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Per essere qualcuno

Il cono di luce illumina un parquet vecchio e polveroso. Appare un ragazzo alla fine dei vent’anni, biondo, fisico burroso, camicia beige, pantaloni color noce, mani in tasca.

«Ho sempre voluto essere qualcuno» dice «Ma sono una persona irrilevante.»
Si guarda attorno in cerca di qualcosa.
Rinuncia.

«C’è chi non si accorge di esserlo. Vivono bene, quelli. Come le aragoste nelle vasche dei ristoranti. Che ne sanno di non contare niente? Gli basta gridare insulti al televisore, per essere felici. Io no. Io ho la maledizione di capire» sibila, poi si ricompone, mette le mani in tasca.

«Così ho preso il porto d’armi.

 

Andavo a sparare al poligono, sì. Il botto, il rinculo, il bersaglio che si spacca, è roba… ti fa sentire potente. Però le sagome di cartone stancano, sapete. Stan lì. Non si muovono. Non gridano, non sanguinano. Non scappano. Allora sono andato a fare Softair. Eravamo io, guardie giurate, qualche obiettore di coscienza. Tutti appassionati ed esperti di armi. All’inizio era bello. Però… però anche se eravamo vestiti giusti, usavamo i termini giusti e-e… e facevamo tutto giusto… sotto c’era quella sensazione. Quella voce che sibilava uu non conti niente» sussurra «tu non conti niente

L’eco si perde nel silenzio.

«Allora provo a renderla più credibile!» esclama «compro le uniformi! Pago trecentottanta euro per gli anfibi originali del Col Moschin, nemmeno vi dico il giubbotto… E l’orologio! Lo zaino! La borraccia! La cintura! Il cappello il coltello gli occhiali il binocolo…»

Scuote la testa. La abbassa.
Si rigira in bocca la lingua.

«Con la mia ragazza facevo… giochi di ruolo, nel bosco. Tipo il nazista, l’ebrea… ci siamo capiti» ammicca. Si fa serio: «Era per gioco, eh?! Non sono di destra. Anzi.»

 

«Mi eccitava e basta.»

 

«Il punto è che non serviva. Continuavo a sentirmi irrilevante. Allora ECCO!» dice, premendosi l’indice sulla fronte «ECCO l’idea! Mi serviva UN NEMICO!» sibila isterico, sgranando gli occhi «quando hai un nemico non sei più uno stronzo qualsiasi, no? Sei il nemico di quello! Hai un ruolo! Uno scopo! Sei un antagonista!» fa un passo avanti, il viso eccitato come un bambino: «CAPITE?!»

 

Il buio non ha niente da dire.
Torna indietro, deluso.

«Ma non si può scegliere un nemico a caso. No, se scegli uno che magari ha le sue ragioni rischi che vince lui. No. No, poi non c’è epica, uno stronzo qualsiasi contro uno stronzo qualsiasi… a me serviva una CAUSA» dice, alzando la testa e le mani verso la luce. Nell’aria risuona Globus – Preliator.

Alle percussioni, il ragazzo torna a guardare davanti a sé.

«Una causa è qualcosa che ingrandisce chi si prostra. Più giusta è la causa, più grande è l’ombra che proietti quando ti inginocchi. Consegna la tua vita a una causa e non dovrai più preoccuparti di essere qualcuno. Essere irrilevante per una causa va bene! Non devi essere niente! Non devi inventare parlare pensare riflettere ascoltare, no, basta LA CAUSA! IO SONO LA CAUSA! LA CAUSA HA SCELTO ME E IO HO SCELTO LEI!»
La musica sfuma.

«Ma bisogna sceglierla bene» ansima con un sogghigno sibillino «e sapete come si fa? Non è facile. NON-È-FACILE. Una squadra di calcio o un partito possono perdere, e tu perderesti con loro. Come fai a essere sicuro di vincere?»

 

 

 

 

«Volete saperlo, mh?» gongola, mordicchiandosi le labbra.

 

 

 

 

«Bene, ve lo dirò: il segreto è prendere un nemico già sconfitto.»
Annuisce, alza le mani cercando di calmare il coro di voci che sente nella testa, improvvisa qualche passo di danza: «Lo so, lo so… grazie! Grazie, siete un pubblico fantastico, grazie!» concede, facendo un inchino «hahaha, grazie! No, è troppo! È troppo! Grazie, basta! Basta.»
Tace. Guarda verso la platea.

«Così ho cercato qualcuno che credeva in un’idea sbagliata. Ma doveva esserlo platealmente, o non avrebbe funzionato. Dovevo prendere i razzisti, gli omofobi, i cattolici, i vegani, gli sciachimisti. Capite? Capite IL GENIO? Va’ da gruppo di gente che crede la Terra sia piatta, gridagli che è rotonda e BAM! Loro sbroccano e il popolo ti acclama! Che grande momento, è stato» sospira, guardando in alto «gli amici, i vicini, tutti mi consideravano un VIP. Oh, le donne impazzivano, si facevano le foto agli eventi con me, mio fratello parlava solo di me, me, me… i miei mi guardavano con orgoglio. Ero qualcuno, capite? Avevo vinto! VINTO! ERO UN EROE! SONO UN EROE DELLA VERITA’! VENITE A VEDERMI! FATEVI UNA FOTO CON ME, PERCHÈ LA TERRA È ROTONDA E NOI LO SAPPIAMO! IO, L’HO OSATO DIRE! CHIEDETEMI… chiedete…»

 

«Poi…» geme, abbassando la testa e le spalle «è finito tutto. Ho provato… Dio, se ho provato… a tenere viva quell’emozione. Andavo alle manifestazioni. Vivevo nei social cercando i commenti e le immagini che mi permettevano di sembrare brillante, facevo l’occhiolino ai VIP, ma… ma era come grattare un vetro» dice, mimando mani ad artiglio davanti a sé «e scivolavo, scivolavo, scivolavo… pian piano svaniva. Crollava, così. Un pezzo dopo l’altro. Meno like, meno condivisioni, meno foto, dovevo inventarmi qualcos’altro! Ma cosa? COSA?! PERCHE’ DEVO FARE QUALCOS’ALTRO?! HO GIA’ DETTO CHE LA TERRA È ROTONDA, NO?! SONO QUELLO CHE LO DICE! SONO IL SIMBOLO DELLA VERITA’! DATEMI QUALCUNO CHE DICA CHE LA TERRA È PIATTA! DATEMI QUALCUNO CHE
…che mi faccia essere qualcuno.»

