Kiska: il più grande disastro navale nella Storia della marina militare di tutti i tempi.

IL BRIEFING
E’ il primo agosto del 1943 a fort Lauderdale. Sulla lavagna luminosa vengono proiettate mappe dettagliate dell’isola di Kiska. Il colonnello Bishop suda davanti ai più alti vertici militari degli Stati Uniti. La sua promozione più ambita è a un passo, e grazie a un colpo di fortuna è entrato in possesso di un’informazione. Se ben sfruttata, potrebbe permettergli di scavalcare l’Ammiraglio Ellroy.

«Siamo a un passo dalla disfatta, signori» dichiara «I giapponesi occupano buona parte delle nostre isole. Stiamo perdendo l’oceano, e presto spunteranno Feng Dong da ogni angolo. I nostri figli mangeranno involtini primavera invece di hamburger. La fine, vi dico, è prossima.»

Occhiate scettiche.

«Colonnello» domanda il capo di Stato Maggiore «di che cazzo va farneticando?»
«Guardate da voi, signori!» esclama Bishop «L’AMERICA è in mano al nemico e voi non ve ne siete accorti. Un lavoro superlativo, vero, ammiraglio Ellroy?» termina sarcastico, poi fa partire le diapositive.

I militari si sporgono. Dal fondo della sala il capo dell’aeronautica punta il binocolo verso la parete. Scruta con attenzione. Abbassa. Scuote la testa.

«Ebbene?!» tuona Bishop.
Silenzio.

«Questo… questo significa» mormora la CIA «che potremmo avere trovato la leggendaria Isola che non c’è?»
Nessuno fiata.

«Era per darvi un’idea della posizione» minimizza Bishop «ora ingrandisco.»

Molti militari sono a pecora sul tavolo, protesi verso la parete. Alcuni fanno conchetta con le mani per vedere meglio.

«Lei vede qualcosa?»
«Pare uno schizzo sfuggito alla mia segretaria» replica uno.
«Ci servirà molta polvere di fata, questo è certo» annuisce la CIA, scrivendo furiosamente su un taccuino.
«INGRANDIAMO ANCORA» sbotta Bishop.

Cori di “aaah” e “oooh” risuonano nella situation room. È tutto un fiorire di sorrisi, pacche sulle spalle, sospironi. Quello della CIA scoppia a piangere e strappa il bloc notes.

«E insomma su quella spelonca ci sono giapponesi» riassume Ellroy.
«Assolutamente sì.»
No.

Nel 1942 vennero mandati sull’isola di Kiska una decina di marines a gestire una stazione meteo. I giapponesi, probabilmente cercando un posto dove pisciare, ci finiscono sopra. Uccidono due americani e deportano gli altri otto, poi restano lì a rimirare nebbia e gelo. Il comando della Difesa non si accorge che le trasmissioni meteo sono state interrotte; del resto chi ascolta il meteo a due passi dall’Alaska? Non è che un giorno dicono “oh, qui è tutto un fiorir di begonie, venite a fare picnic”. Oggi -20°, ieri -21°, l’altroieri -20°, abbiamo capito.

Un anno dopo un B-24 Liberator sorvola i paraggi, nota delle navi da guerra che si allontanano dall’isola e riferisce alla torre. Questa chiede che bandiera battono, il B-24 replica che non si vede niente perché c’è brutto tempo. Siccome in America un dubbio sollevato dal bidello di un istituto per focomelici basta per trasformare l’Iraq in un deserto nucleare, è ufficiale: a Kiska ci sono giapponesi.

«Cosa propone, colonnello?» domanda Ellroy.
«LA DISTRUZIONE ANALE» ringhia Bishop «BOMBE CHE DEVASTANO UOMINI E MEZZI A MIGLIAIA, E POI TRUPPE DA SBARCO A MIGLIAIA, E PROIETTILI A MIGLIAIA. IMMAGINATE LA SCENA, A MIGLIAIA, FROTTE DI MARINES A MIGLIAIA CHE ASSALTANO I GIAPPONESI RICONQUISTANDO GLORIOSAMENTE uno scoglio.»

