la darà mai più. Io la tengo motivata, la sprono, le do quello che le manca. Così il buon Matteo è felice, Deborah è felice e vissero tutti felici e contenti. Perché devi sempre vedere il lato brutto della vita? Sei come quelli che sputano sui ricchi che fanno beneficienza.»

Bevo lo spritz in silenzio.

1904 – La maratona del degrado

Saint Louis, Missouri
12 agosto 1904

Sulla veranda, un uomo mangia una mela e coccola Oreste, il suo cane. Ci sono 28° all’ombra, umidità oltre il 90% e non tira un filo di vento. La campagna è quieta e immobile. I cavalli di passaggio sono sporadici. Non si muove niente, nel caldo agosto del Missouri. Oreste boccheggia sul pavimento, accetta il grattino del padrone, drizza le orecchie.
Anche l’uomo sente qualcosa.
rrrrr
Si sporge sulla poltrona.
Il suono cresce.
RRRRRRR
«Lo senti anche tu, mio piccolo Or

Automobili a tavoletta. Uomini in mutande corrono, un tizio accovacciato nel prato caga urlando in irlandese, spari, un francese passa piangendo e dicendo di essere il vero padre della bambina, uno nudo a bordo di un’automobile agita il cappello, sviene vomitando contro il cielo, due guerriglieri sudafricani scalzi fuggono guardandosi indietro, operai greci nei campi, un cadavere, un muratore scappa inseguito da due uomini che agitano una siringa, un cubano in canottiera arriva sulla veranda, gli strappa la mela di mano, fugge.

 

 

 

 

 

 

 

Stadio di Saint Louis
Un’ora prima

Al signor James Sullivan avevano detto che per organizzare la terza edizione delle olimpiadi servivano soldi, ma lui non li aveva ascoltati. Sfrutta i suoi contatti nell’ambiente sportivo e accademico, scrive a tutto il mondo di venire a gareggiare lì a spese proprie, noleggia lo stadio dell’università e attende le lettere di conferma.

«Che arriveranno a pioggia, ragazzo, non temere» dice al suo assistente.
Rispondono in 600, di cui 574 americani.

«Vabbè, capo, chiamiamola sagra della brugola.»
«Assolutamente no. Almeno il pubblico sarà numeroso.»

Inaugura l’olimpiade il presidente degli Stati Uniti, no, il vicepresidente degli Stati Uniti, no, il segretario, no, la nipote del presidente degli Stati Uniti. A quanto pare nessuno, in America, sa o è interessato ad assistere alle olimpiadi. Sullivan deve trovare qualcosa che attragga la plebe e, oggi come cent’anni fa, alla gente piace il circo. Sullivan quindi organizza le giornate antropologiche.

«Cioè facciamo i provini per il Grande fratello?» fa l’assistente.
«Ma no.»

Durante queste giornate, un branco di pigmei prelevati con la forza tentano di salire il palo della cuccagna, ma scivolano e si fanno male.

Poi sioux vestiti da imbecilli provano a scagliare frecce con archi giocattolo. Un arco gli si rompe in faccia e tutti ridono. Poi gare di bellezza tra negri e filippini, donne indiane contorsioniste seminude. Sullivan legge sui giornali resoconti dei giornalisti scandalizzati, col tono in stile “io sono razzista, ma questa cosa è troppo razzista”.

Quando i suoi sottoposti pagati a ciaccole annunciano a Sully che le nazionali di nuoto sono pronte a gareggiare ma non trovano la piscina, lui indica lo stagno dove normalmente i mandriani lavavano le vacche.

Fatalità tutti i nuotatori si ammalano di tifo, e quattro trapassano.
Dettagli.

Sullivan vuole inserire il polo a ogni costo. Un match di polo è eleganza, brutalità, velocità: in una parola, maestosità. È per questo che viene chiamato lo sport dei re. Vederlo dal vivo è uno spettacolo unico, ma a tre giorni dall’inizio delle olimpiadi, salta fuori che far venire da tutto il mondo giocatori, cavalli, scudieri, medici, veterinari e arbitri costa come 154 olimpiadi, e loro si guardano bene dal venire di tasca propria.

«…quindi rinunciamo al polo» dice l’assistente.
«Nononono, basta tagliare il superfluo.»
«Tipo?»

 

«I cavalli.»

 


«Visto, ragazzo? Basta un po’ d’inventiva» gongola Sullivan.
«Sì, e per magia gli spalti vuoti sono quasi confortevoli, no?»
«Silenzio.»

