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Ario entra in politica e mi rilascia un’intervista

Ario entra in politica e mi rilascia un’intervista

 

«Raccontami com’è cambiata Mestre»
«Mah, i divertimenti sono gli stessi, è diversa la classe dirigente. La Grande Purga del 2018 ha cambiato tutto. L’eroina oggi è Marghera, abbiamo perso il primato di capitale dei morti. Adesso il giro grosso è lì, gente d’ogni fede e sesso che si droga sotto il sole, socializza, si spara, tutto grazie ai nuovi imprenditori cosmopoliti. Mestre dovrà inventarsi qualcosa per riuscire a stare al passo. Per quanto riguarda chi invece della droga sceglie la vita, sì, c’è il Terraglio, storica eccellenza mestrina. Possiamo dire che è il nostro Colosseo. Certo, anche qui Marghera avanza; hanno saputo vedere il futuro. Finché noi mestrini ci trinceriamo dietro la rassicurante prostituzione casalinga continueremo a vivacchiare. Si sta vedendo un’impennata vuoi per la quarantena, vuoi per una clientela più esigente che cerca la moglie fedifraga, lo studentello prestante, l’universitaria non pro. Insomma, il degrado nazionale sopravvive grazie all’artigianato del bucchino.»

«Come hai passato il lockdown?»
«Ho viaggiato. Viaggiare apre la mente, ti fa scoprire culture diverse, t’insegna l’umiltà.»

«Come sarebbe? Ario, era tutto chiuso.»
«No, no, i trip ce li procurava un mio collega. Ogni sera nel locale dei contatori del mio palazzo ci mettevamo ad ascoltare musiche mistiche e via verso nuove destinazioni. I palazzi di ghiaccio su Alpha Centauri, le riarse pianure di Marte, il parco del Piraghetto…»

«Va bene, parliamo della qualità della vita»
«Siamo nella media. Di recente si parla di riqualificare il Pertini, com’è che hanno detto? Tipo interventi mirati al target di popolazione anziana indifesa di fronte alla presenza di barriere architettoniche. Ma io dico, comunque offrono un riparo durante le sparatorie. I cittadini hanno tentato di spiegarlo ma niente, quelli al potere capiscono solo “più aree cani”. Intenderanno quelli della cinofila, vai a sapere. Si potrebbe pensare a un gilet da pescatore in versione antiproiettile, ma io ormai sono padre di famiglia, certe cose mi riguardano sì e no. Sono i giovani che dovrebbero credere nell’Italia e investire.»

«Nei giubbotti antiproiettile?»
«No, no, investire i vecchi. Arrotarli, uno per uno. Vrooom e via dritti. Largo ai giovani.»

«Diresti che Mestre è una città per famiglie?»
«Assolutamente! Mio figlio è in prima elementare e già mi regala soddisfazioni. Pensa che ieri han chiamato da scuola perché ha rubato un astuccio. Gli ho sempre insegnato che le cose importanti della vita di solito appartengono agli altri. Loro non sembra ma ascoltano, guardano, imitano. La mia ex moglie mi fa “devi andare a parlare con la maestra”. Lei, capito, che passa le domeniche a saltellare sui camerieri. Scusa, se hai tempo di giuocare alla liana rosa c’hai tempo di andare a parlare con quella che voleva cambiare il mondo studiando scienze della formazione, io ho da fare.»

«Cos’ha da fare uno come te?»
«Sto valutando la politica.»

«Ario, tu che hai sì e no la terza media?»
«Cosa c’entra, un politico non è un tecnico. Il compito di un politico è prendere i muggiti analfabeti dei drogati, i ghirigori in stampatello separati col puntino degli operai, i cartelli a lutto che amano fare i commercianti e tradurli in una lingua comprensibile per il governo. Prendi quella banda di ladri in centro, hai presente? Son trent’anni che fanno ‘sti cazzo di cartelli a lutto è morta la democrazia, è morto il commercio, è morto l’artigianato, e ogni domenica a inscenare i funerali. Chi se li caga? Nessuno. Ma se prendi due bei trans, gli metti una telecamera davanti, tiri fuori il cazzo e dici “ora t’inculo come c’incula lo Stato”; tempo 72 ore siamo sui giornali nazionali. A questo serve un politico.»

«Che credibilità pensi di avere con il tuo passato e la tua fedina penale?»
«Io? Credibilità? A cosa serve?»

«A essere votato.»
«Ma a me frega cazzi d’essere votato, io voglio far conoscere i problemi di Mestre al resto del paese, stargli tra le balle finché non si decidono a capire che il vero business dell’Italia è la droga, la prostituzione, la ricettazione, il malaffare! Se non lo faccio io quei ritardati continueranno a guardare i conti e a dire “oh fioi arriva la crisi economica, gli italiani non guadagnano, il lockdown ci ha uccisi”. Ma cosa? La bucchina del terzo piano faceva ballare il materasso sei giorni su sette, in condominio c’era la coda per le scale che manco a Gardaland. Son pure venuti i vigili, sono stato io a spiegargli che in realtà erano tutti commercianti in coda per gettarsi dal palazzo e che io li dissuadevo uno per uno. Poi gli ho lasciato il biglietto da visita e se ne sono andati.»

«Hai un biglietto da visita?»
«Sì, ho le banconote da 200, quelle gialle. Sopra ci scrivo Ario el mejo in piccolo.»

«Temo la tua carriera politica avrà poco futuro.»
«Almeno potrò guardarmi allo specchio e vedere un tossico che ci ha provato.»

Tesoro, il dildo parla con la CIA

Tesoro, il dildo parla con la CIA

 

Domenica mattina.

