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02. Un paese tranquillo

02. Un paese tranquillo

Il salotto di casa di Ario odora di fritto e Lisoform. Pareti spatolate, copridivani mai tolti, centrino di pizzo sul tavolo da pranzo. La foto di un uomo elegante dentro quelle cornicette d’argento riservate ai parenti morti, abbastanza piccole da non farti nostalgia e abbastanza grandi da non farti sentire in colpa per averli scordati. Statuine di gatti.

La madre è pasciuta, sulla cinquantina, capelli grossi color topovolpe, vestito a fiori e Birkenstock. Ci spiega che non può prestarci la macchina, le serve per andare dalla numerologa.

«Mamma» fa Ario «La numerologia è una cosa che si sono inventate le multinazionali che fanno il signoraggio bancario sugli immigrati che ti vaccinano contro il lavoro islamico. E poi finisce agli zingari, che rubano i bambini di rame e li rivendono ai terroni. Vero che lo dice anche la nostra professoressa di matematica?»

Noi tre ci scambiamo occhiate allarmate, poi annuiamo.

«Vedi! L’ha detto anche Barbara D’Urso quando è andata dalla Parodi sull’Isola dei famosi, c’era anche un lato b da urlo a Lampedusa e fermava gli sbarchi nella casa del Grande fratello VIP. Ovvio che è tutto un magna magna. In un paese normale ha ragione Striscia la notizia, ci vorrebbe la pena di morte per tutti i pedofili che vengono qui a stuprarci i vivisettori invece di aiutarli a casa loro. La gente è stufa, noi poveri italiani non arriviamo a fine mese. Capito, mamma? Finale, la macchina la prendiamo noi.»

«Ah… Va bene» dice la donna.
Corriamo fuori.

«A bordo, lesti!» ulula Ario, scattando verso la macchina «L’incantesimo dura trenta secondi, poi le si resetta il cervello!»

Ci scaraventiamo dentro la 127. Il motore sussulta e muore. Ario guarda la luce sul tettuccio, prova a farla scattare. Per un istante manda un lampo fioco, poi sfuma nel nulla.

«Cristo, s’è di nuovo cazzuolata la faccia per quello del banco macelleria» geme.

Scendiamo e ci mettiamo a spingere con la forza della disperazione. Facciamo tre metri, quando sentiamo lo scatto metallico del cancelletto alle nostre spalle e lo sciabattare della madre: «Ario! Ho pensato-
«E GIA’ SBAGLIAMO MALE» replica il figlio a denti stretti, premendo l’acceleratore. La 127 sussulta. Spingiamo più in fretta. La madre esce dal vialetto. Spingiamo con tutte le forze che abbiamo, l’incrocio del vicolo a dieci metri. La madre bercia cose incomprensibili tra i nostri gemiti e il rantolo del motore.

«Non sento bene, il frastuono dei cavalli vapore della fuoriserie copre tutto» grida Ario «E voi spingete, cazzo, ne va della mia già improbabile eredità.»

La 127 si avvia. Saltiamo dentro uno sopra l’altro, di traverso tra i sedili, botte e vaffanculi, mentre la madre diventa piccola nel retrovisore. Entriamo nel terraglio alle 19.30. Mezz’ora dopo la spia della riserva lampeggia bestemmie in codice morse. Entriamo in una laterale coi vapori della benzina e siamo nel posto e nel giorno ideale per fare quello che ci serve, ma dobbiamo aspettare almeno l’una. A piedi raggiungiamo due case, una chiesa e un’osteria che qualcuno ha coraggiosamente chiamato paese. Compriamo due panini e una coca da spartirci in quattro, grattiamo dai cestini del pane il restante, chiacchieriamo fuori fumando Lucky strike.

«Tua madre non sa che hai mollato scuola?» domanda Atza, togliendo la crosta alla fetta di pane.
«Chiaro, altrimenti mi gioco la paghetta. Poi non voglio deluderla, già sta un giorno sì e uno no a ripetere namiore ganchiore con la vicina.»
«E cosa sarebbe?» domanda Luca.
«È una supplica agli dèi dei bastoncini di incenso. Fa ‘ste Buddhanate perché il Dio tradizionale non la fa scopare; devi chiedere a chi fornisce con maggiore probabilità» spiega Ario, agitando il panino «Nell’attesa il signor Ganchiore mandi un trombante, lei si sollazza col micio, trinca mezzo litro di acqua magica omeopatica corretta psicofarmaci, due polpette macrobiotiche anticancro e via di maratona de La vita in diretta stirando mutande. Chi l’ammazza a lei?»

Torniamo alla macchina. Io e Atza studiamo le auto parcheggiate a caccia delle Panda, delle 600 e di tutte quelle sprovviste di serratura al serbatoio. Ario ci segue con tanica e tubo di plastica, un mozzicone di un metro ottenuto tagliando la pompa d’acqua della vicina. Luca tiene gli occhi sui palazzi e la strada. Fila incredibilmente tutto liscio. Ripartiamo a serbatoio pieno e arriviamo ad Astorzi di Boion attorno alle 22.

