Non si sa mai

La strada per l’inferno è lastricata di buoni propositi. Se proprio andate di fretta, basta andare al Gasoline di Jesolo. 





– Orpo, ho lasciato il cellulare a casa.
– Bòh, se vuoi siam qui, faccio il giro.
– MANNOCHEMMIFREGA, tanto stiam assieme tutta la sera, se mi cercano si fottano, andiamo a fare gli stronzi, via.

Ogni volta che lascio il cellulare a casa trovo una chiamata anonima. Pazienza, se vogliono mandan messaggi e poi dopo un pomeriggio di prove voglio solo la disconnessione. Sapete, girare con un preservativo è un po’ da sfigati però non si sa mai. La mente vacilla alla remota possibilità una sconosciuta qualunque pretenda attenzioni tanto radicali però non si sa mai. Il mio “non si sa mai” accadde una volta sola. Ed ero in costume da bagno. 








– TU NO ITALIA!
– Io sì Italia, tu dove?
– RùSSIA! Maaaaaadre Rùssia, io di Russia vengo!
– Ecco, come ti chiami?
– EH?
– COME TI CHIAMI, IO NEBO, TU…?
– ANJA! ANJA DI…
– …di grande madre russia, ho capito.
– Sl’avsa ot’echestvo n’ashe svob’odnoyeeeeeee…

Ricomincia a cantare allegra l’inno dell’armata rossa. Anja l’ho vista in via Bafile che camminava tutta sola, cosa più unica che rara per quella macelleria che è Jesolo. Alta, snella, un viso da fotomodella, una scollatura vertiginosa con un pushup da incidente ed un culo che sposta l’ago delle bussole. Complessivamente un 7 nella mia scala digitale, ovvero che sarei disposto a mozzarmi sette dita su dieci pur di imberlarla. Io sono con DJ, bassista e percussionista, che in giro per Jesolo attacchiam adesivi e cazzeggiamo. La seguo con la coda dell’occhio e quando in piazza Mazzini incrociamo lo sguardo non lo abbassa, anzi. Entra dopo di noi al Gasoline, un discopub che pare l’anticamera dell’inferno. La vedo che beve sola al bancone, mollo la band e mi ci siedo a fianco. Mi giro, le chiedo se gira sempre da sola e poi ordino da bere.

– Io no sola.
– Sì che sei sola, ti ho vista da fuori.
– Io no sola.
– Brava, brava – dico – cosa prendi?
– Io paga per me.
– Eh, è il problema degli amici immaginari. Cosa prendi?
E’ confusa.

– Vino?
– Qui dentro non trovi vino, aspetta.

La barista è in spaccata sul bancone che versa whisky ad uno in maglietta rosa. La strattono per un tacco, si gira, le chiedo se ha vino, dice prosecco. Traduco. Promosso. Arriva il prosecco.



– Questo è vino?
– Una specie, sì.
– Da zdr’avstvooyet sozdanni voley NAR’ODOOOOOOOOV…



Canta felice sopra un truzzamento tunz tunz ed un carnaio che si agita.

– Quanti anni hai?
– Tu quanti credi?
– Quanto basta per ridurti ad un cratere.
– Eh?
– Ventisei?
– No! Dicianòve!



Faccio il pollice su al carabiniere in borghese seduto all’angolo. Risponde alzando un sopracciglio facendo il gesto gesto così-così.




– Tu speravi PIU’ vero? COSA tu pensa TU, ora? Io dicianòve tanto? O poco?
– Non so, canta!
– Soy’ooz neroosh’imi resp’ooblik svob’odnikh…
– Senti, non dovresti bere vodka? 

– NO! Vodka per freddo, qui caldo! Tanto caldo, muolto caldo! – dice aprendosi la scollatura. 




A fianco un tizio sbarra gli occhi e tira una madonna. Io resto impassibile ad una quarta naturale abbondante compatta al centro senza scanalatura sei nei su quella destra due su quella sinistra leggermente simmetrici un accenno di lentiggini reggiseno nero pizzettato accenno di brillantini sulla parte alta probabile forma a goccia con capezzolo piccolo oddio dove la porti spiaggia o bagni che fa tanto degrado undergr

Richiude. Durata della radiografia 1.2 secondi. 




– Tu no guarda me, vero?
– Come?
– TU NON GUARDA QUI?! – dice prendendosi in mano le tette.
– C’E’ MUSICA ALTA! – dico indicandomi le orecchie.


