03. Un mazzo di chiavi

Attraversiamo il paese di corsa come Lucignolo e Pinocchio nel paese dei balocchi dopo il tramonto; impieghiamo una decina di minuti ad arrivare e scavalcare il cancello del collegio e studiamo il da farsi nel cortile, col gorgogliare della fontanella e il vento del temporale che carica. Il piano originale è scartato per le inferriate, quindi resta solo il portone.

Girando per il giardino troviamo una vanga, ma dopo qualche tentativo di leva rinunciamo e usiamo un vaso di cemento come ariete; una decina di “oooh-oh! Ooh-oh!” e la porta si scassa abbastanza per fare una leva decente e aprirla. C’è una seconda porta, metà legno e metà vetro, chiusa a chiave. Dentro è troppo buio per vedere. Sbuffo: «Bisognerà trovare un modo p
«FULMINE DI PEGASUS» grida Ario alle mie spalle, poi il sasso di un’aiuola mi sfiora la faccia e risolve il problema in una fontana di schegge. Ci abbiamo messo mezz’ora, non ho tempo per protestare. Mi tolgo una scarpa, rimuovo i frammenti ancora attaccati, entriamo.

«BUONASERA, SIAMO I FASCISTI» annuncia Ario al buio davanti a noi.
Nessuno risponde.
«Ma perché i fascisti?» domando.
«Boh, a tema con l’ambiente» fa Ario, indicando la volta «È CON NOI ANCHE UN ABISSINO» aggiunge.
Silenzio.
«Non c’è davvero nessuno, a quest’ora sarebbero già tutti usciti sparando. Vamonos, è tempo di rubare.»

Sono le 2.51, ci resta una mezz’ora prima di tornare da Luca e Atza. Imposto l’allarme sul Casio e avanziamo. Per non consumare gli accendini facciamo solo scattare le pietrine, producendo lampi che mostrano un’anticamera vasta, alta, con quattro colonne di marmo, due porte davanti e quattro laterali. Sulle pareti ci sono delle bacheche, e usiamo le fiamme per studiarle. Avvisi, orari, corsi, poi la mappa del piano terra vicino a una vecchia pubblicità progresso.

 

«Impiegheremo giorni» dico, studiando le indicazioni «Cosa cerchiamo?»
«Casseforti, roba da soldi…»
«Ah, bastava dirlo. Guarda, qui c’è scritto “oggetti di valore incustoditi”.»
«Davvero?»
«No.»
«E io che spero sempre ‘sto paese faccia passi avanti» geme «Vabbè, esplorazione alla Rocco: entri, sfasci, fuggi, avanti la prossima. In un’ora a piano ce la facciamo.»
«UN’ORA?! Ma hai visto quant’è grande?! In un’ora non facciamo una sola ala. Non abbiamo nemmeno una torcia.»
«Quella si può fabbricare. Poi piantala di rognare, siamo dotati di cazzo, esso ci guiderà verso il tesoro» dice, attraversando l’anticamera.

Le motivazioni sono solide, quindi lo seguo coprendo la fiamma degli accendini perché non ci abbaglino. Vedo il gabbiotto della segreteria, scrivanie anni ’70 coi cassetti aperti, armadietti, pareti costellate di rettangoli neri che dovevano essere quadri e diplomi. A sinistra il corridoio si perde nel nulla, a destra c’è un salottino d’attesa coi portacenere ad albero, portariviste, una fila di piante morte. Sugli angoli in alto, altri aloni scuri dove un tempo dovevano esserci le casse per la filodiffusione. Non promette bene, hanno già portato via tutto. La fiamma del mio accendino ha un sussulto; mi blocco come un pezzo di pietra, afferrando la manica di Ario.

«Cosa?»
Gli faccio il gesto di tacere. Stiamo immobili ad ascoltare. Il vento tra gli alberi fuori, il rombo del sangue nelle orecchie. Gli spifferi in un edificio troppo grande e vecchio possono fare minuscole correnti, ma quella stramba ragazzina veneziana che mi insegnò tutto questo mi ha anche insegnato che le brutte sensazioni ignorate ti portano in questura. O all’obitorio.