Nessuna persona, nessuna macchina. Le portiere della 127 che si chiudono rimbombano come un petardo in chiesa. Fa caldo e l’umidità crea una nebbiolina spettrale.

«Senti che pace» mormora Atza.
«Senti che palle gonfie» geme Ario, afferrandosi il pacco e scrollandolo «Mi avete fatto mancare la sega del  dopocena, fatto gravissimo. Dov’è ‘sto collegio?»

All’ingresso del borgo ci sono delle colonne di pietra che impediscono l’entrata delle macchine. Parcheggiamo la 127 contro un muretto che separa la strada da una vallata e ci incamminiamo dietro a Luca, camminando in silenzio tra le vecchie case da contadini.

«Ma ci vive qualcuno, qui?» domando.
«Nooo, è tipo la giostra dei pirati a Gardaland» fa Luca.
«Sono I corsari di Gardaland» precisa Atza.
«Vabbè.»
«No “vabbè”, è importante. Jason Montague è un corsaro, non un pirata. Minaccioso, sì, ma alla fine è buono.»
Sguardi interrogativi: «Chi?»

«Jason Montague. Mi fate incazzare se parlate senza sapere le cose. Non avete visto la scena della taverna? È lui che salva la cameriera.»
«Atza, la giostra» fa Luca con un filo di voce «Stiamo parlando della giostra.»
«Lo so! I corsari. Conosco a memoria tutta la trama, i personaggi, i dialoghi. Ci vado ogni estate fin da quando l’hanno aperta nel ’91. Entro alle 10 di mattina, esco dopo l’ultimo giro alle 22 la sera, fa 74 giri da 9 minuti. Sarebbero 80, ma ne tolgono 6 per la pausa pranzo. Escludendo quest’anno che ancora non ci sono andato, ho fatto I Corsari… quattrocentoquarantaquattro volte. E voi nemmeno sapete che ha una trama?»

Noi tre

«Non lo sapete!» insiste Atza a occhi sbarrati «Cioè per voi è solo u-un… un trenino?»
«Ringrazia che non c’è una donna ad ascoltare questa roba» fa Luca, arricciando il naso.
«Avete a disposizione un’esperienza di vita e la vivete come… come se fosse la brucomela?! Che razza di idioti superficiali siete?! Almeno i dialoghi…»
«Ma quali dialoghi?!» esplode Luca nel silenzio «Il pappagallo demmerda con la vocetta stridula che gracchia è meglio che torrrniate indietrrrro!?»

È meglio che torrrniate indietrrrro!

È meglio che torrrniate indietro!

È meglio che torrrniate indietrrrro!

Il riverbero della voce si spegne contro qualche parete lontana, lasciandoci ascoltare solo i nostri respiri. È tutto immobile, qui. Non si sente un televisore, un russare, un adolescente che bercia, un motorino, un cane che abbaia. Niente. Solo case chiuse, ordine e pulizia. Non una cartaccia, o un manifesto, o una tag. È un silenzio pesante e peggiore di quello della nostra periferia, ma non so spiegare perché.

«Mi sono venuti i brividi al buco del culo, piantala» mormora Ario, riprendendo a camminare.
Arriviamo al collegio.

È diviso da una strada. Da un lato, un vecchio edificio neoclassico a cinque piani dall’aria malmessa, ma che conserva una sua austerità grazie alle grate alle finestre in ferro battuto e il portone, entrambi in ottime condizioni. Più avanti c’è l’ingresso alla piazzola centrale, che forse porta a un cortile. È sbarrato da un cancello a due ante in ferro, alto due metri e che termina sotto una volta di pietra su cui troneggia il nome dell’istituto. Dall’altra parte della strada c’è un giardino con sentieri di ghiaia, aiuole curate come fossimo nel 1700, statue di cemento sbranate dalle intemperie e coperte di muschio, una fontana che non vede acqua da parecchi anni e un altarino. Il solo modo di entrare sarebbe forzare il portone, ma è troppo esposto.

«Nebo, almeno tu, la conosci la trama dei Corsari?» domanda Atza.
Gli ansimo una bestemmia nell’orecchio e passiamo oltre.

Il collegio confina a est con una vecchia casa contadina male in arnese, anche lei con un giardino protetto da una siepe. A ovest, un villone da miliardari che sorge su una collina protetta da una murata di tre metri abbondanti. Decidiamo per la casa contadina. Attenti che non ci sia nessuno attorno, scavalchiamo il cancelletto e finiamo in un giardino trascurato, tra erbacce, mucchi di foglie secche dell’autunno precedente, sterpaglie e ramoscelli.

C’è un rastrello arrugginito di fianco, come se l’autore del mucchio avesse abbandonato il lavoro e nessuno l’avesse mai più ripreso. Camminiamo sulle piastrelle di ghiaia cementata fino alla siepe che confina con il collegio. In mezzo c’è una rete e non abbiamo tenaglie. Cercando di non fare rumore, la spostiamo per vedere meglio.

Atza tenta di parlare di corsari, un coppino di Luca schiocca come un colpo di frusta.