Ellroy si gira verso il capo di stato maggiore, che scuote la testa.

«Le darò un canotto di Topolino e un cane antidroga» termina Ellroy, alzandosi «ora, se volete scusarmi, mia moglie non si picchia da sola.»
«Aspettate!» tuona Bishop «mi ascolti, signore. Pensi all’impatto psicologico sulla popolazione. Sì, è uno scoglio, ma è il nostro scoglio. Come reagiranno i civili, sapendo che bastano tre sniffamutandine per rubarci la terra? Dobbiamo dare un segnale forte al mondo. Oggi i cagariso si prendono uno scoglio, domani i nostri figli si chiameranno feng dong ching chon e non mangeranno hamburger.»
«Lei conosce almeno la differenza tra un nome cinese e uno giapponese?»
«Sono la stessa cosa.»
Ha inizio l’operazione Cottage.

 

 

L’ESERCITAZIONE
La marina militare degli Stati Uniti comincia subito in grande stile durante le esercitazioni pre sbarco, in mezzo a una nebbia spaventosa. L’USS Mississippi e l’USS Idaho, al comando del commodoro Griffin, decidono di testare il radar di bordo.

«Mi spieghi» dice il commodoro all’addetto radar.
«Ecco, vede, un radar ha una sensibilità regolabile» spiega il ragazzo «se la teniamo alta vede solo oggetti grossi tipo bombardieri, portaerei, cose così. Se invece la abbassiamo possiamo vedere cose più piccole tipo caccia, pescherecci, navi… e via dicendo.»

«E se la abbassiamo al minimo?»
«Arriviamo a vedere i gabbiani.»
«SEH VABBE’»
«Commodoro, le assicuro.»
«DAI, PROVAMELO, GAY SE NON ME LO PROVI, PROVAMELO!»
L’addetto abbassa al minimo. La plancia di comando esplode in una cacofonia di luci rosse e allarmi. Sugli schermi radar appaiono inspiegabilmente centinaia di contatti non identificati.

«Cosa succede?!» tuona il commodoro.
«Signore! Contatti multipli non identificati!»
«Tutti ai posti di combattimento!»
«No, aspetti» fa l’addetto «sono io che… cioè, lei ha chiesto…»
«NON HO TEMPO PER LE TUE PUTTANATE, MOZZO, TRASMETTETE L’ORDINE ANCHE ALLA USS IDAHO, ARMARE I CANNONI»

Nell’USS Idaho l’ufficiale in seconda sta bevendo felice il suo tè. Quando riceve l’ordine sbircia il radar. Nulla. Guarda fuori. Nebbia. Suppone un’esercitazione e arma i cannoni a salve, ma l’equipaggio, più motivato, decide di mettere i proiettili veri. Non appena il commodoro ordina di sparare ai volatili, la seconda corazzata lo imita. Il suono dei cannoni amici giunge all’orecchio del commodoro, che li scambia per colpi nemici e risponde al fuoco. La corazzata alleata fa lo stesso ragionamento. E’ importante che visualizziate due corazzate degli Stati Uniti che per sei ore di fila cannoneggiano onde, cormorani e pulci di mare, lanciando ovazioni di gioia ogni volta che sentono i colpi degli alleati perché “anche questa volta i nemici non ci hanno colpito”. Dopo l’estenuante battaglia contro la fauna del mar di Bering finiscono le munizioni e si preparano a essere abbordati.

Non accade.

 

 


Il Presidente Roosvelt ascolta l’esposizione dei fatti.

 

 

 

Bishop è sull’attenti nell’ufficio dell’Ammiraglio Ellroy che studia con attenzione un foglio, poi lo appoggia e incrocia le mani.

«Ricapitoliamo: i suoi uomini hanno speso l’intero pil del Kansas per sparare alle anatre.»
«Non è esatto.»
«Colonnello, in questo rapporto si parla di 51,814 colpi di cannone da 360mm impiegati per andare a piccioni. Sbaglio?»
Bishop scuote la testa.