Partono gli archi di Mad about you degli Hooverphonic.
La luce del riflettore si affievolisce.

 

«Ho sempre voluto, essere qualcuno» sorride.
Parte la batteria.
Buio.

La vera trama di Superman VS. Batman: giustizia down

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Prologo

 

A Metropolis ogni cosa viene disintegrata dalla rissa di Superman e i suoi compagni di sbronze. Case esplodono. Palazzi crollano. Strade vengono sventrate. Enormi astronavi devastano tutto. Bruce Wayne corre tra le macerie col SUV telefonando al suo amministratore delegato.
«Jack, dovete uscire tutti!»
«EH MA STIAMO IN PAUSA CAFFÈ»
La Wayne tower crolla uccidendo tutti i dipendenti.

 

Africa
Lois Lane e un fotografo hipster si presentano da un signore della guerra circondato da mercenari. Il fotografo ha una macchina a rullino, perché se un giornale ti paga 20,000 euro per un reportage è felice di sapere che le foto potrebbero venire male o non venire affatto. Persino Jamal, capo dei mercenari, realizza che nessuno è tanto idiota. Prende la macchinetta, la spacca, tira fuori il rullino e trova un aggeggio che lampeggia.
«Ah, sei della CIA!» grida, puntando la pistola alla testa del fotografo «ci state localizzando!»
«Jamal, piantala, sarà la spia del flash» dice un mercenario.
«Nono, il vostro capo ha ragione, sono della CIA» dice il fotografo.
«Visto?» fa Jamal.
«Ma se è della CIA ti pare che lo dice? Secondo me è la batteria» dice un altro mercenario.
«SIETE TUTTI DELLA CIA!» urla Jamal, e ammazza tutti.
Superman arriva, salva solo Lois Lane e volano a casa felici.

 

Gotham
Batman ravana di botte un branco di zingari e ne marchia a fuoco uno. I giornali riportano la notizia spiegando che un marchio del genere, in carcere, equivale a una condanna a morte. Perché il carcere è pieno di gente dabbene lì per errori giudiziari, e appena vedono uno col certificato Batcriminal© lo sopprimono. A Metropolis, Lois Lane passeggia davanti a un poligono di tiro, Superman la riporta a casa appena in tempo. Al TG vede il povero zingaro marchiato e la trova una cosa ignobile; uccidere 560,000 innocenti tra macigni e detriti va bene, ma marchiare a fuoco uno spaccino è brutto. Si indigna, poi va alla festa dove finalmente conosciamo Lex Luthor. Si tratta del Woody Allen dei millennials: figlio di papà, mezzo ritardato, balbetta, fa battutine che capisce solo lui, non becca figa neanche se è sfondato di soldi e soprattutto indossa il completo con maglietta e scarpe da ginnastica.

 

brad_pitt_white_sneakers_light_blue_grey_white_suit_t_shirt_sunglassesChe sta male persino a Brad Pitt.

 

Woody Allen Luthor spiega a una senatrice che sì Superman è buono, ma potrebbe diventare cattivo, quindi è il caso di costruire un’arma di Kryptonite capace di ucciderlo. Questo discorso dovrebbe interessare parecchio Clark Kent, purtroppo il nostro supermoralista è impegnato a origliare i sussurri dell’auricolare di Bruce Wayne, che si sta facendo guidare dal maggiordomo verso i sotterranei del palazzo. Visto che si tratta di girarsi, scendere una scala e aprire una porta a vetri ci riuscirebbe anche un deficiente, ma Bruce è obnubilato dal figame e dev’essere diretto tipo macchinina. Superman capisce la sua identità e lo intercetta.

«Cosa ne pensa di Batman a Gotham?» gli chiede.
«Cosa vuole, gli zingari son inevitabili. Lui anche si sforza di bastonarli tutti, ma…»
«Non ha capito. A Gotham la brava gente vive nella paura.»
«SEEEEEH LA PAURA, ADESSO! Non è che tutte-tutte hanno alzato i prezzi, calma. È terrorismo. Le nuove sparano cifre alte perché credono di averla d’oro, poi imparano. Fidati, due settimane e abbassano la cresta.»

«Ma che dice?» fa Clark Kent.

«Poi chiaro, Pattaya è un altro mondo. Scrivi, scrivi. Che ‘ste zoccole di provincia leggano. C’ho fatto quindici giorni con Tony Stark, ok? So di che parlo. Una sera c’ho ‘ste due diciottenni, una che mi spompina, una che mi lecca il buco del culo. Avevo mangiato… cos’era? Bè, quella roba che danno lì, etnico… vabbè insomma mi parte una scorreggia. Tragedia. La diciotthay si stacca e c’ha i capelli lilla, giuro su Dio. Ho piazzato un parimpampum che l’ha trasformata nella dolce Creamy. Questa suda, vomita, collassa. L’altra s’incazza. Non mi entra il pappone con la katana in camera?!»

«Signor Wayne…»

«Aspetta! Il fatto è che nell’altra stanza Tony era fatto come il castello errante di Owl, mi spiego? È che a Tony la bubba mette violenza. Per quello m’aveva chiesto di trombargli anche la sua, sennò finiva che la fistava con l’armatura e l’apriva come un pollo. Successo uguale con Hulk a Cancùn nel 2004, abbiamo dovuto seppellirla a rate dietro una gelateria. Comunque

«Signor Wayne, non tollererò oltre questi racconti disgustosi.»

«Fammi finire. Tony mi piomba in camera con tutta l’armatura, il pappa sbrocca, alza la katana, dice qualcosa nella sua lingua e Tony BWANG!! sai come fa con la mano, no? Spara e spatascia il pappa sul muro. Dovevi vedere la scena, pezzi di scimmia per tutta la stanza, le zoccolette fuori di loro, io ancora col coso blindatissimo di Viagra che non so dove metterlo, quand
«SIGNOR WAYNE!» tuona Clark «io parlavo di BATMAN! La gente di Gotham ha paura per colpa di BATMAN.»

«Ah» fa Bruce «invece a Metropolis con le invasioni aliene fanno una vita che lévati, no?»
«Superman difende la moralità, i valori e la giustizia. Il popolo lo ama.»
«Ma chi se ne frega del popolo, se Martin Luther King avesse chiesto l’opinione del popolo oggi sulla lapide ci sarebbero incisi i like e negli autobus i negri non potrebbero salire. Ora scusami, devo andare.»