Oltre il cancello del palazzone c’è un cortile con una fontana, questa volta in funzione. C’è anche un altro edificio più piccolo, tre piani e soffitta. Dalla strada non si vedeva. A 18 anni riconosci le aule scolastiche con un colpo d’occhio. Deduciamo che quello grosso devono essere le camere da letto per allievi e insegnanti, sala da pranzo, aule computer e roba simile. Quello piccolo serve per le lezioni standard. Restiamo a guardare attenti a cogliere una luce, un rumore, un minimo movimento.

Nulla.
Le finestre sono chiuse.

Torniamo indietro, scavalchiamo il cancello e ci incamminiamo verso la macchina. Tranne Ario, domani abbiamo tutti scuola. Dovremo fare un dritto, ma non è la prima volta – e almeno questo giro non siamo sbronzi o drogati. È quando arriviamo alla macchina che realizziamo il primo, vero, problema: la 127 non c’è più.
[continua]

01. La chiamata dell’eroe

01. La chiamata dell’eroe

L’idea ci venne durante una di quelle lunghe e dolorose domeniche d’estate in periferia, quando i rintocchi di campanili e l’abbaiare annoiato dei cani ti ficcano la miseria nelle ossa anche se è luglio. Io, Ario, Luca e Atza eravamo seduti sulle scalinate di un condominio, soli in mezzo a quel che restava dell’ottimismo architettonico anni ’60. Attorno a noi asfalto vecchio, siringhe e preservativi facevano da materasso per il paese reale: adulti partiti per cambiare il mondo e finiti a cambiare canale, ragazzini partiti per combattere il sistema e finiti a combattere le proprie tossicodipendenze.

Avevamo appena scoperto che a compiere diciotto anni non cambiava nulla.

Eravamo i soliti quattro sfigati. Un rapper, un truzzo, un metallaro e un bravo ragazzo che avevano scelto strade diverse per esprimere la propria adolescenza, ma che condividevano i grandi valori della vita: sognare di trombare Antosha, una prostituta dell’est nostra coetanea. Aveva pelle bianca come la neve e nessuno sapeva dire che faccia avesse, perché il suo reggiseno strabordava di ciò di cui sono fatti i sogni.

Batteva alla fermata del 21/. Scendeva dall’autobus verso mezzanotte in jeans e canottiera, entrava nel boschetto e ne usciva in versione pornodiva. Costava 50,000 lire a cranio, che per noi era il bilancio annuale. Anche grattando dai cappotti e dai portafogli dei genitori riuscivamo a fare su il minimo necessario per birra, droga, sfide a Point Blank e miscela per il motorino.

«Ma Cristo, solo io, qui, ho sangue nelle vene?» dice Ario, alzandosi in piedi «Ormai siamo maggiorenni, abbiamo dei doveri: la coscia di Antosha ha bisogno d’aiuto e l’Italia che fa? Perché QUESTA è l’Italia, signori. Un paese dove giovani volenterosi, gagliardi, sono costretti a delinquere per poter fare il loro dovere. Insomma: tocca scippare.»
«MA QUANDO MAI?!» sbotto.
«Dai, ci facciamo una vecchia, magari stiamo attenti a non strapazzarla e siamo a posto.»
«Pieno così di vecchie con 200,000 lire in borsa» dico.
«Ma noi ce ne facciamo tante! Se m’avessero insegnato matematica così sarei ancora che studio. Ogni vecchia ha una borsa con 30,000 lire e un portapillole d’argento che ne vale 60,000. Se il ricettatore prende metà del guadagno e Antosha per aprire le gambe ne vuole 50,000, quante vecchie deve scippare Ario per scopare? Altro che le mele della signora Pina che va al mercato.»

Io

«NIENTE. VECCHIE.» scandisco.
«Va bene, allora stiamo più nella comfort zone: svaligiamo appartamentini» fa Ario «Che tu hai esperienza.»

Era parzialmente vero. La storia d’amore della mia adolescenza era stata una ladra, a Venezia. Ci ero stato abbastanza da imparare a usare arnesi da scasso artigianali e conoscere i fondamenti pratici e teorici del ladro d’appartamenti.

«Sentite, è inutile: prima di scassare servono dritta e ricettatore. Non abbiamo nessuna delle due» dico «Se in una casa c’è qualcosa di valore lo devi sapere prima. Non puoi andare a caso, o sei come quei mentecatti che rapinano gente per strada e finiscono in galera per un telefonino scassato e tre monete. Le dritte sulle case te le dà il personale di servizio, i vicini di casa, gli operai che lavorano sulle impalcature, i tecnici della caldaia, idraulici, elettricisti; insomma, quei mestieri che impari in galera per riabilitarti. Quando subisci un furto in casa, la prima cosa che fanno i poliziotti è parlare con i vicini, poi informarsi se hai fatto lavori in casa. Poi serve il ricettatore.»
«C’è il padre di Taglia, ricettatore perfetto» fa Ario «Adesso fa il rigattiere, ma alle spalle ha un rispettabile curriculum di furti, rapine, scippi. Poi è stato dentro qualche anno e ora ha imparato che “profilo basso” e “Mercedes vetri oscurati” non fanno rima.»
«Quindi è controllato» sospiro «Non puoi fare come gli slavi che vanno dai gioiellieri, è il primo posto dove vanno a cercare. Non puoi nemmeno tenerti la roba in casa sperando di venderla in futuro: devi prendere e rivendere entro poche ore, perché appena hai in mano roba altrui, da qualche parte un poliziotto o un Carabiniere stanno pensando il tuo nome.»
«Nebo noi dobbiamo fare su 200,000 lire, no Houdini che svaligia la banca d’Inghilterra. E poi siamo tutti più o meno incensurati. Dunque entriamo in un posto X, arraffiamo quel che capita e via dal Taglia» fa Ario.