«Oh?» sussurra Ario.
Ma non c’è niente. Solo una corrente d’aria.

«Nebo, che hai? Ti caghi? Guarda che non abbiamo la figa, rischi zero.»
«Hm» dico, con le orecchie attente.
«Gli psicopatici vogliono solo scopare. Di noi che gli frega? Se trovi uno che smembra cadaveri ti scusi per il disturbo e te ne vai.»
«Eh, vabbè»
«Fidati. I maschi si mettono sempre d’accordo; chi ha voglia di mettersi a litigare, pestarsi… che palle. Lo fai solo se ci sono soldi o figa di mezzo. Noi siamo qui apposta in cerca di quattrini per scopare, quindi siamo in una botte di ferro. Massimo scatta la solidarietà, i consigli.»
«Sì, Ario, non credo ci siano psicopatici, qui.»
«E allora cos’è, hai paura dei fantasmi? Credi a quelle cazzate? Io capisco i tuoi antenati negri credano negli dei della foresta, ma sei pur sempre a maggioranza bianca, dovrebbe prevalere il lato colonialista.»
«Non credo ai fantasmi, Ario. Però…»
«Secondo te perché non esistono horror di soli uomini?»
«Cosa? Che ne so.»
«Ghe sboro, prendi l’Esorcista; se invece di Emily il demonio possedeva un maschio, chi se ne accorgeva? Sputava, vomitava, bestemmiava, pensava a scopare, aveva una faccia di merda e camminava storto per le scale; praticamente il rientro di qualunque uomo il sabato sera. Vero o no?»

 

 

«Dunque, negli horror devi mettere fregna. Ne abbiamo? No. Fine.»
«Un discorso interessante» dico, indicando una porta «Ufficio del preside.»

È anche l’unica porta chiusa a chiave. Ci diamo il turno prendendola a calci sopra la maniglia, con gli schianti del legno che rimbombano nei corridoi. La porta cede, colpisce il muro e quasi mi rimbalza in faccia. La scrivania è un piccolo capolavoro dell’artigianato dell’800. C’è una sola finestra aperta che dà sul retro del cortile, con le imposte che sbattono per il vento. Ai muri scaffali di legno impiallicciato e montanti di plastica nera. Nel complesso, è la solita mestizia sciapa da ufficio statale con qualche guizzo di tradizione; Ario tira fuori i cassetti che si schiantano per terra. Quello al centro è chiuso a chiave, così capovolgiamo la scrivania e Ario salta sopra il cassetto finché si spacca, poi ci chiniamo a osservare. Buste affrancate e aperte, una fotografia di studenti, una Mont Blanc rossa a sfera e un mazzo di chiavi zigrinate per serrature a pistoni, più complicate di quelle a scatto unico che abbiamo visto fino adesso.

«Una madonna di niente» impreca Ario «Andiamo avanti.»
«Aspetta» dico, studiando le lettere. Sono corrispondenze scritte a mano da una famiglia che fa i complimenti e ringrazia il preside e i professori, la foto è di una classe degli anni ’80: «Curioso che si portino via i quadri e non ‘sta roba.»
«Se la saranno dimenticata. Le chiavi mi sanno di roba nascosta, casseforti, armadi dell’orrore.»
«Una cassaforte non te la dimentichi.»
«O forse è dietro un muro finto. Via, via, studiare.»

Passiamo in rassegna le pareti, aiutati dalla luce diafana che viene dalla finestra, bussando in cerca di un suono vuoto. Quando arrivo vicino alla porta, il mio piede urta qualcosa di metallico.

È la chiave della porta. Con l’accendino guardo la serratura sfondata e c’è il blocco all’esterno. La infilo nella toppa e giro: il blocco rientra. La stanza era chiusa dall’interno. All’improvviso, la stanza diventa interessante. Vado a vedere le imposte della finestra e le trovo integre; qualcuno è entrato dalla porta, poi si è chiuso a chiave ed è uscito dalla finestra. Perché?

