01. La chiamata dell’eroe

Mestre, laterale del terraglio. Qui, dove le strade non hanno nome, tra asfalto vecchio, siringhe e preservativi, di domenica riposano i sogni del paese reale. Quelli degli adulti, partiti per cambiare il mondo e finiti a cambiare canale, e quelli dei ragazzini partiti per combattere il sistema e finiti a combattere le proprie tossicodipendenze.

È uno di quei giorni in periferia, quando il rintocco delle campane in lontananza e l’abbaiare annoiato dei cani ti ficcano il gelo e la miseria nelle ossa anche se è luglio. Le strade, costruite ottimisticamente larghe, non si sono mai riempite. Ci siamo solo noi. È il 1998. Siamo seduti sulla scalinata di uno dei tanti condomini tirati su nel ’60 a sputo e cemento, e noi quattro siamo seduti sulle gradinate a sognare Antosha.

Batteva sul terraglio. Dell’est, pressoché nostra coetanea, la pelle bianca come la neve, nessuno di noi ricordava con precisione che faccia avesse; il suo carisma strabordava da un reggiseno che a stento conteneva ciò di cui sono fatti i sogni.

Fantasticavamo di riuscire a farci un giro, ma data la sua età costava la spropositata somma di 50,000 lire a cranio e noi eravamo in quattro. Anche grattando dai cappotti e dai portafogli dei genitori facevamo 20,000 lire a settimana: il minimo necessario per finanziare birra, droga, sfide a Point Blank e miscela per il motorino. Per noi appena maggiorenni, dire quella cifra o parlare di milioni era uguale.

«Ma Cristo» fa Ario, alzandosi in piedi «Solo io, qui, ho sangue nelle vene? Ghesboro, ormai siamo maggiorenni, abbiamo dei doveri: la distruzione di Antosha è tra questi.»

Si era parlato di un rappresentante.

Fare colletta, mandare uno a trombare la divina e poi farsi raccontare tutto nei minimi dettagli. Si era quindi passati al doversi misurare la propria dotazione per capire chi fosse il più meritorio. Abbassarsi i pantaloni in quattro e guardarci le nostre estremità a vicenda, però, era cosa troppo sfigata. Avevamo quindi deciso di chiedere un’opinione a Laura, che reputavamo un maschio come noi ma era ufficialmente femmina e ciò salvava il nostro onore.

Atza però aveva mandato tutto a rotoli perché dal cancelletto ebbe la geniale idea di gridare alla finestra aperta “Lauraaaaa puoi venire un attimo a misurarci il cazzoooo” e il padre era uscito armato e pericoloso.

«Questa è l’Italia, signori» allarga le braccia Ario «Un paese dove dei giovani volenterosi, gagliardi, sono costretti a delinquere per poter fare il loro dovere. Andiamo avanti così. Vabbè, tocca scippare.»
«Ma quando mai?!» sbotto.
«Dai, ci facciamo una vecchia, magari stiamo attenti a non strapazzarla e siamo a posto.»
«Pieno così di vecchie con 200,000 lire in borsa» fa Luca.
«Beh, ce ne facciamo tante.»
«Quante?»
«Non so. A pensarci, se m’avessero insegnato matematica così adesso sarei ancora che studio. Ogni vecchia ha una borsa con 30,000 lire e un portapillole d’argento che ne vale 60,000. Se il ricettatore prende metà del guadagno e Antosha per aprire le gambe ne vuole 50,000, quante vecchie deve scippare Ario? Altro che the apple is on the cat in the table.»


«Niente. Vecchie» scandisco.
«E allora tocca rubare, ma qui nessuno ha esperienza» fa Atza.
«Nebo, raccontagli la tua storia d’amore con la veneziana» fa Ario.
Teste si voltano.

Oggi forzare una serratura richiede talento e attrezzature costosissime. Nel 1998 però si potevano ancora usare gli arnesi da scasso artigianali, detti tensore e spiedini. Per costruirli si rubano i tergicristalli dalle macchine, si sfila la linguetta d’alluminio all’interno e la si leviga con una lima. Poi fai pratica. Devi imparare la vibrazione dei pistoni all’interno e ascoltare la serratura. Inizi esercitandoti coi lucchetti, poi con la serratura di casa, poi con la serratura del vicino.

Il problema è l’allarme.