La donna con cui ho fatto sesso è scomparsa, chiunque essa fosse. Verifico sui social quanti like hanno ricevuto le nostre prestazioni sessuali grazie ad i.Con, lo smart goldone. Traccia calorie bruciate, durata del rapporto, velocità media, frequenza, intensità, temperatura del corpo e numero di posizioni. Purtroppo lo smart materasso, basandosi sulla mia respirazione e il mio battito cardiaco, decide che ho riposato abbastanza e mi eietta fuori dal letto. La smart coperta si mette in ordine da sola. In casa fa un freddo mostruoso. Purtroppo il mio riscaldamento è stato hackerato e per riaverlo devo versare 1,000 euro oppure tradire due miei amici e infettare anche il loro.

Non mi lamento, comunque.
A San Francisco l’intera rete ferrotramviaria è tenuta in ostaggio.

Afferro il cellulare e vago nella nebbia gelida della mia abitazione. Potrei riposare sullo smart divano. Peccato gli altoparlanti surround siano stati hackerati e ogni volta che qualcuno ci si siede urlano “Ipot! Ipot! Ipot!” che significa “stronzo” in filippino. Non posso nemmeno staccare la presa della corrente, il divano si chiuderebbe su sé stesso come un’ostrica pressando tutto ciò che è a bordo. È così che il mio gatto è trapassato.

Farò colazione.

Apro la app per il caffè, ma la smart moka non da segni di vita. A terra noto una pozzanghera congelata marrone. Ha fatto caffè tutta la notte, chissà perché. Provo lo smart bollitore, ma deve aggiornarsi e il tempo stimato è 11 ore. Apro lo smart frigo. Sul quadrante dovrebbero apparire temperatura e statistiche, invece c’è porno hentai e un avviso: devo versare 400 euro a un hacker sudcoreano per sistemarlo. All’interno è marcito tutto. Mi restano gallette di riso. Fanno schifo, ma non posso buttarle via. Lo smart cestino riconoscerebbe la confezione e ne ordinerebbe subito altre su Amazon. Io lo odio, Amazon. In casa c’è il suo emissario, Alexa. Un tubo nero che registra tutto quello che sente e si attiva se pronuncio parole chiave. Una volta ho detto alla mia ragazza “Alessia, qui stai facendo l’isterica” e Amazon ha capito “Alexa, acquista carta igienica”. Me ne sono arrivati 130,000 rotoli. Grazie a me, l’intera città si pulisce il culo gratis da anni. Sul cellulare appare una notifica:

«UMANO, DEVI ASSUMERE LIQUIDI NUTRITIVI.»

È il mio smart orologio, mi avvisa quando ho sete o devo svolgere funzioni corporali. Provo a bere dallo smart rubinetto, ma il touchscreen non risponde perché i chip sono ghiacciati. Dovrei provare a resettarlo ma non trovo più l’app. Ne ho 1498, morirei di sete prima di trovarla. Entro in bagno e vengo avvolto dal delizioso aroma della candela che profuma di iMac nuovo. Attivo la smart doccia e bevo da lì, ascoltando le prime pubblicità dagli altoparlanti inclusi nel rubinetto.
Dissetato, mi rassegno a mangiare le gallette.

«UMANO, DEVI VUOTARE IL TUO SFINTERE.»

 

 

Siedo sullo smart wc, che somiglia al quadro comandi di uno shuttle. Stringo i denti, la fronte mi si imperla di sudore e con uno sforzo pari a mille stratoreattori riesco a partorire una striminzita carruba. Il WC emette il suono delle monetine di Supermario. Premo il tasto “missione compiuta”, il WC comunica quanta acqua è necessaria a espellere le mie feci, premo ok e mi preparo: un geyser d’acqua mi penetra l’orifizio per pulirmi. Resto lì, ansimante e felice. Dal condominio odo provenire esplosioni, grida e notifiche Twitter. Tutto normale. Samsung è la marca di tendenza, nonostante ogni cosa che produca deflagri. E siccome le smart abitazioni appena rilevano fumo postano una notifica su Twitter, osservo l’annichilimento dei condomini in tempo reale. Plim, il frigorifero di Marco è detonato. Plim, la lavatrice di Katia è esplosa. Plim, il tuo vicino di casa è una palla di fuoco. Ormai la Samsung produce direttamente computer a forma di bomba apposta.

«UMANO, È TEMPO DI CAMBIARE IL TUO LIQUIDO SEMINALE.»
Cristo, devo masturbarmi.

La serratura di casa è crashata. Succede.

 

Vado sull’app di Youporn.
Mentre aspetto che il filmato si carichi connetto Pulse, un distributore automatico di lubrificante che lo mantiene sempre alla perfetta temperatura. Lo linko a Oomph, lo smart bucchino. Mi permette di avere le mani libere, così posso skippare le parti noiose del video mentre la bocca di Terminator sugge il mio pene. Purtroppo sbaglio di mezzo millimetro a premere la X della pubblicità, e si apre la pagina di un certo Kuvee, una bottiglia per bottiglie. Infili il vino dentro e lui ti dice che vino è, che marca è, con cosa si abbina. La mia erezione frana. Sarà il freddo. O il fatto che questo Kuvee mi ricorda troppo un amplesso gay.

Leggo le notizie. Una donna ha scoperto che il suo smart dildo trasmetteva informazioni sulla sua vagina in tempo reale a un’equipe di tecnici. Li ha denunciati ed è passata ad iLove, la cui azienda ambisce a diventare “la Apple dell’anal”. Per una donna è dura, vivere in questi tempi. Una mia ex aveva perso il cellulare in discoteca, senza il quale non poteva aprire la smart serratura di casa, né aprire la macchina, né accedere al proprio denaro o alla propria rubrica per chiamare aiuto. Il filmato di lei che muore assiderata sul suo smart zerbino ha fatto 120,000 like e 60,000 condivisioni. Non che potessi andarla a prendere. La mia macchina è stata abbattuta da un drone mentre correva a tavoletta verso il mercato nero bulgaro, pilotata in streaming da chissà chi.

Sono tempi interessanti.