Wayne corre a recuperare il dispositivo di hackeraggio e non lo trova più. È stato rubato da un misterioso figone. La insegue, lei scappa gattamortando, poi la trova a un’altra festa. Qui lei spiega di non essere stata in grado di aprirlo e quindi glie l’ha restituito mettendoglielo in macchina.

«Scusa, come facevi a sapere che sarei venuto qui?» fa Bruce Wayne.
«Perché, tu come facevi a sapere che ci venivo io?» domanda lei.
«E quando mi avresti messo il dispositivo in auto?»
«Non so. Non so nemmeno qual è la tua macchina.»
«Io non so nemmeno chi sei tu!»

 

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A Metropolis, Lois Lane prova a mettere la testa nel forno a microonde, ma Superman la salva. Bruce finalmente apre i file crittati degli archivi di Woody Luthor, scopre dove tengono la Cryptonite e visiona filmati buffi di altri supereroi, poi una foto del figone misterioso datata 1902.

«Bestia, è Raffaella Carrà» mormora.

 

Metropolis
Superman si presenta al processo dove deve giustificare la carneficina dell’altra volta. Tra gli invidiosi che vogliono provare a spremergli soldi c’è anche un paralitico a cui Woody Allen Luthor ha regalato una bomba superpotente mascherata da sedia a rotelle. Schioppano e fuori tutti credono sia stato Superman. Batman fa un’incursione nell’azienda di Lex Luthor per rubare la Criptonite, devasta mezza città e riesce nell’impresa, poi dal cielo scende il giustiziere alato.

«Con ‘sto pipistrello hai rotto» dice Superman «ti lascio andare per misericordia, ma non voglio più vederti in giro. E poi uccidi. Il vero Batman non uccide.»
«Ma vaffanculo. Parlando di cose serie, tu sanguini?»
Superman vola via senza rispondere.

«Perché la faccia da puttanella mestruata ce l’hai» borbotta Batman, poi torna a casa, si spacca di crossfit, costruisce una lancia e tre proiettili a puzzette, si fa fare l’armatura dal suo maggiordomo/ingegnere/fisico/meccanico/interior designer ed è pronto a combattere. Va sul tetto del palazzo di Gotham, accende il batsegnale e aspetta. Intanto, Woody Allen Luthor fa rapire la madre di Superman e la fa nascondere, poi rapisce Lois Lane e la butta giù da un palazzo per attirare l’attenzione di Superman. Lui arriva, la salva e Woody lo ricatta: o uccide Batman o sua mamma muore. Superman non ha scelta e va dal pipistrello.

«È ora delle botte» fa Batman.
«Avrò anche ucciso innocenti, ma tu ti credi al di sopra della legge.»
«Non è colpa mia se il popolo elegge imbecilli che rendono illegali le cose belle.»
«Arrenditi. Sono un Dio, non posso perdere.»

Se unissi la strategia militare di Robb Stark, il popolo di #vinciamonoi e la mia carriera scolastica non renderebbe comunque l’idea di quanto Superman perde. Batman lo frulla di cazzotti così forte che al cinema la gente si ripara. Non so cosa si sia calato Ben Affleck per girare quella scena, ma è un nuovo livello. Nemmeno alla sagra della pesca sportiva di Badoere ho visto tante botte ignoranti. Dopo quindici minuti, Superman ha il piede di Batman sulla trachea.

«Mar…ta…» biascica.
«Sta per mortacci tua?»
«Nooh… Mmmmrta…»
«Ah, MARTA! Ne conoscevo una, in Kansas» dice Batman «ma che c’entra?»
«Sua madre si chiama Marta!» grida Lois Lane in lacrime, uscendo dal nulla «vuole che la salvi tu, visto che stai per ucciderlo!»
«’sta Marta mica è bionda, attempata?» fa Batman, togliendogli il piede dal collo.
Superman tossisce: «Come lo sai?»
«Quella che conoscevo era una MILF della madonna. Il marito era morto per salvare il cane e l’aveva lasciata sola a mantenere figlio e pulcioso.»
«Anche la sua» fa Lois Lane.
«Eh, ma la Marta che dico io svoltava i soldi in un bar.»
«Anche la sua!»
«Nel retro, dico. Spurgava scroti a camionisti e piloti Jaeger di passaggio. Abituata com’era ai grezzabbestia quando m’ha visto s’è infoiata. Io manco avevo voglia, dovevo solo far benzina. Però un minimo di beneficenza bisogna farla, mica siamo animali. Così le ho allungato ‘sti 32 dollari e l’ho obliterata in cesso. Tutta contenta, durante e dopo. Ma non dirmi che era…»

Lois Lane sgrana gli occhi e muove impercettibilmente la testa.

«Era cosa?» chiede Superman, rialzandosi a fatica.
«Mmmmnniente» fa Batman «dai, dai, amen della gente morta, facciamo la pace. La tua famiglia sembra simpatica, dopotutto.»

No, ok, ‘sta parte è inventata.
Nel film per diventare amici gli basta scoprire che la mamma ha lo stesso nome.

 

Bill Murray What“A Putin e Al-Baghdadi basterebbe così poco!”

 

Woody Allen entra nella vecchia astronave dei nemici di Superman e crea un Uruk-ai, lo ingrandisce con Photoshop scala 1:40 e lo libera in centro. Il mostro fa quello che fa qualsiasi mostro in CG, ossia urla senza motivo, agita molto le possenti spalle senza motivo e spacca roba senza motivo. Fugge dagli elicotteri militari su un grattacielo. Immagina che bello vivere al trentesimo piano, sentire un tonfo e poi vedere un cazzo di tre metri che ti penzola davanti alla finestra. Superman non ha voglia di farsi un altro processo per strage, così lo lancia nell’atmosfera. Il governo USA ne approfitta per sparare a entrambi una testata nucleare. Il mostro fottesega, atterra in una zona desertica dove arriva Batman, poi raggiunto da Superman un pelino sgarruppato. Sembrano farcela, ma Lois sono almeno tre minuti che non sta per morire, così si getta in un laghetto per annegare. Batman si trova da solo contro l’Uruk-ai. Il mostro spara un’alitata di fuoco in grado di incenerire palazzi. Batman chiude gli occhi. La fiammata esplode in tutta la sua devastante potenza e il pipistrello sembra fottuto quando SE PER CASO CADESSE IL MONDO IO MI SPOSTO UN PO’ PIU’ IN LA’/ SONO UN CUORE VAGABONDO CHE DI REGOLE NON NE HA, pompano le casse.