«Ma certo. Ciao Taglia, ho questo prestigioso frullatore degli anni ’80 che funziona a carbone, coprimi d’oro» dico «Taglia ecco questi deliziosi quadri dipinti da una commessa in crisi di mezza età, mi raccomando, i milioni li voglio in tagli piccoli. Taglia qui ho un ironico portaombrelli a forma di cazzo, dammi direttamente le chiavi del BMW.»

«Nebo, il tuo disfattismo è sconcertante» fa Ario.
«Tanto non abbiamo la dritta, stiamo parlando di niente.»
Silenzio.

Din don don, din don don, fanno le campane segnando le nove

«Perché stiamo parlando solo di case?» domanda Luca «Perché non… un collegio?»
Tutti e tre ci voltiamo a fissarlo come se fosse emerso dalla terra.

A diciotto anni, Luca voleva far parte della gente perbene. Voleva essere come i suoi genitori volevano. Ma era uno di noi, e lo detestava. Si tirava dietro la sua anima come un vecchio fumatore si trascina la bombola d’ossigeno, sempre con la gamba saltellante sotto al tavolo, i sospiri a mascella serrata, lo scuotere impercettibile della testa. Ogni dettaglio gridava il suo bisogno di essere perbene, mentre ogni muscolo svelava la sua natura.

E faceva di tutto per stare in quei ristretti circoli di mostriciattoli detti “compagnie giuste”. Arrivava in piazza Ferretto con i capelli gellati, la camicetta bianca e il maglione blu, i jeans di marca, le scarpe perfette. Si aggiungeva ai cerchi dei compagni di scuola che parevano fatti in serie. Stava a spalle strette e sopracciglia corrugate, il sorriso teso a mordicchiarsi le pellicine del labbro, citando tormentoni della TV come massima forma di comunicazione. Sembrava si divertissero un mondo, invece lo vedevi entrare al Pool alle dieci e mezza, massimo alle undici. Spesso con la faccia gonfia.

Perché aveva scatti di rabbia spaventosi.

Beveva troppo, poi attaccava rissa senza provocare, senza le spinte, senza gli insulti: prendeva una sedia e la sfasciava sulla schiena di un tizio di passaggio. Tirava un cazzotto a una persona a caso. E la gente perbene lo adorava, perché i bulli sono odiati nei film quanto amati nella vita reale. I bulli continuano a essere tali perché la gente li istiga. Sono divertenti, rendono le serate eccitanti. A nessuno importava che le botte che Luca pigliava, in realtà, se le stava dando da solo. La sua più grande sfortuna, in fondo, era l’intelligenza. Quella tagliente e indomabile, famelica di libertà, capace di consumarti le viscere.

Quand’era con noi si trasformava.

Arrivava al tavolino, unica camicia bianca di tutta la sala giochi. Fisico asciutto, spalle curve e strette, guance incavate. Ci guardava, arricciava il naso, scuoteva la testa. Prendeva una Coca al distributore – al Pool non c’erano alcolici – e dieci minuti dopo chiacchierava con noi sui tavoli unti, il linoleum con le bruciature di sigaretta, la cacofonia della radio sovrapposta ai videogiochi, la puzza di sudore e ganja, le ragazze che parlavano solo dialetto. Le spalle si allargavano. Prendeva colore. Faceva respiri più lunghi. La sua gente era lì fuori, lontano dalle luci lampeggianti degli arcade. Erano le macchine regalate dai genitori che sfrecciavano in tangenziale mentre noi scaldavamo i bong in campagna. Erano carriere, investimenti, aziende di famiglia, adulti in divenire. Quindicimila lire per un Angelo azzurro sul tavolo a bordo pista dell’Area city, con le ragazze che cantavano quella nenia malinconica e crudele di Alexia, me and you, la la la la la laaa. Luca odiava quella canzone. Ogni volta che al Pool la mettevano, si alzava e chiedeva di cambiare.

«Scusa, che collegio?» domando.
«Ad Astorzi di Boion. Ci andavano i figli dei ricchi negli anni ’80, quest’anno ha chiuso. L’ho letto sul giornale. Forse c’è ancora la roba dentro.»
«Dunque tutto il ciarpame sciccoso è ancora al suo interno» fa Ario, grattandosi il mento «Mobilio di pregio, argenti, cose gay rivendibilissime. Nebo?»
«Che sia distante da qui sarebbe anche un vantaggio» ammetto «Quanto?»