Segue il tiro al piccione elevato a disciplina olimpionica, l’handicappato con la gamba di legno che vince sei medaglie stracciando quelli integri, o mille altri tripudi di ritardo mentale che meriterebbero una trilogia, soprattutto visto che le olimpiadi durano mesi. Ma il fiore all’occhiello, la ciliegina sulla torta, il momento più importante, per Sullivan, è la maratona.

Pianificata da un uomo mentalmente disturbato, in questa edizione gli atleti dovranno fare cinque giri di stadio, uscire in strada, percorrere quarantadue chilometri su sterrato tra macchine, passanti, biciclette, 28° all’ombra e con uniche fonti d’acqua a 6 miglia (cisterna piovana) e 20 miglia (pozzo di acqua avvelenata). Questa è la scansione di una mappa che viene consegnata ai partecipanti.


Ma siccome la maratona deve essere internazionale, per ovviare alla scarsità di atleti Sullivan arruola la peggio plebaglia, purché di origini estere. Quindi operai, immigrati, clandestini, banditi, tutto fa brodo, anche se armati o inseguiti dalle forze dell’ordine.
È come se oggi qualcuno prelevasse gente a caso da campi rom, parchi, vicoli, stazioni e galere, per poi metterli sulla linea di partenza di giochi senza frontiere.

Ecco la linea di partenza.


 

Buona parte di costoro non ha mai corso e, dopo questa maratona, non correrà mai più. Prima che la pistola dell’arbitro scriva il più buio capitolo nella storia dello sport, però, vale la pena presentarli. Ognuno meriterebbe un romanzo (di alcuni esiste già) ma sono costretto a riassumere.

 

20 – Thomas Hicks

Un metalmeccanico di Cambridge. Gli piace correre, condurre uno stile di vita sano ed è astemio. Un giorno viene notato da un allenatore coperto di debiti e braccato dagli strozzini, tale Ernie Hjertberg. Ernie decide che quell’omino è l’occasione per rifarsi una vita. Si offre di allenarlo per la maratona. Thomas accetta a una condizione: «Niente schifezze né aiutini, chiaro?»
La vita, si sa, riserva sorprese.

 

 

31 – Frederick Lorz

Frederik si allena di notte, dato che di giorno fa il muratore dopo che il college l’ha espulso per rissa, furto, furto aggravato, contraffazione e qualche molestia. Dato come favorito, la notte prima si sbronza a merda e si presenta allo stadio in stato confusionale chiamando a gran voce tale Nausicaa. Il suo allenatore tenta di rianimarlo con acqua fredda e ceffoni, ma Frederick si piscia addosso in centro pista e sviene. L’allenatore ha puntato tutto su questo inaudito campione, dovrà quindi inventare una soluzione per farlo vincere. Ma quale?

 

39 – Sidney Hatch

Sidney vive con la madre che è la sua unica genitrice, tutrice, allenatrice, levatrice e il cerchio si stringe verso meretrice. Distrutto dall’attività sessuale contronatura, Sidney gareggia nei campionati amatoriali per fuggire dal buco che dopo averlo espulso lo rivuole. Fortemente motivato al suicidio o alla più classica carriera da psicopatico alcolista, per Sidney questa gara vuol dire molto. Sarà l’unica a cui parteciperà in tutta la vita.

 

Canotta nera – John Lordan


Irlandese immigrato negli USA, queste olimpiadi gli varranno un monumento nella sua città natale, a Bandon. Maratoneta professionista, anche lui di giorno lavora come idraulico e di notte si allena. Nel 1904 è malato, ma si presenta lo stesso sulla linea di partenza. Ha così tanta febbre che si dimentica di indossare il numero. Quando gli domandano se è pronto a gareggiare, lui risponde “Valahalla”.

 

3 – Felix “Andarin” Carvajal

Un postino cubano mai ammesso nella squadra olimpionica, si guadagna i soldi per il viaggio Cuba/USA facendo prove di corsa all’Avana o elemosinando. Sbarca a New Orleans, dove sprofonda in 12 ore di alcool, puttane e gioco d’azzardo. Si sveglia vestito da pirata in una bisca clandestina, e con solo i vestiti che ha addosso fa l’autostop cercando di imparare qualche parola d’inglese. Giunge allo stadio come lo vedete qui sopra, camicia a la Jack Sparrow, pantalone lungo di tweed, stivaletti da passeggio e basco siciliano “per onorare le sue origini italiane”. Un altro atleta, Martin Sheridan, si impietosisce e trova un paio di forbici per accorciargli le braghe. Quando gli chiedono se pensa di correre col cappello, lui risponde “què?”.
Non mangia da 72 ore.