«Signora Carrà!» esclama Batman, aprendo gli occhi.
Il figone misterioso si svela essere Wonder Woman, che armata di scudo e spada mena il mostro.

«E dimmi» le fa Batman «tu sanguini?»
«No, figliolo, ho il superpotere della menopausa» fa lei, frustando il mostro.

Il mostro crepa perché Superman si sacrifica e muore (vabbè, figurati). Seguono quaranta minuti di funerale, epiloghi vari, scene di rara inutilità, Bruce Wayne che decide di cercare Aquaman per chiedergli se non si vergogna, gente che lascia ghirlande e scrive “qui giace Superman, se cercate il suo monumento guardate stocazzo”. Poi Lois Lane va a dormire e lascia il gas aperto.
Primissimo piano della bara di Superman.

Per un istante la terra si solleva.

 

Fine.

Fuck yeah, Ikea

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Domenica mattina. Tempo di dormire e scopare e dormire e
«Dobbiamo comprare le cornici per la casa! Fare il gallery wall! Arte! Design!» grida la mia soave compagna, poi mi spara il caffè in faccia, sporge dalla finestra il cane, ne spreme il contenuto sulle strade sottostanti e possiamo partire per l’Ikea.

Parcheggio tra un SUV con la targa tedesca e una Porsche con targa spagnola. Prendo il carrello e avanzo tra falangi di gente mai vista per strada. È come se un’occulta organizzazione terroristica allevasse queste creature e poi, all’alba, le riversasse qui. All’improvviso realizzo che l’organizzazione potrebbe essere la figa.

«OH AMORE GUARDA» dice una voce maschile alle mie spalle.
Mi giro.

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Il tizio muore sull’asfalto nell’indifferenza generale. Le porte a vetri si spalancano con uno sbalzo termico di 59°. Un’allegra armonica suona un motivetto dagli altoparlanti. Il lampadario Splokkenbeurk di carta igienica a 22 euro e 49 centesimi! Mi precede una famiglia di bomboloni. Lui con la faccia che poi vedi sul Gazzettino sotto il titolo “uccide la moglie e fugge in Moldavia”, lei una medusa di stracci neri e stivaletti modello Joe Tempest con tacchi rinforzati titanio, preceduti da due palle di lardo alte mezzo metro che producono più rumore dell’intera industria siderurgica.

«MAMA GWARDAMI!» barrisce un botolo, poi galoppa verso un letto matrimoniale, inciampa nel tappeto di fintomontone e plana su una poltrona distruggendo lampada, tavolino, cornici, lampadari. A manina, un putto alto sessanta centimetri ulula come una sirena antiaerea. Una ragazza zompetta in una cucina di 4mq:

«Marika, tocco i due lati! Fammi una foto!»

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Una vecchia di età presocratica tenta di sedersi su un divano ecopelle e piazza una brena tale da costringere lo staff a rendere inagibile il reparto. Una coppia di gay limona in centro corsia da quarantadue minuti, guardandosi attorno nella speranza qualcuno si scandalizzi o dica qualcosa di omofobo. Una sessantenne sciabatta dentro tacchi 12 di tre numeri più grandi lanciando occhiate maliziose. L’armonica suona felice. Sono all’inferno.

«Ti piace quella camera?» domanda la mia donna.

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Sì. È meravigliosa. La voglio. Voglio le lampade da prendere a testate tutte le mattine quando mi alzo e gli spigoli dei comodini altezza gengive quando mi giro. Voglio i deliziosi cavi in bella vista. Voglio il letto pro-ana in truciolato che se pesi più di un bambino del Botswana cede. Voglio i lampadari di carta a ricordarmi che di solido, nella vita, non ho nemmeno la luce. Voglio copriletti bianchi, tappeti bianchi, cuscini bianchi, tende bianche, vasi bianchi, affinché appena torno da un lavoro precario io abbia la gradevole sensazione di precipitare nel vuoto. Solo quando mi assalirà l’horror vacui potrò guardare le ragnatele e scoprire che in realtà dormo in uno sgabuzzino.

«Hai di meglio da proporre?» domanda la guardiana dell’utero.
Mostro la foto nel cellulare.

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«Sì vabbè, ciao nonno» sospira, tirando dritto.
«Una camera così ci costerebbe un terzo.»
«Tappeto zebrato incluso?»
«Ma perché voi donne vi fissate sulle puttanate?! Sto dicendo ch
Eccoci nella sezione salotti.

«Casa nostra sarà bianca con dettagli neri e rossi» dice una trentenne con la faccia da gangbanger, passandomi di fianco. Mi domando quale mente malata possa arredare casa ispirandosi alla sbarra di un passaggio a livello, ma subito
«A me piace uno stile molto particolare, sai» dice un’altra in felpa Gucci.
«Che tipo?» domanda il marito.
«Eh… Ho un sacco di idee, ho un dono per l’interior design» fa lei.
«Sìsìsì, figurati se penso tu sia una di quelle che vedono due foto su Facebook coi mobili di vernice scrostata e i fiorellini, leggono shabby chic e si credono arredatrici d’interni!»
«Ha ha ha» ride lei.
«AAAAAAHAHAHAHA MAGARI I MOBILI FATTI COI BANCALI DEL CAZZO HAHA HAHAHAA E LE GABBIETTE DEGLI UCCELLINI AAAAHAHAOHOHO QUALE TROIA DEMENTE POTREBBE MAI VOL
Lei gli spacca un vaso in testa.

Al bar vedo un’altra coppia. Lei tirata come fosse al matrimonio della sorella, lui pantaloni della tuta e scarpe collezione Prophughy 2003. Doppio passeggino coi loro trofei da scopata, uno s’è cacato addosso, l’altro vuole il saccottino. Ta ta tararà, tararà ta, canta l’armonica. Intere tribù in processione sono accorse per esprimere un parere su un salotto che, montato a Milano, crolla alla prima scossa di terremoto in Basilicata.

«Su questo non puoi dire niente» dice la mia consorte.

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Ma infatti.

Immagino la delizia di stare disteso lì, tremando a ogni scricchiolio del divano col terrore gli scaffaletti soprastanti crollino uccidendomi. La lettera Z in acciaio, lassù, vigile, pronta a conficcarsi su chiunque osi ruttare troppo forte. La lampada di plastica col cavo che pesa più di lei e come tenti di accenderla ti arriva in faccia. In questo salottino si respira l’epica del quarantenne felpa&canna che dai bastioni del suo castello respinge l’assalto delle responsabilità.

«Dai, proponi, invece di fare il disfattista» incrocia le braccia la suggitrice.