04. Un mazzo di chiavi

04. Un mazzo di chiavi

[00. L’equazione di Sabrina] – [01. La chiamata dell’eroe] – [02. Un paese tranquillo] – [03. La faccia della paura]

Partiamo di corsa e impieghiamo una decina di minuti per arrivare e scavalcare il cancello. Studiamo il da farsi nel cortile, con il gorgogliare della fontanella e il vento del temporale che carica. Il piano di passare per le finestre è scartato causa inferriate, quindi resta solo il portone.

Dopo qualche tentativo di usare una vanga come leva rinunciamo. Non riusciamo a infilarla. Usiamo un vaso di cemento come ariete, e una decina di colpi dopo la porta si scassa abbastanza per infilarci sotto la pala. Ario tiene il portone verso l’esterno, io infilo sotto la vanga e ci salto sopra. Il portone salta su dal cardine e crolla al suolo con un boato attutito dalla ghiaia. C’è una seconda porta, metà legno e metà vetro. È chiusa a chiave. Dentro è troppo buio per vedere. Sospiro: «Bisognerà trovare un modo p-

«FULMINE DI PEGASUS» grida Ario alle mie spalle, poi il sasso di un’aiuola mi sfiora la faccia e risolve il problema in  un tripudio di schegge. Ci abbiamo messo mezz’ora e non ho tempo per protestare. Mi tolgo una scarpa, rimuovo i frammenti ancora attaccati, entriamo.

«BUONASERA, SIAMO I FASCISTI» annuncia Ario al buio davanti a noi.
Nessuno risponde.

«Ma perché i fascisti?» domando.
«Boh, a tema con l’ambiente» fa Ario, indicando la volta «È CON NOI ANCHE UN ABISSINO» aggiunge.
Silenzio.

«Non c’è davvero nessuno, a quest’ora sarebbero già tutti usciti sparando. Vamonos, è tempo di rubare.»

Sono le 23.15, ci restano tre quarti d’ora prima di tornare da Luca e Atza. Imposto l’allarme sul Casio e avanziamo. Per non consumare gli accendini facciamo solo scattare le pietrine, producendo lampi che mostrano un’anticamera vasta, alta, con quattro colonne di marmo, due porte davanti e quattro laterali. Sulle pareti ci sono delle bacheche, così lasciamo andare il gas e le studiamo. Avvisi, orari, corsi, poi la mappa del piano terra vicino a una vecchia pubblicità progresso.

«Impiegheremo giorni» dico, guardando la mappa «Sono quattro piani di roba. Cosa cerchiamo?»
«Casseforti, roba da soldi…»
«Ah, bastava dirlo. Guarda, qui c’è scritto “oggetti di valore incustoditi”.»
«Davvero?»
«No.»
«E io che spero sempre ‘sto paese faccia passi avanti» geme Ario «Vabbè, esplorazione alla Rocco: entri, sfasci, fuggi, avanti la prossima. In un’ora a piano ce la facciamo.»
«UN’ORA?! Ma hai visto quant’è grande?! In un’ora non facciamo una sola ala. Non abbiamo nemmeno una torcia.»
«Quella si può fare. Poi piantala di rognare, siamo dotati di cazzo, esso ci guiderà verso il tesoro» dice, attraversando l’anticamera.

Lo seguo coprendo la fiamma degli accendini perché evitare mi abbagli. Vedo il gabbiotto della segreteria, scrivanie anni ’70 coi cassetti aperti, armadietti, pareti costellate di rettangoli anneriti che dovevano essere quadri e diplomi. A sinistra il corridoio si perde nel nulla, a destra c’è un salottino d’attesa coi portacenere ad albero, portariviste, una fila di piante morte. Sugli angoli in alto, casse per la filodiffusione anni ’70 coperte di polvere.

La fiamma del mio accendino ha un sussulto.

Mi blocco e afferro la manica di Ario. Stiamo immobili ad ascoltare il vento tra gli alberi fuori e il rombo del sangue nelle orecchie. Gli spifferi in un edificio troppo grande e vecchio possono fare minuscole correnti, ma quella stramba ragazzina veneziana che mi insegnò tutto questo mi ha anche insegnato che le brutte sensazioni ignorate ti portano in questura. Ma non c’è niente. Solo una corrente d’aria. Ario si divincola.

«Nebo, guarda che non abbiamo la figa, rischi zero. Gli psicopatici vogliono solo scopare. Di noi che gli frega? Se trovi uno che smembra cadaveri ti scusi per il disturbo e te ne vai.»
«Sì, Ario, certo.»
«Fidati. Se non ci sono donne o soldi di mezzo, i maschi si mettono d’accordo. Te c’hai voglia di metterti a litigare, pestarsi… che palle. Noi siamo qui in cerca di quattrini per scopare, siamo in una botte di ferro. Massimo scatta la solidarietà, i consigli, lo scambio d’esperienze.»

«Non credo il problema siano gli psicopatici.»
«Nebo io capisco i tuoi antenati negri credano negli dèi della foresta, ma sei pur sempre a maggioranza bianca, dovrebbe prevalere il tuo lato pragmatico. Secondo te perché non esistono horror di soli uomini?»
«Che ne so.»
«Prendi l’Esorcista. Se invece di Emily il demonio possedeva un uomo, chi se ne accorgeva? Sputava, vomitava, bestemmiava, pensava a scopare, aveva una faccia di merda e camminava storto per le scale. Praticamente il rientro di qualunque uomo il sabato sera. Vero o no?»

«Dunque, negli horror devi mettere la figa. Ne abbiamo? No. Botte di ferro.»
«Questo è l’ufficio del preside» dico, indicando una porta.

È anche l’unica porta chiusa a chiave. Ci diamo il turno prendendola a calci sopra la maniglia, con gli schianti del legno che rimbombano nei corridoi. La porta cede, colpisce il muro e quasi mi rimbalza in faccia. La scrivania è un piccolo capolavoro dell’artigianato dell’800. C’è una sola finestra aperta che dà sul retro del cortile, con le imposte che sbattono per il vento. Ai muri scaffali di legno impiallicciato e montanti di plastica nera. Nel complesso, è la solita mestizia sciapa da ufficio statale con qualche guizzo di tradizione e tonnellate di polvere.