 

6 – Dimetrios Velouis & company
Non esistono altre foto oltre a quella della partenza. Demetrios era uno dei nove operai greci messi lì appositamente per dare un senso di legittimità (olimpiade = Grecia). Dopo lungo cercare, sono riuscito a trovare l’unico elenco in Internet che ne contiene i nomi, dato che di molti non si sa nulla. Alcuni di loro non furono mai più visti. Nel senso che non giunsero mai al traguardo.

 

7 – Albert Corey

Parigi, 1903
«È bello, scopare» sospira Albert, crollando esausto.
«Oh, Albert… penso di essere incinta.»
«È bello, viaggiare» dichiara Albert alla dogana.
Arrivato negli USA, per un anno vive di espedienti per le strade, finché durante uno sciopero entra in una macelleria industriale per rubare, il capo lo scambia per un crumiro e lo mette subito al lavoro. I macellai lo braccano per ucciderlo, Albert fugge e arriva allo stadio di saint Louis.
«Lei è un atleta?»
«Qu’est-ce que vous avez dit?»
«RAGHE ABBIAMO UN FRANCESE»
«BOMBA, DATEGLI IL NUMERO 7»

 

9 – Frank Pierce
È un adolescente pellerossa dal coltello facile. Originario di Boston, appassionato consumatore di gin, famoso per rimorchiare le prostitute con la frase “ho un pene e un coltello, uno dei due ti entra dentro stasera”. Viene raccattato come comparsa per dare un tono internazionale alla maratona, lui accetta in cambio di uno sfoltimento della sua ragguardevole fedina penale che, comunque, non avverrà. Non esistono sue fotografie perché secondo Frank rubavano l’anima.

 

10 – Samuel Mellor
Atleta professionista, questa sarà l’unica maratona che non finirà.
Vedremo poi come e perché.

 

11 – Edward Carr
Trombettista di un’orchestrina jazz di Baton Rouge. Dopo aver scoperto sua moglie a letto col contrabbassista, fredda entrambi a revolverate e fugge, vagando in stato confusionale. Giunge allo stadio di saint Louis con ancora la pistola dietro, un colpo solo a disposizione e i fantasmi che lo tormentano. Gli chiedono se vuole correre, lui risponde “l’amavo” e vale per il sì. Edward vive la vita un quarto di miglio alla volta.


12 – Arthur Newton

Altro atleta professionista, abbandonerà la gara dichiarando che “qualunque persona sana di mente l’avrebbe fatto”. Un pavido di cui non mi occuperò.

 

35 e 36 – Jan Mashiani e Len Taunyane

Len Taunyane ha una vita da leggenda. Sudafricano, veterano della seconda guerra boera, venne fatto prigioniero, torturato e poi liberato. Dal sudafrica viene deportato negli USA per fare una recita dove reinterpreta la guerra assieme ad altri compatrioti per la gioia del pubblico. Appena scopre della maratona evade, tirandosi dietro il suo migliore amico, Jan Mashiani. Finisce allo stadio, si spaccia per maratoneta e gli credono. I due hanno ancora i costumi da soldati e un solo paio di scarpe. Jan le dona a Len perché lui si trova meglio a correre scalzo.

Gli uomini si sistemano sulla linea. Si voltano verso l’uomo con la pistola. Frank Pierce sguaina la lama e lo minaccia: «Giù il ferro, vecchio bastardo.»
«Allora, signori, avete tutti la mappa?» dice l’arbitro.
«Què?»
«Was?»
«VEDO GLI ANGELI CHIAMARMI A LORO»
«Que dit-il?»
«Katherine… mi dispiace…»
«Jan, smetti di mangiare la carta magica dell’uomo bianco.»
«Partiamo, cazzo, ho paura mia madre mi trovi, dai.»

Gli arbitri guardano Sullivan, Sullivan guarda i giornalisti, i giornalisti guardano i maratoneti. L’arbitro riprova: «Avete almeno capito le regole, ve-
«Oh, Tom!» urla un allenatore «ti va un goccetto?! Aiuta!»
Tom guarda storto l’allenatore e fa il gesto di no.
«Demetrios, credo il tizio con la pistola intenda che il muro dobbiamo tirarlo su lì.»
«Chicos, alguien tiene algo para comer?»
«AO RAGA IERI SERA BORDELLO, MA POI VOI CHI CAZZO SIETE?»