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«Oh, tesoro, ma certo» mi abbraccia «poi quando tornerai dai campi i nipotini ti chiederanno di raccontare la guerra di Albania.»
«E allora viviamo nella rete delle palline del McDonald.»
«No, meglio nel delirio di un vecchio latifondista del 1800.»
Ta ta tararà, tararà ta.

Su una scrivania, un uomo della mia età è a pecorina mentre un commesso gli stantuffa nel culo un martello pneumatico con la punta a pugno. La moglie gli accarezza la testa e lo tranquillizza: stanno acquistando il sublime divano BUDDAK, millesettecento euro per plastica, truciolato e pregiato acetato cinese. Terminato il pagamento ci si siedono sopra e il Buddak si rompe in tre pezzi, ma per quel breve istante hanno assaggiato il paradiso. Un ragazzo prende un deodorante per ambienti, lo esamina con attenzione, estrae un accendino.

«Voglio vedere se è davvero infiammabile» dice, poi si immola.

Siamo qui dentro da due ore. Ormai ho raggiunto una sorta di torpore atarassico, niente m’importa, ho solo fame e voglia di andarmene. Usciamo nel parcheggio con due tappetini per il bagno, canovacci e stracci, attaccapanni, una bottiglia, un set di bicchieri.
E nessuna cornice.

 

Torneremo domenica prossima.

“Smettete di avere la diarrea e combattete, ve lo dice il baronetto”

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Arthur Aitken è il figlio del barone Aitken ed è una persona migliore di noi.

Inglese, ricco, si fa sistemare in ambasciata in India e finge di lavorare tra un cocktail party e l’altro. Lui è figlio di un magnate dell’editoria. Quando scoppia la prima guerra mondiale, Aitken vuole essere un eroe come nei romanzi cavallereschi, ma non ha voglia di andare tra fango e spari. Telefona a papi e si fa promuovere generale, poi si sistema a capo di una spedizione militare pro forma. Conquisterà un porto sfigato della Tanzania dove i tedeschi hanno due soldati negri e un paio di catapecchie, poi potrà tornare a casa e guardarti dall’alto in basso. Annuncia quindi ai giornali (del padre) che guiderà un attacco a sorpresa, dopodiché fornisce un dettagliato resoconto logistico di dove, come, quando. Un giornalista fa notare che i tedeschi potrebbero leggere. Viene subito licenziato, perché i plebei non possono permettersi certe impertinenze.

 

 

L’equipaggio

I soldati sono indiani raccattati da risaie, vicoli, baracche e convinti a salire a bordo in cambio di un vestito e un piatto di minestra. Il loro addestramento è simile all’ISIS. Questa portentosa forza d’assalto viene stipata dentro navi con la stessa densità di un volo Ryanair classe profugheconomy. Tutti soffrono il mal di mare e si vomitano addosso l’un l’altro. Non possono camminare, lavarsi o fare esercizio fisico. Aitken li nutre a carne di manzo, peccato gli indiani considerino la vacca sacra. Alcuni digiunano, altri la mangiano ma l’intestino non è in grado di metabolizzarla trasformandoli in bombe diarroiche. Gli ufficiali invece sono inglesi, vengono selezionati per titolo nobiliare o convenienza sociale. L’età media è dunque databile solo col Carbonio 14, la loro esperienza sul campo è “nel my castle ho un painting of questo selvaggi’s desert” e sono sordi da non sentire gli spari.

Arrivano a Tanga dopo sei mesi.

 

 

 

“Tra 24 ore vi faremo un attacco a sorpresa”

Oggi Internet è pieno di uomini integerrimi e donne moralissime che si domandano dove sono finiti i Grandi Valori di una volta. Per rispondere a questa domanda basti pensare che nel 1914 bisognava dare un preavviso di una settimana prima di un attacco a sorpresa. Era per educazione. Giunto a destinazione, Aitken invita un rappresentante tedesco a bordo della Costa Protesi per discutere la resa. Sale il commissario Auracher, alza le mani dicendo “ach, zorprezoneee!” e annota con cura armi, mezzi, uomini e morale del nemico. Aitken gli chiede di firmare la resa, lui dice di non essere autorizzato a prendere una decisione tanto grande. Domanda una proroga di 24 ore per consultarsi col suo comandante e Aitken lo lascia andare. Prima di congedarlo domanda se le acque del porto sono minate. È come se per strada un tossico ti fermasse dicendo “scusa, casa tua ha un allarme?”. Auracher dice “sisisisisi minatisssssime” e se ne va, felice di sapere che di sicuro gli inglesi non attaccheranno dal mare.

 

 

“Sono degli idioti, truffiamoli”.

Tanga era un porto inutile, pieno di vecchi, vagine e bambini. Le armi a disposizione erano scarse e guaste, gli uomini utili pochissimi e privi di artiglieria pesante. Ma il comandante è Paul Emil von Lettow-Vorbeck, un uomo più del nostro tempo che dell’epoca. Considerato dagli Askari una divinità, quando altri tedeschi fanno discorsi razzisti li cazzia dicendo “siamo in Africa, siamo tutti africani”. Ha una forza fisica notevole, un senso dell’umorismo spietato, due turbine al posto dei coglioni ed è considerato il primo McGyver della Storia. Non pensa neanche per un attimo di arrendersi. Sfolla bambini, figame e vecchi, organizza gli Askari su punti altolocati. Distribuisce le poche armi, razionalizza le munizioni, regala a tutti una bottiglia di birra. E aspetta.

 

GIORNO 1

Passate le 24 ore Aitken si spazientisce. Fa retromarcia e rovescia un primo reggimento di indiani a Manza bay, oltre un miglio di distanza dalle acque piene di mine immaginarie. Per raggiungere Tanga i venditori di rose dovranno attraversare sabbie mobili, vipere d’acqua, zanzare, ragni, mostri. Scalare una parete di roccia crivellata di crotali, ridiscenderla, saltare un fossato pieno di coccodrilli e atterrare in una pianura piena di leoni famelici, rinoceronti aggressivi e scimmie che scagliano sassi da 10 chili sugli intrusi. Il tutto tirandosi dietro equipaggiamento, viveri e armi a mano, perché le mosche tse tse han ficcato le larve negli animali da soma e se li stanno mangiando vivi dall’interno. È anche la stagione dell’accoppiamento degli elefanti, quindi al primo sparo si rischia che dalla selva esca un mastodonte di tre tonnellate incazzato perché lo disturbi mentre cerca di chiavare.