Si stringe nelle spalle, beve e inneggia a Stalin che era tanto bono e bravo. La conversazione scivola piano su argomenti che se lei reputa noiosi dribbla inneggiando Sozial Rebuplisky o cose così. Il tempo passa veloce e lei rifiuta di uscire. Al terzo tentativo mi cago il cazzo, provo l’approccio in differita. 


– Anja, mi dai il tuo numero di telefono? –
– Soy’ooz neroosh’imi resp’ooblik svob’odnikh…
– Il cellulare, Anja!
– Ah! TELEFòNIRE! Vabbene! Mio numero è 3… 3… tu no scrive?
– Aspetta che piglio il c 




DIOMADONNISSIMALASANTERRIMAIMMACOLATA.


– Anja, non ho il cellulare con me.
– Aaah, no telefòn?
– No telefòn.
– Tu dai me tuo, poi richiamo!

La guardo. Calcolo il numero di prosecchi. Si scorderà di me tra una sessantina di secondi. Guardo la barista che sta tastando le braccia flirtando con un tizio.


– Scusa.. SCUSA, HAI CARTA E PENNA?!
– EH?!?
– CARTA, CARTA DA SCRIVERE!
– NO, STO LAVORANDO! – dice che ha ancora in mano il tipo.



Attorno ho un oceano di carne che si divincola, ho perso il contatto visivo con il resto della compagnia da circa… un’ora e mezza. Possono essere ovunque assieme ai loro cellulari ed alle chiavi della macchina che io non so dov’è parcheggiata. Mi sento come su Platoon. Guardo Anja, una cinquantina di chili che andrebbero suonati come un violino e che invece non rivedrò mai più, ma ora ho problemi più urgenti.

– Anja, vado via.
– Tu no beve con me?

Piango sangue. Mi prometto di imparare il russo mentre comincio a vagare per la sala. Devo pure pisciare. Calma, serve lucidità. Le idee migliori mi son sempre venute in cesso. Cambia l’acqua al canarino, Nebo, vai. Una parola. Il cesso ha una coda di tedesche bionde che invadono pure quello degli uomini. Io, un norvegese di tre metri ed un nigga vestito da LL Cool J ci guardiamo, borbottiamo, prendo l’iniziativa e tiro fuori il cazzo. Non so se avete mai tirato fuori i gioielli di famiglia davanti ad una scolaresca di tedesche, dà una rara soddisfazione tribale: indietreggiano tra gridolini, fanno per coprirsi gli occhi, uno spettacolo. Mentre pisciamo tento di spiegare il mio problema al nigga, che mi risponde che non ha soldi in cellulare ma è amico del DJ. Il norvegese non capisce una parola ma dice qualcosa nella sua lingua indicandomi le parti basse. Decido di non approfondire, saluto, lavo manine, esco. 

Ci sono tre numeri di cellulare che so a memoria: quello di Vegeta, quello della Iaia e quello del mio DJ. E’ qualcosa. La prima cabina telefonica va solo a schede. La seconda ha la pulsantiera scassata. La terza ha due dentro che scopano. La quarta è stata centrata da un SUV ed è ridotta ad un cellulare, ma priva delle sue funzionalità. In tasca ho sei euro e cinquanta. Posso solo giocarmi la carta del talento, e mi metto a scrutare la folla con sguardo addestrato da anni ed anni di writing. ECCOLI. Lui sulla quarantina, brillante, giaccamicintura tèèèèèk, capello anni 80 in compagnia di due squinzie sulla trentina che dopo una vita di pompe sottobanco si son svegliate ed hanno detto “oddio ma io cioè non sono una sensibile”.

Li aggancio col fiatone.

– Signori scusatemi se vi disturbo ma è un’emergenza, posso darvi i soldi della chiamata ma PER FAVORE ho bisogno di fare una chiamata di CINQUE SECONDI, solo per dire dove sono. Non ho il mio telefono, non voglio derubarvi, ho solo bisogno di dire dove sono.

– Ooh – dice la bionda.
– Povero – dice la mora – ma che ti è successo?

– Già, come mai? – domanda il Claudio Cecchetto della situazione.
– Ero al Gasoline, ho lasciato il cellulare – dico, omettendo dove – son stato scemo io.
– Bè, tieni.
Salvo.

Ringrazio sentitamente, mi guardano un po’ stralunati, saluto. Mi recuperano pochi minuti dopo che fumavo come un turco. Questa è stata la mia prima notte a Jesolo. In verità vi dico, quest’estate comincia benissimo. Se son tutte così ci sarà da divertirsi.

Però non si sa mai.