Ario tira fuori i cassetti che si schiantano per terra. Quello al centro è chiuso a chiave, così capovolgiamo la scrivania e Ario salta sopra il cassetto finché si spacca, poi ci chiniamo a osservare. Buste affrancate e aperte, una fotografia di studenti, una Mont Blanc rossa a sfera e un mazzo di chiavi zigrinate per serrature a pistoni, più complicate di quelle a scatto unico che abbiamo visto fino adesso.

«Una madonna di niente» impreca Ario «Andiamo avanti. Le chiavi mi sanno di roba nascosta, casseforti, armadi dell’orrore.»
«Non ti dimentichi le chiavi della cassaforte nella scrivania e te ne vai per sempre» dico.
«Tutto è possibile. Via, via, studiare.»

M’infilo in tasca le carte e passiamo in rassegna le pareti, aiutati dalla luce diafana che viene dalla finestra, bussando in cerca di un suono vuoto. Quando arrivo vicino alla porta, il mio piede urta qualcosa di metallico.

È la chiave della porta. Con l’accendino guardo la serratura sfondata. Il blocco è fuori. La infilo nella toppa e giro: il blocco rientra. Era chiusa dall’interno. All’improvviso la stanza diventa interessante. Vado a vedere le imposte della finestra e le trovo integre. Qualcuno è entrato dalla porta, poi si è chiuso a chiave ed è uscito dalla finestra. Perché?

«Non voleva gli rompessero i coglioni mentre delinqueva» fa Ario «Interessante.»
«Ma chi?»
«Chi se ne frega? L’unica cosa certa è che il manolesta puntava a rubare qualcosa, e quello che interessa a lui interessa a noi.»
«Magari l’ha preso.»
«Ottimismo, negro, ottimismo!» gongola Ario, zompettando fino alla scrivania ribaltata e illuminando la serratura del cassetto sfondato: «A-HA!» esclama, indicando il bordo su cui ci sono scheggiature e graffi.
«Dunque il collega voleva qualcosa nel cassetto, ma è fuggito prima di riuscire. Qual era il bottino?» domanda. Mi frugo in tasca e tiro fuori tutto. Una foto di classe, buste con lettere e un mazzo di chiavi.
«Quelle» dice Ario, strappandomele di mano «Siamo a posto. Ora sgamiamo cosa aprivano ‘ste chia-
Il Casio al polso suona.

Dobbiamo raggiungere gli altri. Ario s’infila in tasca buste e foto, sale sul davanzale e salta nel cortile. Per un istante rimango solo. Sento il vento fuori, lo scalpicciare delle scarpe di Ario, l’imposta che sbatte. Guardo la porta da cui siamo entrati, un rettangolo nero e silenzioso: chi chiude a chiave una porta, in un edificio abbandonato? Cosa c’era, dall’altra parte, da costringerlo a scappare dalla finestra?

«Ah, namiore ganchiore» fa Ario, dall’esterno «Piove.»
«E quindi?» dico, saltando giù.
«La macchina, focomelico» sbotta, scattando verso la piazza mentre la pioggia aumenta. Lo seguo, lanciando un’ultima occhiata alla finestra aperta e a quella porta chiusa.

Arriviamo fradici e troviamo Luca e Atza seduti ai tavolini interni del bar che bevono Petrus Boonekamp e Fanta con due pompe d’irrigazione arrotolate per terra. Zombie si è mangiato un chilo di prosciutto cotto imbustato per toast, ha gradito qualche sottiletta, si è dissetato con l’acqua minerale e ora sta a guardia della refurtiva. Appena spuntiamo all’ingresso, Atza caccia un urlo e cade dalla sedia rovesciandosi il bicchiere addosso.

«Via, via, veloci!» fa Ario «È tutto lì?»
«Sì, prese dal dottor Carrai.»
«IL BUON DOTTOR CARRAI» esclama Ario, caricandosele in spalla «Motorini?»
«Son qui dietro» fa Luca «Niente chiavi, ma avviarli è una stronzata, basta aprire il blocco della chiave.»
«ANDALE, RECUPERATE LE MOTOZAPPE, NEBO, VIA» fa Ario, correndo fuori.

Sotto una doccia gelida, inseguiti da Zombie, sento in lontananza il ronzio metallico dei motorini che mi sorpassano pochi minuti dopo. Esperti adolescenti, saliamo dietro e raggiungiamo il muretto. La 127 è ancora lì, ma l’erba è già fradicia e scivolosa. Facciamo un cappio che fissiamo al sedile dei due Piaggio, Luca e Atza arretrano per mettersi in posizione, io e Ario scendiamo a fissare le pompe alla 127 che non ha ganci anteriori. L’unica soluzione che ci viene in mente è aprire le portiere, far passare le gomme nell’intercapedine che le collega alla macchina e farci il nodo.

La pancia della macchina s’è interrata in un dosso e le ruote non toccano terra. Risaliamo a prendere i sassi franati del muretto e ammassiamo in fretta un binario. Ario si mette al volante: «Riferisci ai due idioti di andare lentisssssimo e costante» grida per sovrastare la pioggia.
«Lento e costante, ok.»
«No, lentissimo e costante; deve sembrare la tua carriera da rapper.»

La strada è invasa dal fumo dei motorini. A valle, Ario accende il motore e io faccio cenno agli altri; le pompe si tendono, l’albicocco sussulta e sento il motore salire di giri. Si muove. Ogni volta che un sasso del nostro binario si sposta la ruota scivola sull’erba, e ogni volta Ario tira una bestemmia diversa, più intensa e appassionata. Lo osservo con un misto di terrore e incredulità. Ario è il fantino che sta cavalcando il Cristo verso il traguardo, è Saruman contro Gandalf, è il vento che muove le vele del destino.