Sono stupito non ne abbiano fatto un videogioco.

Appena mettono piede a terra, il problema dei diarroindiani si manifesta in tutta la sua semplicità. Non solo spruzzano merda come seppie, ma dopo sei mesi di ‘sto istituto di bellezza emanano un afrore mostruoso tale da far convergere su di loro qualunque insetto presente nell’Africa subsahariana. Alcuni hanno le gambe anchilosate da mesi in mare, non camminano e annegano sul bagnasciuga. Altri sono a digiuno e svengono per la fatica, il caldo, il proprio odore corporeo. Gli Askari li osservano dall’alto, divertiti. Appena i primi entrano nella giungla sparano un colpo. Uno.

È subito strike.

I portantini fuggono verso la spiaggia urlando in preda al panico. I soldati non capiscono cosa gridano, perché nessuno capisce cosa dice manco il compagno di branda. Sono di caste diverse, non si conoscono, non hanno mai combattuto. Nessuno sa dove si trova, cosa deve fare o perché è lì. Però anche un elettore del M5S sa che quando degli adulti scappano urlando dal punto A verso il punto B, andare verso il punto A non è una buona idea. Quindi fuggono in spiaggia anche loro, dove i cecchini tedeschi hanno campo libero e li sterminano come poiane.

A bordo della Costa Protesi, il resoconto del sergente viene ascoltato dal baronetto con impassibilità: «Bene, sono dettagli di cui si occuperanno gli ufficiali, sergente. Io vado a leggermi un libro» dice Aitken, abbandonando la stanza.

 

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«Quali sono gli ordini, signori?» domanda il sergente.

 

«Sellate subito i cavalli, voglio vedere la Borgogna» dice il maggiore, alzandosi e scoprendo di essere uscito senza braghe.
«AVANTI, AVANTI! DIO SAPRA’ RICONOSCERE BRACCOBALDO BAU» urla il colonnello, poi conficca la testa nell’oblò e sviene.

 

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«Fate avanzare gli arcieri» decreta il capitano, infilando con decisione l’indice nella zuppa bollente.
«Chi osa pisciarmi sui pantaloni?!» sbotta il tenente colonnello, mentre una pozza di urina gli si forma sotto i piedi.

 

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GIORNO 2

Tutti gli 8,000 uomini vengono fatti sbarcare. La vista e l’odore spaventano gli Askari che si ritirano. Sulla spiaggia gli ufficiali organizzano i portatori di Polaroid in battaglioni e riescono a farli avanzare nella giungla fino a impattare con la prima linea di difesa tedesca. Gli indiani non hanno idea di chi sia il nemico. Non sanno nemmeno dov’è, la Germania. Sparano contro chi gli spara e fuggono. Gli ufficiali allora sparano sui fuggitivi, il che, agli occhi di una mente bestiale, trasforma anche loro in nemico. Se mi spari sei cattivo, no? Dopo neanche un’ora la giungla è un posto dove un indiano spara a un africano e viene ucciso da un inglese che viene sbranato da un leone che fugge dagli spari di un tedesco che mirava a una scimmia che tirava pietre a un coccodrillo che scappava da un elefante che voleva scopare.

 

cool-proud-gif-714È questo, essere maschi.

 

A bordo della Costa Protesi, Aitken decide di non scaricare i cannoni perché tanto non gli servono. Preferisce usare quelli della nave. Quando dicono che da lì non si vede una madonna e tirerebbero alla cieca, lui dice di provare lo stesso. Il primo colpo emula Baggio ai rigori del ’90 e si perde nella stratosfera. Il secondo disintegra l’ospedale assieme a feriti, medici, infermieri, anziani, parenti, bambini. Il terzo piove in mezzo alla giungla triturando inglesi, indiani, negri, tedeschi, leoni. Da Costa Protesi sentono urla, credono di averci preso e insistono su quel punto.

Nella giungla, l’unico tenente inglese sotto la quarantina urla all’ufficiale Malleson addetto alle comunicazioni di riferire alla nave l’errore.
«Si rivolga a me con più rispetto, tenente» dice l’anziano «deve chiamarmi signor colonnello e conte Malleson di Oxfordshire.»
«PRENDA LA RADIO E DICA ALLA NAVE DI NON SPARARE!»
«Non l’ho portata» dice il signor conte, guardando altrove «la radio è una moda da giovani, non ha futuro. Il baronetto è d’accordo con me.»
«SI MA LA USI E DICA C …eh?»
«Non abbiamo radio. Ne vado fiero, è roba da plebei. E poi il nemico avrebbe potuto intercettarla.»

Nel cielo c’è un fischio, poi la cannonata esplode tra gli alberi in una fontana di schegge d’acciaio e legno falcidiando indiani ormai in preda al panico.

«E come pensa di comunicare con la nave, signore?»
«Segnali luminosi.»
Il tenente tiene gli occhi in quelli del conte: «Segnali luminosi» ripete.
«Sì, con gli specchietti. Riflettono il sole.»

La seconda cannonata stermina in un colpo tutto il 125° battaglione.

«Il sole.»
«TENENTE, GIOCHIAMO AL PAPPAGALLO?»
«Signore, piove da tre giorni.»

 

 

 

«Ah, ecco cos’era ‘sta umidità.»
«Sì. Siamo a novembre, Africa tropicale, stagione delle piogge. Piove.»
«Bravo, bravo.»
«Grazie. Dunque» fa il tenente «come interrompiamo l’autodistruzione, signor colonnello e conte Malleson di Oxfordshire?»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Polvere di luce tra le stelle col suo spirito ribelle sta arrivando Vultus 5» dice l’anziano ufficiale, poi galoppa nella foresta.

Decidono di mandare delle staffette su e giù dalla spiaggia, purtroppo fanno un’enorme fatica a trovare indiani capaci di comprendere il messaggio da riferire. Ne trovano una decina che non appena ricevono l’ordine di correre verso il campo base si perdono nella giungla, muoiono divorati dagli animali o fuggono verso la salvezza delle sabbie mobili. Il secondo giorno si conclude con un niente di fatto, 200 dispersi e un battaglione disintegrato. A bordo, gli ufficiali più giovani si riuniscono e tirano una moneta per decidere chi ucciderà Aitken.