Se la casa è una villa, o un appartamento chic, c’è la possibilità sia collegato a un servizio di vigilanza privato, composto da gente ansiosa di poter sparare a qualcuno. Se la casa è più umile, l’allarme potrebbe suonare nell’indifferenza generale. Ma rubare con l’allarme che va ha il difetto di metterti premura, assordarti e non farti sentire quei suoni che una casa ti racconta.
Tipo la porta alle tue spalle che si apre.

«Sentite, è inutile: per fare furti in appartamento servono dritta e ricettatore. Non abbiamo nessuna delle due.»

Devi sapere prima se in una casa c’è qualcosa di valore. Non puoi andare a caso, o sei come quei mentecatti che rapinano gente per strada e finiscono in galera per un telefonino scassato e tre monete. Le dritte sulle case te le dà il personale di servizio, i vicini di casa, gli operai che lavorano sulle impalcature, i tecnici della caldaia, idraulici, elettricisti; insomma, quei mestieri che impari in galera per riabilitarti. Quando subisci un furto in casa, la prima cosa che fanno i poliziotti è parlare con i vicini, poi informarsi se hai fatto lavori in casa.

La seconda cosa fondamentale è il ricettatore.

«C’è il padre di Taglia, ricettatore perfetto» fa Ario «Adesso fa il rigattiere, ma alle spalle ha un rispettabile curriculum di furti, rapine, scippi. Poi è stato dentro qualche anno e ora ha imparato che “profilo basso” e “Mercedes vetri oscurati” non fanno rima.»
«Quindi è controllato» sospiro.

Non puoi fare come gli slavi che vanno dai gioiellieri (oggi dai compro oro), perché è il primo posto dove vanno a cercare. Non puoi nemmeno tenerti la roba in casa sperando di venderla in futuro. Devi prendere e rivendere entro poche ore, perché appena hai preso in mano roba altrui, da qualche parte un poliziotto o un Carabiniere stanno pensando il tuo nome.

La Gioconda era un quadro che non si filava nessuno, poi un babbeo l’ha rubata e se l’è tenuta in casa per mesi. L’hanno blindato, la Gioconda è tornata al Louvre e ora milioni di persone s’ammazzano per starci davanti. Il quadro più famoso dell’umanità ha dovuto essere rubato per essere eterno.

Mi ha sempre fatto pensare.

«Nebo noi dobbiamo fare su 200,000 lire, no Houdini che svaligia la banca d’Inghilterra. E poi siamo tutti più o meno incensurati. Dunque entriamo in un posto X, arraffiamo quel che capita e via dal Taglia» fa Ario.
«Ciao Taglia, ho questo prestigioso frullatore degli anni ’80 che funziona a carbone, coprimi d’oro» dice Luca.
«Taglia ecco questi deliziosi quadri dipinti da una commessa in crisi di mezza età, mi raccomando i milioni li voglio in tagli piccoli» fa Atza.
«Taglia qui ho un ironico portaombrelli a forma di cazzo, dammi direttamente le chiavi del BMW.»
«Tanto non abbiamo la dritta, stiamo parlando di niente.»
Silenzio.

«Perché stiamo parlando solo di case?» domanda Luca.
«Sono meno blindate. Altrimenti vai di cassette delle offerte, distributori di gomme, rame…»
«Ma un collegio?»

«Ad Astorzi di Boion c’è un collegio. Ci andavano i figli dei ricchi negli anni ’80, quest’anno ha chiuso. L’ho letto sul giornale. Forse c’è ancora la roba dentro.»
«Dunque tutto il ciarpame sciccoso è ancora al suo interno» fa Ario, grattandosi il mento «Mobilio di pregio, argenti, cose gay rivendibilissime. Nebo?»
«Che sia distante da qui sarebbe anche un vantaggio» ammetto «Quanto?»

Quaranta minuti di macchina. Decidiamo di fare un sopralluogo, tiriamo fuori tutti i nostri risparmi e totalizziamo 9.850 lire per la Fiat 127. Ario stringe i soldi nel pugno: «Dio! L’eccitazione dell’avventura manigolda preme, la sentite anche voi o no? Vamos, vamos!» ringhia a denti stretti «Palle vuote o galera! Sarà come una di quelle storie di grappa e spada, dov
«Cappa e spada.»
«…dove gli eroi assaltano il castello per rubare e trombare la principessa. Nulla potrà fermarci.»

Invece sì. Ma sono passati oltre 15 anni, i reati sono in prescrizione.
Andiamo a incominciare.
[continua]