Da chissà quale antro segreto della sua mente, il giovane sciamano evoca sante semisconosciute, beati dimenticati nei libri di Storia, arcangeli, interi concili vaticani elencati in ordine temporale da prima delle crociate e li unisce in una gigantesca sfera genkidama di blasfemia con cui alimentare il motore della 127. I due Piaggio sgommano sull’asfalto bagnato sollevando fumo bianco e acre, Luca e Atza danno a manetta, nel cielo tuoni e fulmini, a terra fumo, luci rosse, Armageddon.

All’ultimo metro dalla bocca di Ario escono Brigida di Svezia, Demetrio di Alessandria, Eustochia Smeralda Calafato e quel San Brendano di Clonfert che ogni bestemmiatore professionista conosce bene perché si può pronunciare ruttando, poi la gomma legata al motorino di Atza si spezza catapultandolo contro il muro con un guaito.

Ora è solo pioggia e silenzio.

La 127 è metà sulla strada e metà giù, ma le ruote anteriori hanno frenato in tempo. Luca molla il motorino e soccorre Atza, Ario rimette la 127 in strada di traverso, ingrana la marcia, io gli metto due sassi dietro le ruote per prudenza. I fari illuminano i vigneti in basso. Zombie è sotto un albero che ci osserva con l’aria ottusa e ottimista che hanno i cani, quando ti guardano fare cose che non capiscono ma sono certi tu abbia un ottimo motivo per farlo.

«Avevo detto pianissimo» fa Ario, sbattendo la portiera. Il finestrino va in pezzi. Lo osserva, poi scrolla le spalle: «Vabbè, tanto… Come sta il pirata guascone?»
«MI DONO DODDO IL DAZO» bercia Atza, rialzandosi con il sangue che gli cola fino sul mento e la faccia piena di graffi.
«Dai, non è grave» fa Luca, osservandolo.
Ario va a prendere dei fazzoletti di carta appallottolati dalla macchina e li porge ad Atza.
«Grazie» dice mettendoseli contro le narici: «DON ZONO UZADI, VERO?»
«No, no.»

Siamo bagnati fradici, stanchi e demotivati. Andiamo a sederci sotto una tettoia subito raggiunti dal claudicante Zombie, per fumare una sigaretta e decidere il da farsi nella speranza che smetta di piovere. Atza, premendo e rigirandosi i fazzoletti contro il naso vede un preservativo che sporge, tira un urlo in falsetto e li lancia in faccia ad Ario, che reagisce a cazzotti. Mentre i due idioti si azzuffano e la pioggia cade, Luca mi aggiorna. Oltre a motorini e pompe hanno rubato soldi dalla cassetta delle offerte in chiesa e dalla cassa del bar, totalizzando la considerevole somma di 31,250 lire. Io gli racconto com’è andata a noi. Un pacco di lettere, un mazzo di chiavi e una domanda su una stanza chiusa dall’interno.

«Scusa, ma la finestra era rotta, rovinata?» fa Luca «Dentro c’erano foglie?»
«No. Niente di diverso dalle altre.»
«Quindi è stata aperta di recente?»

Mi torna in mente la fiamma dell’accendino che balla all’improvviso, indice che una corrente d’aria è stata disturbata. Succede quando chiudi una porta, per esempio. Ecco di cos’aveva paura l’apritore di finestre: di noi.

«FIOI!» sbotto «C’è qualcuno in città.»
Atza e Ario si fermano: «Che ne sai?»
Tiro fuori le lettere e la foto.

 

[Continua]

03. La faccia della paura

03. La faccia della paura

La stradina percorsa all’andata è una linea grigia, ripida e stretta che si inerpica tra le colline. A sinistra, un muretto di mezzo metro fatto con lo sputo ci separa da una vallata. A destra una muraglia di sassi e cemento sopra cui sorgono siepi e cipressi. Davanti a noi ci sono le colonnine e il paese. La strada verso il basso non ha nemmeno lampioni. Vediamo solo ombre grigie di prati e file di vigneti tra cui spuntano ville. L’aria profuma di bosco e asfalto caldo. Forse l’hanno rimossa, ma in questo silenzio avremmo sentito i rumori.

«Non con Atza che farneticava di pirati» dice Luca.
«Corsari.»
«Taci.»

C’è una carreggiata sola. Non c’è spazio di manovra e nemmeno il foglietto color evidenziatore. L’unica spiegazione è che l’abbiano rubata. Ma chi? Dalla dimensione delle abitazioni, il reddito medio è alto. Case a due piani con le finestre rifinite, alcune casupole coi mattoni a vista, quell’architettura stupenda e semplice dei paesini. In un giorno d’autunno, qui, ci sarebbe l’odore acre del vin brulè, legna bruciata, castagne e qualche turista. Invece non c’è niente. Nessun segno di umanità. A una folata di vento segue un rombo distante. Sembro notarlo solo io.

«ZAPPATERRA BASTARDI, USCITE LA MACCHINA O FACCIO UN MACELLO!» grida Ario, tirando un calcio a un sasso «FINITE COME VERSACE, GIURO SU DIO!»

Aspettiamo un responso, qualcosa che riempia il silenzio dopo il riverbero di Ario. Facciamo quei dieci metri che separano la strada dal paese. Prendiamo a pugni porte, imposte, muri. Facciamo tutto il rumore possibile, cittadini di periferia in crisi d’astinenza dai suoni di città. Vedo un cestino di metallo. Gli tiro un calcio e vola per un paio di metri, atterrando sulla strada e rovesciandosi. Cartacce, stecchini di ghiaccioli, una bottiglia di Fanta di vetro, il volantino di qualche evento. Mi avvicino a raccoglierlo.

«Va bene, ho capito» fa Ario «I grezzi non avevano mai visto un carro capace di muoversi senza cavalli. L’avranno portato in piazza per venerarlo. Verranno derubati anche per questo.»
«Torniamo a piedi» dico, osservando il flyer.