 

 

 

 

GIORNO 3

Il mattino Aitken fa distribuire una colazione abbondante a tutti gli ufficiali e fa digiunare gli indiani. Terminata la colazione annuncia che metterà piede a terra per dare una lezione “con lo stivale e la pistola” alla truppa inconcludente. Inizia benissimo prendendo a calci in culo quelli che stanno pregando, spara nelle gambe a quelli che gli sembra stiano scappando e, secondo un aneddoto molto controverso, spara in testa a un indiano perché aveva una spada in mano e lo guardava. Poi nel suo diario racconta di essere stato al centro della battaglia e di aver affrontato ufficiali crucchi in duelli molto cavallereschi riassumibili con questa gif.

 

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Gli Askari cedono. Gli indiani dopo due giorni di calci in culo si esaltano e gli corrono dietro come scimmie assetate di sangue arrivando in una piantagione. Qui c’è uno scontro a fuoco che distrugge un intero allevamento di alveari dentro cui dormivano milioni di api africane già nervose per spari e cannonate. È il massacro. Una nuvola nera di orrore e pungiglioni copre il sole, poi le api crivellano ogni essere vivente scatenando un fuggi fuggi generale. Si salvano quelli che le api odiano di più, perché a quanto pare insistevano a pungerli nonostante fossero svenuti, cosa che li risvegliava e gli permetteva di fuggire nella bocca di qualche leone, o incontro al machete di un Askaro. All’ora di pranzo l’intero esercito inglese è una distesa di ospedalizzati incapacitati a combattere. Hanno la faccia così gonfia da non riuscire ad aprire gli occhi o la bocca.

Aitken è costretto ad arrendersi. Ha il permesso di raccogliere i feriti, li carica a bordo e torna in India, dove cerca di scaricare la colpa su chiunque tranne che sé stesso. Stranamente gli ufficiali non lo coprono.

 

_____________________

Tanga passerà alla Storia come il più grande fallimento nella Storia dell’esercito inglese di tutti i tempi. La battaglia delle api verrà tramandata dai cori gospel in maniera sempre più romanzata, tanto da dire che le api furono tutta una trappola di quel gigante di Lettow. Non è vero. Lui stesso dichiarerà

“i may now perhaps betray the fact that at the decisive moment all the machine guns of one of our companies were pit out of action by these same trained bees, so that we suffered from this new training quite as much as the english” 

The Meinertzhagen mistery, pg.98

 

In Internet le fonti sono poche e, per la maggior parte, sbagliate. Per il post mi sono basato sulla tesi di laurea del dottorando F. Jon Nesselhuf, dell’università del Texas, 2012. Ho consultato il libro The Meinertzhagen mistery, 2009, di Bria Garfield, il rapporto ufficiale della Commonwealth Grave Commission, 2014, La prima Guerra Mondiale, Hew Strachan, 2010 e Storia dell’Inghilterra, di Kenneth O. Morgan, 2015.

Poi l’ho buttata in vacca perché era più divertente.

Disagio, Un altissimo momento di

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«Raga shkussate?»

Milano, una di mattina. Io e Leonora siamo all’Abnormal gallery per salutare un amico. Gente che conosco, fumettisti, birre, sigarette, vaffanculi vari. Ambientarsi in una città nuova è difficile. Non abbiamo ancora la nostra abbeverata personale, quindi vaghiamo alla ricerca di quello che un giorno diventerà il nuovo bar Verdi.

«Shkussate, oh? Raga?»

Non so chi stia facendo quest’imitazione femminile di Gollum. Al momento fingo di non sentire un baggeo impegnato a fare il monologo del cosmopolita con Leonora. Mi diverte grandemente quando ci provano con la mia donna, è come vedere i poeti che s’arruolano nella Legione Straniera: grandi progetti, grandi ambizioni, grandi discorsi al funerale.

«Raggazi shkussate vorrei dirvi… cose…»

Il monologo del Cosmopolita consiste nel riuscire a dire di essere stato a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona e New York nella convinzione questo faccia scopare. Come tecnica d’approccio nel 1990 strappava le mutandine delle aratro renegade, ma ormai nel 2016 anche il vicebidello di Caltanissetta ha fatto un interrail e del tuo biglietto Ryanair superoffertissima non frega un cazzo a nessuno.

«Raggha vi possho dishturbare?»
Mi giro.

Entrambe bionde, entrambe sulla trentina, entrambe vestite di nero e rovinate di alcool.

«Shiamo thornate da un mathrimonnio no? E c’è una feshta da noi dietro l’angolo, no? Siccome shembrate delle persone a modo volevamo invitarvi, no? Shè il diggei con la consolle e la locashion è molto cool. L’indirizzo è via Burziburzi 32, shercatelo su Guglmàpsh. Venite, no?» si allontanano.

«Che cazzo ha detto?» chiedo.
«Festa, casa sciccosa, moroso DJ» riassume Leonora «tanto non andiamo.»
«Co… Perché?!?»
«Non conosciamo nessuno, tu sei brillo, quelle sono fatte come il Cosmopavone e ci ficcheremmo in situazioni dove disagio, imbarazzo da empatia e voglia di sotterrarsi dominano.»
«Hai riassunto le migliori feste della mia vita.»
«Dimmi UN SOLO buon motivo per andare» incrocia le braccia Leonora.

«…talia il turismo è proprio una merda, eh? Non sappiamo sfruttarlo. Invece prendi Parigi. Io sono stato mesi, anni, a Parigi, ho anche dei parenti a Parigi, praticamente vivo più a Parigi che qui, anzi, ho proprio la doppia cittadinanza, cazzo come sono Parigino. Le donne amano Parigi. O anche Manhatt’n» insiste il monologhista, improvvisamente affetto da pronuncia uso Bastianich «ho vissuto molti giowni in un appawtamento a Brookl’n, y’know? Sei mai stata a Brookl’n?»

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Plin plon.

Il padrone di casa si chiama Diego, avrà la mia età, jeans attillati col risvolto a metà polpaccio, fantasmini bianchi dentro Oxford distrutte, bretelle, camicia a scacchi neri e rossi, barba da sant’uomo, calvizie a spazzola. La casa sarà un centinaio di metri quadri, che vista la zona sarà costato 92 vergini.

«Shiete venuthi» esclama la tappa, venendoci incontro «shono conthentha!»
«Abbiamo portato questa» dico, mostrando una bottiglia di Jack Daniel’s comprata all’Abnormal a un prezzo che meriterebbe una bomba della camorra.
«Bravih. Venithe ke vi presentho agli altri. Io shono Kathia, hic! Katia. Con la kappa.»