Sullivan ha gli occhi lucidi e il labbro tremulo, poi allarga le braccia e si gira dall’altra parte. L’arbitro guarda gli uomini: «Dio abbia pietà della vostra anima.»

Spara.
Sono le 15.03.

0.5° miglio
Fred Lorz lancia un urlo belluino, allarga le braccia e scatta in avanti perché convinto sia la prova dei 400 metri.
Frank l’indiano sguaina il coltello e si getta sull’arbitro per assassinarlo, ma nota la polizia e riprende a correre guardingo.
Gli altri partono quieti.

 

1° miglio
Lorz galoppa fuori dallo stadio ripetendosi che tra poco è finita. C’è un rombo, ed è il suono di decine di automobili guidate da allenatori, giudici e giornalisti che partono al suo inseguimento lasciandosi dietro una nube di smog, polvere e morte dentro cui si ficcano tutti gli altri maratoneti. Non si vede niente, respirare è impossibile. Lorz rallenta.
Tom il salutista lo sorpassa guadagnando la prima posizione, inseguito dall’allenatore che lo incita col megafono.
Jan Mashiani entra in un campo di pannocchie ove viene inopportunamente arrotato da una mietitrebbiatrice, ne esce ridotto a covone di fieno ambulante e riprende la gara (qui una ricostruzione dell’accaduto).

 

2° miglio
Albert procede lento e costante: è bello, correre.
Tom il salutista si ferma a prendere fiato e mangiare pesche offerte dal suo allenatore.
Felix Carvajal passa, chiede se può mangiarne anche lui. Lo scacciano in malo modo, Felix ne ruba due e scappa mangiandole in corsa. Le automobili continuano a sollevare un polverone della madonna, tanto che alcuni operai greci, spossati e incapaci di respirare, sbagliano strada e disertano.

 

3° miglio
William Garcia è a bordo strada disteso in una pozza di vomito e sangue. Ma siccome nessuno sa che partecipava, lo scambiano per un comune cadavere e lo lasciano lì.
Len Tau studia la pergamena magica dell’uomo bianco senza capirne una madonna e imbocca il quartiere sbagliato. Ne esce inseguito da una posse contada con forconi e fucili. Aumenta sensibilmente l’andatura.
Demetrios vede Len in difficoltà e gli fa cenno di seguirlo. Quando i grezzi vedono la scena deducono il bianco sia il padrone e desistono.

 

4° miglio
Albert guadagna terreno. È bello, guadagnare terreno.
Edward sparatromba gli è a fianco, incerto se sparargli o spararsi. Gli grida qualcosa in inglese, Albert risponde in francese, dal campo emerge un covone di fieno con le gambe che grida in africano. Tutti, comunque, tossiscono troppo per comprendere le loro stesse parole.
Samuel Mellor e Arthur Newton conducono.
Lordan malatino è fermo contro un albero.

Fred Lorz quasi in ultima posizione si distende, chiude gli occhi ed erutta in un geyser di vomito che lo glassa. Alleggerito, riprende a correre emanando afrori di morte.

 

7° miglio
William Garcia è sempre a bordo strada. Viene percosso da una vecchia contadina con un nodoso randello. Appurato il reale malessere, la vegliarda avvisa i soccorsi. Lo ricoverano in fin di vita e scoprono che aveva mangiato così tanta polvere e smog che gli si era polverizzato l’esofago.
Albert è in preda ai deliri della disidratazione, ferma una coppia e dice di voler vedere suo figlio e di volere tornare in Francia.
Tom il salutista vuole andare a casa, ma il suo allenatore lo pungola sgommandogli terriccio in faccia. Non funziona. Tom arretra, ma l’allenatore gli dice di avere quello che fa al caso suo.
Lordan viene ospedalizzato.

 

9° miglio
Edward Sparatromba vede un’auto della polizia, entra in paranoia perché è convinto cerchino lui, spara verso di loro e fugge nella foresta. Nessuno lo rivedrà mai più.
Fred Lorz si toglie i vestiti lerci di vomito e fa per rinunciare, ma viene raccolto dalla macchina del suo allenatore, su cui sale nudo. Partono a tavoletta verso lo stadio. Nel tragitto si sbronzano superando i concorrenti.