È di una sagra con la data di oggi.
Si dovrebbe sentire musica, vedere macchine parcheggiate alla disperata, gente ubriaca. Nulla.

«Senza 127, negro? Non è mica una vostra zebra, che quando c’è la carestia vi mangiate la macchina. E poi non ce ne andremo da qui senza una corposa refurtiva, la coscia di Antosha richiede il giusto trib-
«COMUNQUE l’ultima volta che abbiamo visto un centro abitato sarà a venti chilometri da qui» interrompe Luca.

Il cielo s’è coperto. Un’altra folata d’aria fredda mi fa appiccicare la canottiera alla pelle sudata. Usando gli accendini studiamo la strada dove avevamo lasciato la 127, poco prima delle colonnine d’acciaio. Scendiamo fino all’ultimo lampione, guidati dalla luce fioca di un campanello vicino a una porta di legno: Dott.Carrai. Suoniamo. Dall’interno della casa sentiamo lo scampanellare, ma dopo cinque tentativi ci arrendiamo.

«Ma che è successo, in ‘sto posto?» chiedo.
«Sticazzi del contado, io voglio la 127 o faccio un massacro! Vivi, morti, donne, bambini, case, bestie! O salta fuori la macchina o vado giù di aiuti umanitari!» grida Ario, alzando il braccio e facendo scattare le pietrina dell’accendino «CAPITO, TROGLODITI?! L’UOMO BIANCO HA IL FIORE ROSSO DELLA MORTE!»

Senza aspettarci, scende la strada buia a passi cauti, tira fuori il suo accendino e fa scattare la pietrina finché vediamo il muretto collassato. Almeno quattro metri andati giù come fossero cartone. È integro, ma orizzontale. A terra ci sono calcinacci, terra smossa, pezzi di fanali e paraurti. Oltre il buco, l’erba è piegata. Dieci metri più in basso, ci risponde un riflesso: la targa.

«MA PORCO NAMIORE GANCHIORE» sbotta Ario, scavalcando e correndo giù, subito inseguito da noi.
«Non avevi messo il freno a mano?!» domando.
«Seh, ma una derapata oggi, una domani, mia madre che parte dimenticandoselo, forse s’è allentato» dice tutto d’un fiato.
«Forse» dico, ansimando «Ma non escludiamo i folletti dispettosi.»
«O il pirata guascone» dice Luca.

La 127 è precipitata in retromarcia, aumentando la velocità per una trentina di metri, poi in curva ha sfondato il muretto e avrebbe proseguito fino a valle se non avesse trovato un albicocco. Ora ha il lunotto posteriore sfondato, il paraurti distrutto ed è glassata di frutta, ma è ancora tra noi.

È andato tutto a monte.
Se vuoi svaligiare un posto dev’essere vergine. Domattina gli abitanti vedranno il muretto abbattuto; se la domenica successiva arriva una macchina di estranei col posteriore sfasciato, ci vuol poco a fare due più due. Se oltrepassi la soglia di sensibilità, devi aspettare che ritorni al punto di partenza. Non puoi svaligiare una casa appena svaligiata: la gente ti aspetta col fucile, per un po’.

Ti ti ti tic. Ti ti ti tic, sento da qualche parte.

Per la prima volta ho la sensazione di conoscere questo posto. Somiglia a quando tra la gente senti un profumo che aveva una persona cara; per un istante sei ancora in quel momento e in quel posto, ma appena cerchi di afferrarlo ti scappa via. Ario e gli altri dibattono su come riportare l’auto in carreggiata e decidono di costruire un binario con le pietre del muretto sfondato. C’è un suono ripetuto, verso il paese. Sembrano foglie secche sull’asfalto, ma è più duro. Sassolini che battono contro qualcosa.

«Se scivola abbatte l’albicocco e via verso il contado’s paradise» fa Ario «Buono il binario, ma serve qualcosa che la fermi.»
«Zitti tutti» fa Luca.

Ci blocchiamo, lui che indica il ciglio della strada buio e tiene l’altra mano aperta di lato, immobile. Per un istante non succede niente, poi vedo un’ombra muoversi, sporgersi dal muretto franato e tornare a nascondersi. Potrebbe essere un bambino piccolo, ma non si comporta come una persona. Muove la testa su e giù a scatti, come un piccione. Ario striscia contro la macchina, apre la portiera piano, si siede al posto di guida e accende i fari. Dal muretto emerge un san bernardo grande come un vitello.

«Ma vaffanculo» espira Ario, rimettendosi a studiare la macchina.

Il bestione scende a zig zag annusando l’erba, attento a non incrociare lo sguardo. Quando arriva davanti ai fari, il nostro sollievo diventa orrore. Ha un occhio chiuso e gonfio come una palla da tennis. La zampa sinistra è incrostata di sangue. Sul pelo ha polvere, fango, chiazze di pelle che mancano e grumi rossastri. Sembra felice di vederci. Sta seduto con la lingua penzoloni, cercando nei nostri occhi qualcosa che non capiamo. Ario tira fuori una bottiglia d’acqua e lui se la beve di gusto. Siamo tutti concentrati sull’animale, solo Luca è pallido e lo guarda a occhi sgranati.

«Fioi» dice a denti stretti «Andiamo via.»
«Guarda che mica morde. L’avranno investito» dico, accarezzandolo con cautela.
«Sì? E quand’è successo? Ieri? L’altroieri?» domanda Luca.
«Come faccio a saperlo?»
«Nebo, il sangue. È vecchio. Guardalo.»
«Quindi?»
«Quindi sono almeno dodici ore che ‘sta bestia gira senza un padrone che lo cerca o qualcuno che lo aiuta.»

«MA A PARTE IL PULCIOSO ZOMBI» fa Ario «Abbiamo due possibilità: o il carro attrezzi, o seghiamo l’albicocco e lasciamo andare la 127 nell’abisso sperando trovi una strada da sola evitando di capovolgersi, distruggersi, esplodere.»
«Con noi dentro?» fa Atza.
«Nooo, fa tutto il pilota automatico, vero, K.I.T.T.?» dice Ario, rivolgendosi al cofano «UOU UOU».