Quaranta minuti di macchina. Decidiamo di fare un sopralluogo, tiriamo fuori tutti i nostri risparmi e totalizziamo 9.850 lire per la Fiat 127. Ario stringe i soldi nel pugno: «Dio! L’eccitazione dell’avventura manigolda preme, la sentite anche voi o no? Vamos, vamos!» ringhia a denti stretti «Palle vuote o galera! Sarà come una di quelle storie di grappa e spada, dov-
«Cappa e spada.»
«…dove gli eroi assaltano il castello per rubare e trombare la principessa. Nulla potrà fermarci.»

Invece sì. Ma sono passati oltre 15 anni, i reati sono in prescrizione.
Andiamo a incominciare.
[continua]

Se questo è un biomaschio

Di recente Facebook ha implementato la possibilità di modificare il proprio sesso. Oltre a maschio e femmina, aveva aggiunto 50 opzioni. C’è stata un’insurrezione popolare, così le opzioni sono rapidamente diventate 71. Essendo io nato maschio con aggravante etero (che nella neolingua si pronuncia biomaschio, o cisgender) ho sempre pensato si potesse nascere maschi o femmine, e che ti potessero piacere maschi o femmine. Che c’era di complicato?

Oggi i miei amici, quando in Internet parlano al plurale, scrivono “ragazz*” con l’asterisco alla fine, perché se uno legge “tutti” ed è una donna, si sente escluso.

Non ho mai visto niente di tanto ritardato sullo schermo. Niente. Nemmeno quelli incapaci di tirarsi una secchiata d’acqua arrivavano a tanto. Cazzo, ora che ci penso nemmeno Vanessa che pensava fosse la Rice bucket challenge, arrivava a tanto. Il nuovo Blade runner dovrebbe avere come teaser trailer uno che entra in un ufficio, dice “buongiorno a tutti” e in un angolo una tizia scoppia a piangere.

Eppure è considerato un grande passo avanti. Nell’articolo, l’intervistat* dichiara che per la prima volta può andare in un sito e dire alla gente qual è il suo gender. Ma perché comunicare alla gente le proprie abitudini sessuali è così importante? Perché oggi uno deve dirmi “ciao, mi piace vestirmi da volpe e farmi sodomizzare da un nano ermafrodita”? Sembri Bran quando dice di essere il corvo a tre occhi, cazzo.

«Ciao, io sono Nebo.»
«Ciao, sono un* trans nonbinary queer lesbian transformer megatron.»

Però sapete cosa, ho 37 anni. Il mondo cambia, è interessante scoprire come. Ho così deciso di informarmi recandomi in una comunità LGBT (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Entro, domando se sono nel posto giusto e uno si mette a urlare che avevo urtato la sua sensibilità: la sigla giusta è LGBTQIA (lesbian, gay, trans, queer, intersex e asexual). Il tizio non aveva ancora finito di insultarmi che dalla stanza di fianco sono fuoriusciti altri tizi indignati perché aveva emarginato delle categorie. La sigla giusta è lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, questioning, intersex, intergender, asexual, allied, pansexual: in una parola, LGBTQQIIAAP. Me la stavo segnando sul taccuino quando una porta s’è spalancata e sono entrati due indiani Navajo qualificandosi come Two-Spirit: persone di etnia diversa da quella bianca che esigono una categoria tutta loro in segno di rispetto. La sigla è subito diventata LGBTQQIAAPP+2S.

In inglese si pronuncia El gi bi ti chiu chiu i ei ei pi pi plus two es.
Servono tre secondi e mezzo solo per pronunciarlo.

Si parte con l’agender, uno che si ribella all’ordine costituito autoassegnandosi gli stessi attributi sessuali di Ken. Poi c’è l’androgino, tipo Justin Bieber. Il bigender, uno sia maschio che femmina tipo i dinosauri di Jurassic park. Entriamo poi nella categoria cis, ossia gente sana di men a proprio agio con la propria sessualità. Si dice cisgender perché viviamo in un mondo in cui il panino è finger food, lo zoo è il bioparco, il magazziniere è lo storeroom manager, e nei menu un hamburger ha il cheddar, il bacon, gli onion ring.

Poi c’è Gender fluid, il tizio che avete conosciuto alla festa e a quella dopo si presenta vestito da donna e pretende di essere chiamato Cristina perché quella sera si sente femmina. C’è il gender nonconforming, uno che si ribella alle definizioni dei ribelli e sceglie di avere un genere sessuale non conforme a nessuna regola.

Qualsiasi cosa significhi.

Tipo così, immagino.

Ecco poi il gender questioning, uno che passa molto tempo a domandarsi se gli piacciono gli uomini, le donne o gli animatroni del villaggio dei pirati a Gardaland. Il gender variant, che vorrebbe essere qualcosa che la società gli impedisce di essere, qualsiasi cosa sia, incluso un elicottero militare. Il genderqueer invece non accetta che al mondo si possa nascere solo col pene o con la vagina: una battaglia sacrosanta. Il non-binary è la stessa cosa del bisex, ma più intellettuale. Il pangender invece si sente sia maschio che femmina, ma in percentuali variabili. Tipo 60% maschio e 40% femmina, che esce in base a quanto hai voglia di rovinare la festa universitaria agli altri. I trans invece hanno centinaia di sottogruppi, ognuno dei quali merita rispetto. All’università di Oxford è vietato rivolgersi al maschile o al femminile: al posto di “she” o “he” bisogna usare “ze”, termine neutro della neolingua per non offendere i trans.