«Non voleva gli rompessero i coglioni mentre delinqueva» fa Ario «Interessante.»
«Ma chi?»
«Boh, gli operai.»
«Entri dalla porta principale, bella raga, scusate, mi chiudo un attimino qui, buon lavoro e poi nessuno ti vede più riapparire?»
«L’unica cosa certa è che il manolesta puntava a rubare qualcosa, e quello che interessava a lui interessa a noi.»
«Magari l’ha preso.»
«Ottimismo, negro, ottimismo» gongola Ario, zompettando fino alla scrivania ribaltata e illuminando la serratura del cassetto sfondato: «A-HA!» esclama. Sul bordo ci sono scheggiature e graffi, come se qualcuno avesse provato a forzarlo senza riuscirci.
«Dunque il collega voleva qualcosa nel cassetto, ma è fuggito prima di riuscire. Qual era il bottino? Qui abbiamo buste con lettere pallose cari compagni blablabla, foto di classe di sfigati, una lente d’ingrandimento rotta, cartoleria e
«E queste» dico, facendo tintinnare le chiavi.
«E quelle» dice lui «Siamo a posto. Ora sgamiamo cosa aprivano ‘ste chia

Il Casio al polso suona. Dobbiamo raggiungere gli altri, perché c’è anche il problema della 127. Ario s’infila in tasca buste e foto, sale sul davanzale e salta nel cortile. Per un istante rimango solo; sento il vento fuori, lo scalpicciare delle scarpe di Ario, l’imposta che sbatte. Guardo la porta da cui siamo entrati, un rettangolo nero e silenzioso: chi chiude a chiave una porta, in un edificio abbandonato? Cosa c’era, dall’altra parte, da costringerlo a scappare dalla finestra?

«Ah, namiore ganchiore» fa Ario, da fuori «Piove!»
«E quindi?» dico, saltando giù.
«La macchina, focomelico!» grida, scattando verso la piazza mentre la pioggia aumenta. Lo seguo, lanciando un’ultima occhiata alla finestra aperta e a quella porta chiusa.

 

Arriviamo fradici e troviamo Luca e Atza seduti ai tavolini interni del bar che bevono Petru Boonekamp e fanta con due pompe d’irrigazione arrotolate per terra. Zombie si è mangiato un chilo di prosciutto cotto imbustato per toast, ha gradito qualche sottiletta Kraft, si è dissetato con l’acqua minerale e ora sta a guardia della refurtiva, più vispo. Appena spuntiamo all’ingresso, Atza caccia un urlo e cade dalla sedia rovesciandosi il bicchiere addosso.

«Via, via, veloci!» fa Ario «È tutto lì?»
«Sì, prese dal dottor Carrai. Ma che vi pr
«IL BUON DOTTOR CARRAI» esclama Ario, caricandosele in spalla «Motorini?»
«Son qui dietro» fa Atza «Niente chiavi, ma avviarli è una stronzata, basta aprire il blocco della chiave. Che è ‘sta fretta?»
«ANDALE, RECUPERATE LE MOTOZAPPE, NEBO, VIA» fa Ario, correndo fuori.

Sotto una doccia gelida, inseguiti da Zombie, sento in lontananza il ronzio metallico dei motorini che mi sorpassano pochi minuti dopo; esperti adolescenti, saliamo dietro e raggiungiamo il muretto. La 127 è ancora lì, ma l’erba è già fradicia e scivolosa. Facciamo un cappio che fissiamo al sedile dei due scooter, Luca e Atza arretrano per mettersi in posizione, io e Ario scendiamo a fissare le pompe alla 127, che non ha ganci anteriori. L’unica soluzione che ci viene in mente è aprire le portiere, far passare le gomme nell’intercapedine che le collega alla macchina e farci il nodo. La pancia della macchina s’è interrata in un dosso e le ruote non toccano terra. Risaliamo a prendere i sassi franati del muretto e ammassiamo in fretta un binario. Ario si mette al volante: «Riferisci ai due idioti di andare lentisssssimo e costante» grida per sovrastare la pioggia.
«Lento e costante, ok.»
«No, lentissimo e costante; deve sembrare la tua carriera da rapper, chiaro?»