«No, infatti. Ora, come noterà, il commodoro Griffin è stato degradato a un ruolo più consono alle sue capacità strategiche.»
Bishop getta una fugace occhiata nell’angolo dell’ufficio.

 

 

 

 

«N-noto» mormora, pallido.
«Bene. Ora che l’esercitazione è terminata, è tempo di fare sul serio. Sarà lei in persona a guidare l’attacco; tenga presente che in caso di fallimento abbiamo un water che non funziona. Può andare.»
Bishop scatta sull’attenti, si gira verso l’appendiabiti e fa il saluto.

 

 

L’ATTACCO
Il 15 agosto 1943, attorno a Kiska un totale di 34,426 soldati americani e canadesi sono pronti all’assalto. Ci sono la 7° divisione e il 4° reggimento di fanteria, l’87° reggimento artiglieria di montagna, 5,300 soldati canadesi della 6° e 7° divisione. Tre fregate, un sommergibile, una corazzata e 92 navi, a cui si aggiunge il supporto aereo di 168 aeroplani. Tra mare e cielo c’è così tanto acciaio che le bussole sbarellano. Sulla corazzata, Bishop studia gli ultimi dettagli.

 

«Partiremo con un bombardamento a tappeto. Tre passaggi su tutto quello che somiglia al nemico. Dopo il primo apriremo il fuoco con le navi sulla costa. Terminata l’artiglieria pesante, manderemo la prima ondata di truppe. I canadesi arriveranno da nord, noi qui» dice, indicando il lato ovest dell’isola «e contemporaneamente la seconda ondata attaccherà qui, dal Gertrude cove, in modo da prenderli con una manovra a tenaglia. Il sommergibile si occuperà di eventuali attacchi subacquei.»
«Non si preoccupi, signore» sorride il secondo in comando «abbiamo la migliore squadra possibile.»
«A proposito, dov’è Wallace?»
«E’ in coperta, sta cercando di risolvere un problema con le scorte d’acqua.»

 

«Bene, allora.»

Tutti gli ufficiali sono pronti. Il colonnello guarda la foto della sua anziana madre, osserva l’onnipresente nebbia e annuisce.

«Capitano, dia l’ordine» sentenzia.
«Sissignore!» risponde il capitano afferrando la radio «a tutta la flotta, luce verde, ripeto, luce verde! Iniziare operazione Cottage!»

La prima ondata di aerei decolla dalle portaerei e sorvola Kiska. Bombardano tutto. Rocce, scogli, prati, laghetti, pozzanghere. La seconda si spinge all’interno, trovando la stazione meteo, delle baracche sospette e quelle che sembrano postazioni di contraerea. Spazza via qualsiasi cosa a furia di detonazioni che si susseguono a ritmo forsennato. Il fumo nero si confonde con la nebbia. La terza ondata di aerei non vede nulla, ma bombarda lo stesso per sicurezza. E’ il turno delle navi. Oltre duecento cannoni aprono il fuoco sulla costa, mettendo in atto la più spettacolare opera di terraformazione mai creata dall’uomo. Kiska è ormai un unico blocco grigiastro dove detriti, nebbia e fumo si confondono.

«Quanta resistenza avete trovato?» domanda Bishop.
«Era un inferno, signore. Ventisei aerei abbattuti e altrettanti piloti dispersi.»
«SIGNORE!» grida il capitano «ABBIAMO PERSO OGNI CONTATTO CON IL SOTTOMARINO!»
«Cristo, sono tosti» mormora Bishop a denti stretti «prepararsi a sbarcare, forza. Avanti tutta!»

Per raggiungere la costa una nave incappa in una mina di profondità. Del sommergibile non si sa più niente. Le truppe sbarcano urlando e aprendo il fuoco nella nebbia, dove si agitano ombre indistinte. E’ un massacro simile ai primi venti minuti di Salvate il soldato Ryan. Marines morti e mutilati giacciono a terra privi di vita. Il comando dà ordine di avanzare. Dall’altra parte dell’isola canadesi e americani fanno lo stesso, stringendo i giapponesi in una micidiale tagliola. L’avanzata è lenta e complessa. Stando ai rapporti la resistenza è incredibile. Trappole, mine e artiglieria pesante decimano la prima ondata.