A questo punto ho capito di essere vecchio e destinato all’estinzione. Vengo da un mondo in cui i rapporti interpersonali erano più semplici. Ti vedevi, ti conoscevi, ti piacevi, scopavi. Oggi mi trovo a non avere le competenze necessarie per rivolgere la parola a qualcun*. Mia madre mi aveva insegnato ad alzarmi quando entra una signora, ad aprirle la porta, a dare del lei, a regalare fiori, ad attaccare discorso per primo, ad annodarmi la cravatta. Tutta roba oggi vietatissima. Regalare fiori a una donna è considerato molestia. Anche aprirle la porta. Persino se mi metto la cravatta sono sessista. La verità è che non capisco un mondo dove per calcolare equazioni basta premere un tasto mentre per capire se possiamo innamorarci prima devo laurearmi e prendere un master.

 

Uno studente mostra con orgoglio il prestigioso master,
ottenuto all’Università di Pavia.

 

Mi trovo a empatizzare coi millennials che invece di scopare preferiscono stare a casa a guardare serie TV e schiantarsi di psicofarmaci. Chi te lo fa fare, a interagire con qualcuno senza prima aver verificato il suo gender sui social? Che ne sai se in quel momento si sente più Clara o più Francesco? Sbagli un pronome e sei fottuto. Ti screenshottano e il giorno dopo vieni licenziato. O magari quello ti accusa di molestie.

Inoltre, secondo Tom Ford, ogni uomo dovrebbe farsi penetrare almeno una volta per capire meglio le donne. Ma per la madonna, adesso non bastano più le sei ore davanti ai camerini, i pianti da sindrome premestruale, il mestruorage, le tendine coi fiorellini e il tappeto della camera che richiama il quadro della testiera del letto?! Non bastano i “dobbiamo parlare”, i silenzi passivo aggressivi, i “cos’hai niente”?! Devo pure prenderlo nel culo?!

Calma.

Forse hanno ragione i miei amici nella moda a dire che il biomaschio è destinato a diventare minoranza e poi a estinguersi in favore di una sessualità fluida e intercambiabile. Il Time ha dedicato una copertina, a ‘sti gender. In giro per il mondo, le cose stanno cambiando parecchio: a otto anni del sesso mio o altrui manco ci pensavo, l’unica cosa che volevo a ogni costo era lui.

Oggi, alla stessa età, Lactatia è una transgender canadese.
In Svezia, sullo stesso discorso, fanno dei talent seguitissimi.

 

Quindi boh. Staremo a vedere. Ultimamente ho la sensazione di guardare gente di ogni tipo appiccicare manifesti diversi sopra un solo monolite che nessuno sembra voler vedere, ma che li unisce tutti. Cosa sia, ancora non lo so.

“Nebbo gli difende ai nazzisti!!1!!”

A Charlottesville, in Virginia c’è stata una manifestazione di naziskin (so che adesso il nome è superato, ma sempre quelli sono). Si è aggiunta una manifestazione di antifa (sempre nazi, ma con la bandiera arcobaleno). Entrambi se le sono date con spranghe e scudi, una macchina ha investito intenzionalmente degli antifa, gas lacrimogeni, urticanti, solito copione che vediamo anche da noi ogni tanto. In Internet esce la foto di un tizio che manifestava tra i nazi.

 

La rete si affretta a trovare il suo nome e cognome e a sputtanarlo. Io dico che tutto questo è assolutamente Black mirror, perché l’opinione non è un reato e non deve avere conseguenze, secondo quel principio tanto sbandierato quanto tradito della libertà d’espressione.

Addio.
A quanto pare, difendo i nazisti.

Io.

 

A scanso di equivoci: la discriminazione razziale, sessuale o etnica è una puttanata che è stata sbugiardata da antropologi e scienziati in ogni dove; il nazismo si è dimostrato quanto di peggio sia stato partorito nella Storia europea degli ultimi 2000 anni. È un’ideologia basata su bias cognitivi, ignoranza, insicurezza, senso di impotenza, stress su cui sono stati scritti libri su libri, tutti con le stesse medesime conclusioni. Il nazismo è merda.

Allora perché esistono ancora? O meglio: perché stanno uscendo allo scoperto? Una volta questi pidocchi stavano nei sottoscala, nei loro circoli, e si guardavano bene dal farsi vedere in giro.

Cos’è cambiato?

Perché qualcosa È cambiato. Negarlo, silenziarlo, ridurlo ai minimi termini, bollarli come feccia e girare la testa dall’altra parte non solo non sta funzionando: li sta rafforzando. Allora forse sarebbe il caso di fare un respiro profondo, stringere i denti e trovare il coraggio di guardare in faccia questo problema. Perché è un problema. L’aumento dell’estremismo è un problema serio, grave, presente.