La strada è invasa dal fumo dei motorini. A valle, Ario accende il motore e io faccio cenno agli altri; le pompe si tendono, l’albicocco sussulta e sento il motore salire di giri. Si muove. Ogni volta che un sasso del nostro binario si sposta la ruota scivola sull’erba, e ogni volta Ario tira una bestemmia diversa, più intensa e appassionata. Lo osservo con un misto di terrore e incredulità; Ario è il fantino che sta cavalcando il Cristo verso il traguardo, è Saruman contro Gandalf, è il vento che muove le vele del destino. Da chissà quale antro segreto della sua mente, il giovane sciamano evoca sante semisconosciute, beati dimenticati nei libri di Storia, arcangeli, interi concili vaticani elencati in ordine temporale da prima delle crociate e li unisce in una gigantesca sfera genkidama di blasfemia con cui alimentare il motore della 127. Gli scooter sgommano sull’asfalto sollevando fumo bianco e acre, Luca e Atza danno a manetta, nel cielo tuoni e fulmini, a terra fumo, luci rosse, Armageddon. All’ultimo metro dalla bocca di Ario escono Brigida di Svezia, Demetrio di Alessandria, Eustochia Smeralda Calafato e quel San Brendano di Clonfert che ogni bestemmiatore professionista conosce bene perché si può pronunciare ruttando, poi la gomma legata al motorino di Atza si spezza catapultandolo contro il muro con un guaito.

Ora è solo pioggia e silenzio. La 127 è metà sulla strada e metà giù, ma le ruote anteriori hanno frenato in tempo. Luca molla il motorino e soccorre Atza, Ario rimette la 127 in strada di traverso, ingrana la marcia, io gli metto due sassi dietro le ruote per prudenza. I fari illuminano i vigneti in basso. Zombie è sotto un albero che ci osserva con l’aria ottusa e ottimista che hanno i cani, quando ti guardano fare cose che non capiscono ma sono certi tu abbia un ottimo motivo per farlo.

 

«Avevo detto pianissimo» fa Ario, sbattendo la portiera. Il finestrino va in pezzi. Lo osserva, poi scrolla le spalle: «Vabbè, tanto… Come sta il pirata guascone?»
«MI DONO DODDO IL DAZO» bercia Atza, rialzandosi con il sangue che gli cola fino sul mento e la faccia piena di graffi.
«Dai, non è grave» fa Luca, osservandolo. Ario va a prendere dei fazzoletti di carta appallottolati dalla macchina e li porge ad Atza.
«Grazie» dice mettendoseli contro le narici: «DON ZONO UZADI, VERO?»
«No, no.»

Siamo bagnati fradici, stanchi e demotivati. Andiamo a sederci sotto una tettoia subito raggiunti dal claudicante Zombie, per fumare una sigaretta e decidere il da farsi nella speranza che smetta di piovere. Atza, premendo e rigirandosi i fazzoletti contro il naso vede un preservativo che sporge, tira un urlo in falsetto e li lancia in faccia ad Ario, che reagisce a cazzotti. Mentre i due idioti si azzuffano e la pioggia cade, Luca mi aggiornia; oltre a motorini e pompe hanno rubato soldi dalla cassetta delle offerte in chiesa e dalla cassa del bar, totalizzando la considerevole somma di 31,250 lire. Io gli racconto com’è andata a noi: un pacco di lettere, un mazzo di chiavi e una domanda su una stanza chiusa dall’interno.

«Scusa, ma la finestra era rotta, rovinata?» fa Luca «Dentro c’erano foglie, sporco?»
«No. Niente di diverso dalle altre.»
«Quindi è stata aperta di recente?»

Mi torna in mente la fiamma dell’accendino che balla all’improvviso, indice che una corrente d’aria è stata disturbata. Succede quando chiudi una porta, per esempio. Ecco di cos’aveva paura l’apritore di finestre: di noi.

«FIOI!» sbotto «C’è qualcuno in città.»
Atza e Ario si fermano: «Che ne sai?»
«Dammi quelle lettere» dico, porgendo la mano.
[Continua]