«UOU UOU»

Il cane si stacca da noi, risale di qualche metro la collina e si gira ad aspettarci. Uggiola. Mi avvicino facendogli cenno di seguirmi ma lui risale ancora. C’ un altro rombo che lo fa sussultare. Qualsiasi cosa vogliamo fare, bisogna decidere in fretta. Se piove il terreno diventerà bagnato e renderà le cose più difficili. O cerchiamo aiuto, o la facciamo scivolare a valle. Decidiamo di cercare una cabina telefonica. Il cane, prontamente ribattezzato Zombie, abbaia entusiasta.

Risaliamo fino al paese mentre lui ci anticipa, voltandosi per vedere se lo seguiamo.

Le folate di vento sono sempre più forti. C’è un altro rombo. A un bivio, Zombi va da una parte e noi dall’altra. Torna indietro e abbaia. Lo seguiamo. Il numero di campanelli che suoniamo diventa sempre più rado, perché la risposta è sempre lo stesso silenzio. Dopo un centinaio di metri i vicoli diventano più sporchi, poi Ario gira l’angolo e gli cade la sigaretta di mano.

«Sta scopata slava inizia a diventare complessa» dice, mettendosi le mani sui fianchi.

La piazza è sventrata. La chiesetta ha la facciata spaccata in due, le finestre in frantumi e il campanile è caduto sul tetto di una palazzina lì di fianco, sbranandola per tutto il primo piano. Il bar ha ancora i tavolini fuori coperti di detriti, tegole e calcinacci. Ci sono le sedie fatte con i fili di gomma rovesciate, delle tazzine da caffè, coppette di gelato liquefatto per terra, una birra ancora piena per metà.

Al centro della piazza vediamo tavoli e panche da sagra ancora da montare, sparpagliate.

Sul lato sinistro, una palazzina a due piani è aperta come una casa di bambole. Vediamo un salottino con le piastrelle lucide anni ’70, un divano di pelle lisa, una madia sfondata con dentro piatti rotti e bicchieri, giocattoli per terra. Sotto, una farmacia ha le vetrate spaccate e le saracinesche abbassate per metà, storte e deformate. Tre tegole cadono dal soffitto, poi il piano s’inclina rovesciandole tutte e franando a terra con un rombo che ci fa sobbalzare. Il resto del paese, dietro, è nelle stesse condizioni.

«Cazzo è successo?» domanda.
«Forse un terremoto» oso, ma dovrebbero esserci transenne, ambulanze, sirene, ruspe dei pompieri e della protezione civile, polizia e vigili.

È come se qualcosa fosse esploso costringendo la popolazione ad andarsene di corsa e in silenzio, abbandonando il paese senza lasciare traccia. Non ha senso. Comunque, da aspiranti topi d’appartamento siamo appena diventati sciacalli. Luca mi tiene gli occhi puntati addosso e non parla. Attraversiamo la piazza fino a quel che resta del bar, sussultando a ogni sasso o tegola che cade. Zombie ci trotta dietro annusando.

All’angolo, sotto una cupola di plastica trasparente sfondata, c’è un telefono a gettoni.

Mi frugo in tasca e tiro fuori cento lire, li appoggio sulla fessura. Non so il numero di un carro attrezzi. Dovrei chiamare il 113 e farmelo dire, ma questo ci collocherebbe all’ora e nel posto dove avviene un furto con scasso, in una situazione che di normale non ha nulla. Quando spiego il problema, l’unico a insistere per andarsene è Luca.

Si muove e cammina come se stesse aspettando di entrare a fare l’orale della maturità.

«Non voglio sentire deliri gay, noi tamponeremo Antosha costi quel che costi. Siamo la generazione di McGyver, cazzo. Uscitemi idee gagliarde mentre piscio su quell’altarino» dice Ario, abbassandosi la cerniera dei jeans e incamminandosi verso un qualche santo di provincia. Quand’è di ritorno, abbiamo ritrovato il sangue freddo. Dopotutto abbiamo un intero paese da saccheggiare. Atza e Luca troveranno delle corde, poi una o più cose dotate di motore. Sono le tre di mattina, ci restano altre tre ore. Concludiamo con la regola di trovarsi in piazza ogni ora per aggiornarsi.

«Tu e Nebo che fate?» domanda Atza.

«Andiamo a rubare il collegio» mormora Ario con un lampo negli occhi.
Sono le 23.01
[continua]

Il nuovo codice di Hammurabi

Su Le Monde, un gruppo di femministe dichiara che se un uomo viene accusato di stupro è colpevole fino a prova contraria. Lena Dunham, sceneggiatrice di Girls, ha dichiarato la stessa cosa: le donne non mentono sullo stupro. Quindi se un padre, un fratello o un figlio verranno accusati di molestie da una tizia qualsiasi, è giusto linciarlo su Twitter, farlo licenziare, calunniarlo, diffamarlo e possibilmente suicidarlo. Sarà bellissimo andare da un uomo di 66 anni e dirgli “papà, hai 12 ore per dimostrare a degli sconosciuti che 30 anni fa non hai toccato il culo a una tizia, altrimenti ti toglieranno la pensione”.

Sperando non crepi subito d’infarto come con gli errori di Equitalia, sarà spassoso.

Mi colpisce come né le femministe di Le Monde né la Dunham abbiano spiegato perché questo principio si debba applicare solo ai casi di molestia/stupro e non, che so, a quelli di tortura. O di omicidio. O strage. Vorrei inoltre far notare che se un tizio stupra una donna, conoscendo questo principio gli conviene ucciderla; se lei è morta avrà un processo equo e assistenza legale. Se lei è viva, no.

Portentoso, ‘sto principio.