Possiamo parlarne?

Possiamo risolvere il problema, invece di chiuderci le orecchie e ripetere che Voldemort non è tornato? Perché i fascisti stanno contagiando quelli che dovrebbero combatterli. Gli passano i loro metodi, la loro mentalità, e vincono inevitabilmente perché violenza, repressione e linciaggi sono il loro terreno di gioco. Far perdere il lavoro a qualcuno per quello che pensa è un metodo fascista. Diffamare qualcuno per quello che pensa è un metodo fascista. Dire “con loro le regole non valgono” è la più pura e infame filosofia fascista. Schedare i manifestanti e perseguitarli è la quintessenza del fascista.

Allora cosa ti rende migliore o diverso?
Ho ragione ad ammazzarti, perché tu ammazzi quelli che hanno torto?

Davvero vogliamo risolvere il problema? O forse vogliamo fare finta di risolverlo, magari per poterci tenere comodo un capro espiatorio quando usiamo i loro metodi, i loro ragionamenti, i loro bias; così da poter dire “mica siamo loro”.

Sto solo domandando.

Non è che se voti a sinistra sei un brigatista, non è che se sei musulmano sei terrorista, non è che se voti a destra sei fascista. Sono semplificazioni da indottrinati e, soprattutto, ignoranti. Le persone sono complesse. Dietro un nazista del 2017 c’è un essere umano che ha visto certe cose e tratto certe conclusioni. Esiste, nel 2017, qualcuno che sceglie di arruolarsi nell’IS, o di diventare un nazista.

Ma solo a me interessa capire perché? Solo io credo che per risolvere un problema sia necessario capire come, dove e perché è nato? Scelte del genere sono la risposta a cosa? Qual era la domanda? Cosa cercavano? Chi erano prima?

“Ah, stai umanizzando il male”.
EH, SI. Perché piaccia o meno siamo tutti esseri umani. È proprio questa la base imprescindibile su cui ci si confronta, si comunica, si cresce, e alla fine si evolve. Se trasformi l’interlocutore in entità, no. Se dici “i nazisti/pedofili/stupratori/terroristi non sono esseri umani” magari fai un sacco di like su Facebook, ma sei parte del problema del cazzo, non della soluzione. Non sconfiggi qualcosa demonizzandolo o ghettizzandolo (ossia come fanno loro): lo sconfiggi sgretolandolo. Punto per punto, con calma, razionalità, pacatezza e logica. Finché uno dei due finisce per ammettere a sé stesso che ha torto.

Da lì è tutto in discesa.

Se sei davvero sicuro di te, delle tue idee, se sei certo le tue siano opinioni e non dogmi, allora non hai problemi a discuterle. Se invece ti arrocchi, chiudi il dialogo, urli slogan, qualcuno potrebbe pensare che non sei così sicuro di te. Qualcuno potrebbe addirittura pensare che non vuoi un dialogo perché hai paura di cambiare idea.

Il male trova sempre adepti tra mediocri e ignoranti.
Viceversa, codardi e imbecilli non hanno mai un seguito.

I nazisti del 1943 non erano “il grande male”. Erano un popolo di mediocri, stremato, che ha fatto una delle tante carneficine insensate della Storia nel nome del solito pallosissimo identitarismo, che riusciva a fare gli orrori che ha fatto solo grazie a droga, psicopatia, psicofarmaci, paura, stupidità e fanatismo. QUESTI SONO I PUNTI SU CUI LI SMONTI. Questo è il modo per dimostrare che il nazismo e il fascismo non sono L’Impero. Non hanno fascino. Non hanno ragione. Non hanno idee. Non hanno epica. Nessuno vuole essere Milosevic. O Gheddafi. O Stalin. O Saddam Hussein. Sono dittatori ignorati, derisi, o visti per quello che erano.

E se hai questo in testa, inizi a capire la chiave per sconfiggere i nazisti del 2017. Perché c’è un motivo, se stanno aumentando. E dove c’è un motivo, c’è un’origine. E se c’è un’origine, c’è anche un modo per terminarla.

Magari sbaglio.
Magari la soluzione è davvero linciare gente sui social e poi andare a vedersi Game of Thrones. Ma ho l’impressione non stia funzionando.

Nello sfintere della balena

La giornata inizia alle 6, quando gli impiegati aprono le aziende facendo partire gli allarmi. Risuonano come petardi a capodanno qui e lì. Riconosci il UUIIIIIUUUUUIIIII di una, il UA’UA’UA’UA’ dell’altra. Mi trovo a fantasticare se il capo abbia scelto la suoneria come fai con quelle del cellulare.

WAAAA-WAAAA-WAAAAA
«QUESTA LE PIACE?!»
«NO FA UN PO’ VECCHIO»
EEEEEEEOOOOOOOOEEEEEEEEOOOOOO
«QUESTA?!»