«Signore, i canadesi ci informano che le perdite sono massicce» fa il capitano «Stiamo perdendo il lato ovest.»
Bishop riflette rapidamente: «Fate convergere la seconda ondata di marines dall’altra parte. Reimbarcateli e mollateli lì a dargli una mano.»

Viene eseguito. Grazie all’apporto di truppe fresche il lato ovest riprende ad avanzare in un’oscena orgia di nebbia, carne, roccia, acciaio e sangue. Cadono a centinaia, ma finalmente raggiungono il centro dell’isola. Il lato est, nel frattempo, subisce la carenza di uomini. La terza ondata di marines sbarca e dopo un’ultima, drammatica battaglia, uccide l’ultimo nemico.

«Sergente maggiore a mamma chioccia» ansima il marines «Kiska è nostra.»

Nella sala comando della corazzata Bishop scatta in piedi assieme a tutti gli altri ufficiali, urlando di gioia. Dopo un rapido giro di pacche sulle spalle e abbracci sbarca anche lui sull’isola, mentre morti e feriti vengono riportati sulle navi. Il sergente gli corre incontro.

«Quanti prigionieri?» domanda Bishop.
«Nessuno» sorride il sergente.
«Splendido, così mi piace. Vediamo la cima di quest’isola dannata.»
La nebbia si dirada.

Bishop osserva i corpi di morti e feriti, concentrandosi sulle uniformi. Non trova quello che cerca. Le sue natiche si contraggono fino a fondersi in un unico blocco di carne. Scende, continuando a cercare. Bianco come un cencio afferra la radio.

«Chapithano» ansima «quanti giapponesi morti ci sono sul suo lato?»
«NON SO DIRGLIELO, SIGNORE, QUI E’ UN MASSACRO, STIAMO CERCANDO DI OSPEDALIZZARE I FERITI MA NON SO SE
«Capitano» ripete Bishop, osservando un gabbiano che passeggia «quanti sono i nostri caduti?»

Secondo i libri di Storia militare il colonnello della marina militare Joey Bishop ha conquistato uno scoglio deserto perdendo solo 313 uomini e 1200 feriti. I giapponesi avevano abbandonato l’isola almeno due mesi prima. Il sommergibile viene ritrovato solo nel 2007. Apparentemente, si era affondato da solo.

 

 

L’EPILOGO
L’Ammiraglio Ellroy osserva la linea della nuova fregata appena varata. I tavoli del rinfresco sono colmi di leccornie, le mogli e le fidanzate dei militari riempiono l’aria di un piacevole chiacchiericcio. Un uomo sulla quarantina, con folti baffi, gli si avvicina. Osserva quello che sta guardando Ellroy.

«Che linea» asserisce il baffuto.
«Già» dice Ellroy «speriamo abbia un equipaggio degno di portarla.»
«Oh, lo sarà. Ne sono sicuro. Sarò io, il comandante.»
Ellroy si gira, squadra l’uomo, un piccolino coi baffi. Nota i gradi.
Non dice nulla e torna a fissare la nave.

«Se posso chiedere» osa baffone «che ne è del colonnello Bishop?»
«E’ legato al galleggiante che segnala il livello delle acque nere. Quando la merda gli arriva al naso è autorizzato a informare la manutenzione.»
«Mio Dio. E per quanto durerà questa punizione?»
Ellroy si gira a guardare il nuovo capitano di vascello: «Finché non andrà in pensione, capitano.»
Baffone ha un brivido, poi sorride e porge la mano: «Io le prometto che io non la deluderò.»
«Lo spero» sospira Ellroy, stringendola «il suo nome?»
«Wilfred Walter, comandante della USS William D. Porter»