Altra domanda: se la stupratrice/molestatrice è una donna, magari di un’altra donna, o di un bambino? Anche lei è colpevole fino a prova contraria? Perché è risaputo che anche le donne stuprano, torturano, uccidono e sfregiano uomini, donne e bambini. In quel caso come funziona? La parola di un uomo vale meno che quella di una donna? E quella di un bambino?

 

Lo so, lo so, sto facendo il cockblocker. So che queste domande complicano una cosa “semplicissima” e tolgono alla folla il suo giusto e meritato linciaggio quotidiano, ma sto ancora imparando come funziona il tribunale popolare Social. Faccio domande a questi nuovi Savonarola e mi sento come quando discutevo con certi elettori che rispondevano “ma va làààà, va làààà, checcivuole a gestire un comuneeeee?”.

E non ho nemmeno finito.
Perché con tutto il rispetto del mondo e senza voler sembrare antipatico… c’è un altro problema non trascurabile, in questo nascente tribunale sociale.

 

 

 

Ecco, lungi da me rovinare tutta quest’allegra giustizia sommaria, ma in agosto una ragazza ha accusato un collega di Lena Dunham di averla molestata. Lena ha risposto che la ragazza certamente mentiva. Per questa dichiarazione è stata massacrata dal tribunale social, nonostante si sia scusata per aver dubitato. Tolta Lena, ci sarebbe la storia della tizia che non aveva voglia di pagare il taxi e se n’è andata minacciando di accusarlo di molestie. Un altro tassista è stato salvato dall’app per lo stesso scherzo. E un altro ancora. A Milano un tassista sudamericano ha violentato la turista canadah, no. Sempre a Milano, la studentessa violentata sul treno da due marocchini si era inventata tutto. C’è poi il caso dello stupro di Chiaia denunciato su Facebook, proposte di giustizia sommaria e poi era una palla. Un’altra ha mentito perché voleva 1000 euro al mese da un imprenditore. Una chiede un passaggio, la carichi e scatta il ricatto. Anche le prostitute lo fanno. A Torino c’è stata la ragazza violentata dai ROM; guerriglia urbana, poi scusate, mentivo. Una donna ha accusato il suo ex fidanzato di stupro ”per farlo tornare da lei”. Idea che ha avuto anche un’altra donna a Olbia.

Dev’essere tipo “prima Badoo, dopo #metoo”.

Un’altra, per nascondere al marito l’amante, lo ha fatto incarcerare per un anno dicendo che l’aveva violentata. Un’altra l’ha detto per attirare l’attenzione. Una, per nascondere i succhiotti che le ha lasciato l’amante, racconta di essere stata violentata. Messa alle strette confessa di “avere fatto una cavolata”. Una passa la notte con l’amante, poi si presenta dalla polizia millantando di essere stata sequestrata e stuprata. Non è la sola a usare il trucco per coprire tradimenti. Ci sono poi gli immancabili 2/3 immigrati stupratori; roboanti dichiarazioni di Salvini, immancabile “castrazione chimica”, poi non è vero. Notare che, stando ai Carabinieri, la signora era “non nuova a questo genere di reati”. Un’altra non ha il coraggio di dire al marito che fa la pornostar e dice che “è stata costretta da un conoscente”: falso. Un’altra s’è inventata tutto per far ingelosire il fidanzato. Una ha accusato il vicino di casa di stupro per liberarsene. Un’altra ha speso tutti i soldi, non ha avuto il coraggio di dirlo al marito e ha inventato stupro e rapina. Un’altra lo ha fatto per non pagare il biglietto del treno. E l’ha fatto anche un’altra. In Inghilterra, una tizia nel corso degli anni ha rovinato la vita a ben 15 uomini, finché qualcuno non si è accorto che nessuno l’aveva mai stuprata. Che ne è degli uomini, dopo? A me viene in mente Mohammed Fikri, intercettato durante l’indagine su Yara Gambirasio. La brava gente si è premurata di rovinargli la vita. Poi è saltato fuori che non c’entrava nulla. C’è anche il caso di un italiano mandato in galera dalla compagna un mese per niente. Per. Niente.

 

 

Ora: sono assolutamente certo i casi qui sopra siano rarissimi e isolati. O forse non così tanto. Ma sempre attenendosi ai numeri: quanti uomini innocenti è accettabile rovinare, per saziare la sete di giustizialismo della casalinga di Voghera? Uno su mille? Su diecimila? Soprattutto: chi ha deciso che una massa dietro una tastiera ha il diritto di giudicare e punire qualcuno? Chi gli ha dato il potere di farlo?

Bè, ammettiamolo: noi media, opinionisti e webstar di stocazzo abbiamo una discreta responsabilità.

Non facciamo muro contro la falange d’immondizia umana che si indigna per noia e lincia per divertimento; anzi, ne abbiamo un terrore assoluto. Tanto da legittimare calunnie e diffamazioni coi vari “l’opinione della rete”, “il web insorge”, “la rete si indigna”. Non sono opinioni, sono calunnie e diffamazioni, ossia reati. Il terrore di essere bollati come sessisti ci ha portati a presumere la colpevolezza in base all’organo sessuale. Abbiamo accettato il linciaggio dei colpevoli, e questo ha legittimato il linciaggio dei presunti colpevoli, in un delirio giustizialista collettivo dove chi cerca di moderare i toni è bollato come complice, e per dimostrare di avere la coscienza pulita bisogna fare a gara a chi è più intransigente; chiedere punizioni via via più severe fino alle immancabili torture, mutilazioni, esecuzioni.

Forse, prima di ritornare al codice di Hammurabi, sarebbe il caso di tirare fuori i coglioni e opporsi. Non partecipare a questo schifo. Non fare nomi. Non dare visibilità ai linciaggi. Boicottare, bloccare e impedire ai capipopolo di crearne altri. In una parola, comportarci da persone responsabili e non da bestie emotive.

Ma immagino sia la frase che dice il classico guastafeste.