L’arredo è quello classico uso stanza di adolescente: tende bianche, tappeti bianchi, pareti bianche e mobili bianchi su cui troneggiano 873645 colori e giocattoli che non mi sono mai potuto permettere. Quadri a cornice bianca recitanti ordini materni “Love everything you do”, sull’angolo cucina “eat your veggies”, in cesso “wash your hands”, mi domando se sulla testiera del letto ci sia “penetrate vigorously”. Divanetti blu elettrico e una ventina di persone che chiacchierano. La musica (Indie) proviene dall’angolo libreria dove un tizio in maglietta grigia, porkpie e baffi smanetta i CDJ.

«Tu sei quello di Uomini e donne?» mi domanda uno.
«No.»
Disinteresse.

Leonora chiacchiera con l’unica gnocca della festa. Non sento i discorsi ma dal linguaggio del corpo credo vertano sui tacchi di mia morosa. È tutto un risate e sorrisi, là nella valle della vagina, mentre il vecchio Jack non riscontra grandi successi. Bevono tutti ‘naBio, “birra biologica prodotta con metodi artigianali”. Appoggio il Jack, assaggio. Riprendo il Jack. A me questa cosa che abbiamo smesso di pensare al piacere in cambio del benessere angoscia. Biologico, sano, naturale. Ho paura che alle porte dell’inferno troverò una fila di uomini che non fumano e donne che non scopano. Il meccanismo del senso di colpa anni ’90 oggi è il dovere dell’eterna giovinezza. Caffè decaffeinato, birra analcolica, prosciutto sgrassato, sigarette elettriche, pasta senza grano, fritture senza olio, chiacchiere per sms e chiavate col preservativo. Ma perché?
Soprattutto, dove cazzo è finita Leonora?

«E insomma tu scrivi» dice uno «cosa? Libri? Saggi? Sei giornalista?»
«Alterno articoli di alto livello come Le sette cose da non dire mai al primo appuntamento ad aneddoti di prostituzione, risse, degrado.»
«Sei serio?»
«Sì. Ma anche un libro di Storia.»
Non può essere in bagno.
«Tu invece che fai?» dico, perlustrando la stanza.
«Lavoro nel cinema.»
Non può essere andata via.
«Ah, bello! E… e in che settore?»
«Bè, a me non interessa la sfera della produzione, io sono al vertice del prodotto finale. Secondo me oggi il mondo del cinema è un carrozzone dei soliti che produce solo merda. L’Italia proprio non funziona, infatti lavoro molto di più con il materiale estero. Americano, perlopiù.»
«E cosa fai, il proiezionistahahaha HAHA HAHAHA HAHAHA» rido, dandogli una pacca sulla spalla.
«Sì.»

 

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«Perché, secondo te quello non fa parte del cinema?!» chiede, piccato.
«Sìsìsìsì è che…»
«Eccolo qua, per lui solo quelli che hanno il nome sullo schermo lavorano nel cinema, vero?!»
«Non ho mai detto questo!»
«Lo pensi!»
«No!»
«Sei uno snob, come tutti i milanesi! Ma che ne sai, tu? Chi cazzo ti credi di essere?!»
«Io… io sono solo un drogato!»
La risposta lo confonde.

Alle quattro e mezza sono ormai tutti cotti, fumo una sigaretta sulla ringhiera della corte interna guardando Milano sullo sfondo. Katia con la kappa esce, ormai rigonfia di birra biologica come una zecca.

«Hai prohppio na bela ragassa» dice, barcollante.
«Sì, sarei curioso di sapere dov’è. Bella festa, comunque.»
«Oh, bah… una cosa così.»
«No, no, credimi. Dalle mie parti non c’è tutta questa civiltà.»
«No? E cosa succede?»
«BE’ UNA VOLTA HO Vun mio amico, dico, ha versato il latte di suocera nel vaporizzatore d’essenze. Era una festa etnica, incenso, spirali, candele, così la nube ha impregnato le tende indiane che hanno preso fuoco. Altri ti cagano nel cellophane, ci attaccano sopra l’etichetta SALAME AL CIOCCOLATO e te lo mettono in freezer. Nove volte su dieci i padroni di casa lo trovano due giorni dopo, lo credono un regalo e lo mettono a sgelare sul tavolo della cucina.»
«GWAH GWAH GWAH» ride lei «MA QUESTA È BELLISSIMAAAHAHAHA, BELLA, BELLAOURGH» conclude, sparando un fiotto di vomito oltre il parapetto a potenza idraulica di diecimila atmosfere. I liquidi disegnano romantiche volute nell’aria, poi si spiaccicano nel cortile.
Restiamo a osservare il prezioso arabesco.

«Bel tiro» commento.
«Sì» dice, traballando «comunque la vita è un frrrrrr-r-r-r» bramisce ruttando, poi il corpo ha un tremito, le si girano gli occhi e collassa all’indietro. Di riflesso allungo la mano per prenderla. La buona notizia è che i reggiseni sono più solidi di quanto credessi. Si allungano. In alcuni casi funzionano come corda da bungee. La cattiva notizia è che invece i vestiti di Liu Jo no. Ora Katia è svenuta sul terrazzino, ha le a gambe larghe, le tette di fuori e io stringo un reggiseno strappato misto brandelli di vestito. Solo a quel punto Leonora decide di uscire con un sorriso e una sigaretta.

 

 

 

 

Le cadono tutti e due.

 

 

 

 

«Ha sboccato, è svenuta, io ho cercato di prenderla» riassumo.

 

 

 

 

 
«Dimmi che è viva» fa lei.
Guardo. Katia con la K russa.
«Sì. Chiamiamo gli altri e portiamola dentro.»
«Non puoi portarla dentro così, coprila.»
«Con cosa? Il suo reggiseno pare l’imene di Lea di Leo.»
«Ho una spilla di sicurezza in borsa.»
«Non azzardarti a lasciarmi da solo! Sai cosa sembra, ‘sta scena!? Vedo già i titoli di Libero.it.»
«Diocristo, allora mettile il mio» dice, facendo per aprirsi la camicia e fermandosi: «…ah, no.»
«Come no? Quando siamo usciti ce l’avevi.»

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Ma affrontiamo un problema alla volta.

Mi tolgo il montone, glielo metto sopra e chiamo la ghenga hipster che accorre in massa mentre io mi cago addosso dal freddo. Diego non è così sicuro le cose siano andate come gli racconto, ma la pozza di vomito è innegabile così come l’alito raggelante della sua donna, le mutande le ha ancora, io non ho segni di colluttazione in faccia. Recuperato il mio raffinato soprabito possiamo tornare a casa.