Non ce l’ho con gli impiegati. Quei cosi vengono installati dai paranoidi dirigenti, convinti il mondo pulluli di gente ansiosa di rubare il loro rossetto gigante da salotto. Impostano quindi la tolleranza dell’allarme a livello Internet; la fotografia di due gambe di donna sull’asfalto potrebbe urtare la sua sensibilità, un’esplosione che smembra 30 persone no. Risultato, appena lo attivano il malnato scatta dozzine di volte al giorno, tanto che se ormai un ladro entrasse davvero per rubare qualcosa, dai palazzi la gente scenderebbe a ringraziarlo.
AAAAAAAAOOOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Madonna cheppalle» dico.
«No, scusi» fa il vicino sporgendosi dalla finestra «è lei che è uno snob.»
Ah, giusto.

Dopo un anno in questa città ho capito che se esprimi opinioni diverse dall’intellighenzia di Twitter sei uno snob, modo elegante che hanno qui per dire dilettante contadino. A Milano persino gli allarmi alle sei di mattina vanno ascoltati o, al massimo, ignorati. Tutto qui è una performance artistica, una provocazione postmoderna, una composizione sonora avant garde. Quello che salta la coda al semaforo e mette la freccia all’ultimo potrebbe stare facendo una performance d’arte figurativa, se è bianco e ha un’automobile ironica. Se invece ha un SUV no. L’altra sera entro in un locale raccomandatissimo e ordino un white lady. È uno dei cocktail più vecchi del mondo. Semplice, pulito, efficace. Mi portano tre bicchierini da shot su un vassoio in pietra lavica.

«Quello contiene il gin, quello il triple sec, quello il limone» dice il cameriere.
«Grazie, però io avevo chiesto un…»
«È un White lady. Ma destrutturato.»
«E come lo shakero?»
«Non ha capito. È una provocazione del mixologist. Gli ingredienti vengono serviti separati, è il cliente a mescolarli dentro di sè, sostituendo al ghiaccio dello shaker il gelo che ha nel cuore; sciogliendolo.»

 

«Diciotto euro ben spesi» dice il tizio al tavolo di fianco.

Mi manca, picchiare la gente.
Proprio le risse ignoranti che finisci a rotolarti per terra a dargli in faccia col portacenere, bam bam bam. Ma sono io, a non volermi rassegnare a crescere. E a 37 anni è patetico. Anzi, questa mia tendenza a non capire i meccanismi sociali moderni mi è costata un contratto della madonna. Invitato a una sfilata, ho detto che mi era piaciuta. Poi in giardino ho parlato di un altro stilista, il mio preferito. Tragedia. Gaffe imperdonabile, mi hanno spiegato gli addetti ai livori. Non possono piacerti due cose assieme, qui; quando sei in un posto, deve essere la cosa più figa del mondo. Poi devi andare in un altro e ripetere.

«Devi fare come Diprè. Tutto è bello. Tutto è arte. Così fanno i professionisti. Devi scegliere una cosa e martellare su quella. I cocktail ti piacciono?»
«Sì. Bè, quelli clas
«NONONONONO. Cocktail. Punto. Devi martellare su quelli. Bam bam bam, un brand dietro l’altro. È uscito il nuovo gin? Uao, figata. Fanno il White lady destrutturato? Capolavoro geniale, provatelo, hashtag, call to action ai brand, aumenti l’engagement e accendi un cero alla madonna.»

Milano, città dalle cento puttane e nessuna troia. Qui tutte scopano per soldi, nessuna per piacere. E del resto ci sono venuto apposta da Mestre, Negrato Pozzetto che vien dalla campagna. Darwin insegna che o ti adatti o muori. E l’hiphop mi ha dimostrato che è vero.
AAAAAAAOOOOOAAAAAAAAOOOOOOOAAAAAAAAOOOOOO

«Una brillante provocazione postmoderna» provo.
«Vedo che si intende di arte» dice il mio vicino di casa, dal cui ano spuntano misteriosamente delle verzure «Ha colto il riferimento agli allarmi delle fabbriche vintage? Una severa ironia sul mondo del precariato di oggi.»
«Magnifico» dico.
«Sente come prende bene il timpano, come perfora le pareti? Grida il dolore della moderna classe operaia, quei giovani sottopagati freelance che…»
«È la cosa più bella che abbia mai sentito.»
«Già, già» annuisce lui.

«Senta, parlando d’altro, perché ha una carota nel culo?»
«Mi piacevano le verdure, un pubblicitario ha inventato una marketing strategy provocatoria che spinga la gente a interagire. Lei infatti si è interessato. Sono carote Burzì, buone qui e buone lì.»
«Si guadagna bene?»
«Certo. Ho potuto permettermi un quadro che sognavo da tempo. Venga, glielo faccio vedere» dice, rientrando.
Seguo la sua coda verde sculettare.

 

«Non è stupendo?» domanda.
«È la cosa più bella che io abbia mai visto» annuisco.
«Lo so. È un Pigasso originale commissionato e dipinto per me.»
«Ma Picasso è morto.»
«Ho detto Pigasso. Non Picasso.»

 

Meet the pig who is conquering the art world with her abstract paintings after her rescue from the chop

Mi giro a guardarlo in faccia.
UEIUEIUEIUEIUEIUEIUEI
Continuiamo a guardarci.
UA’UA’UA’UA’UA’UA’
La carota cade a terra.