 

10° miglio
Tom il salutista è ormai allo stremo. Supplica per avere dell’acqua, ma l’allenatore si rifiuta “perché ti fa male”. Gli da’ quindi una pastiglia di stricnina e un albume. Tom smette di alzare obiezioni e inizia a biascicare parole senza senso.
Frank Coltellofacile si ferma a rapinare una coppietta e viene prematuramente blindato.

 

11° miglio
Felix Carvajal vede un praticello fiorito e decide di farsi un pisolino.
Samuel Mellor ha respirato così tanto smog che ha allucinazioni, tossisce sangue e cade in ginocchio, venendo subito investito da una bicicletta. Si ritira, lasciando la prima posizione ad Arthur Newton.
Sidney Trombamamma raggiunge la cisterna d’acqua piovana, si idrata e guadagna terreno.

 

13° miglio
Felix Carvajal si sveglia, scopre di essersi appisolato sotto un albero di mele, ormai ha preso la mano e ruba pure quelle. Purtroppo sono acerbe, ne mangia a mostro e siccome ha tutto il sangue nelle gambe, fa indigestione. Viene assalito da drammatici attacchi di diarrea che espleta nei cortili delle case.
Len Senzascarpe si porta in seconda posizione dietro Tom il salutista, ma dalla selva emerge un molosso che lo insegue famelico. Per salvarsi dalle fauci del mostro si rifugia in una frazione di saint Louis il cui cartello recita questo.

Dev’essere quindi stato bellissimo, per gli abitanti, vedere entrare di corsa un negro e un cane. Parliamoci chiaro: solo questa è una storia eccezionale. Un guerrigliero sudafricano, negro nell’America del 1904, evade e finisce in una maratona tra gente che non parla la sua lingua. Perde il suo migliore amico e, inseguito da un cane idrofobo, irrompe in un matrimonio del KKK. Dopo azione frenetica e sparatorie, Len convertirà la cuginetta al cazzo estero, raderà al suolo il villaggio e farà amicizia col cane. Perché dobbiamo avere Moonlight se hai già la versione ottocentesca di Rambo TRATTA DA UNA STORIA VERA!? Lo chiami Mugrambo e hai l’Oscar in tasca.

Tempo fa l’ho proposto come soggetto a una casa editrice, ma hanno detto che vogliono qualcosa di intimista. Mi dispiace, Len.

 

19° miglio
Tom salutista è in vista del momento supremo. Ha gli occhi opachi, respira col fischio, cammina legnoso. Gli viene quindi somministrata altra stricnina, tre albumi e un bicchierone di brandy. Non ho mai provato a bere una pinta di Vecchia romagna e fare jogging sotto il sole d’agosto, ma sospetto non sia un’idea vincente. Hicks diventa “pale grey” ed entra in stato precomatoso. L’allenatore sente il fiato degli strozzini sul collo e si mette a tenerlo in piedi lui.

Fred Lorz è in testa quando la macchina sbanda contro un albero e il guidatore perisce tra le fiamme. Fred ne abbandona i resti e trotta verso lo stadio, sorpassando Tom, l’uomo che non voleva il doping ed è finito sbronzo pieno di veleno per topi.

 

Arrivo
Fred Lorz taglia il traguardo fresco come una rosa tra le ovazioni del pubblico. La nipote del presidente sta per consegnargli la medaglia quando qualcuno mostra il volante liquefatto e fa notare che questa è la maratona, non il grand Prix. Fred dice che in effetti sì, ma era tutto uno scherzo. Gli arbitri non hanno il senso dell’umorismo e lo squalificano a vita. Lo stadio è percorso da un’esplosione di urla all’ingresso di Tom il salutista.

Fa il suo ingresso sospinto dall’allenatore a braccia, perché è ormai dopato come un cavallo e incapace di capire chi è, dov’è, o cosa sta facendo. Con un’ultima spinta, vince la maratona.

 

Dopo di lui arriva Albert (è bello, arrivare secondi), terzo il pavido Newman e quarto il postino cubano dissenterico. A Tom faranno fare il giro dello stadio in barella, e la foto di rito sulla macchina che lo condurrà all’ospedale.

Poi basta.

Quando ormai gli spalti sono vuoti e non c’è più un arbitro che tiene il tempo, arrivano alla spicciolata gli altri.

Non c’erano soldi per le coppe, così vennero fatte delle medaglie poi consegnate per posta, spesso a indirizzi inesistenti. Oggi sono andate perdute o stanno nei musei, dato che valgono somme mostruose.

Una replica fatta da schifo, su eBay sta a 850$.