Fragile come una bomba atomica



Il progetto Manhattan ha richiesto un lavoro di oltre 130.000 persone ed una spesa di due miliardi di dollari. Scienziati, fisici, militari e manovali guidati da Robert Oppenheimer crearono la prima bomba atomica nel 1942. La posta in gioco era altissima. L’atmosfera in cui si lavorava, i due tipi di prototipi, i livelli di segretezza, i rischi, la fretta, gli hamburger. Se guardiamo le fotografie ed i mezzi dell’epoca la sola parola che viene alle labbra è “impossibile”. 

Non “incredibile”.
Incredibile è un termine che implica l’accettazione incredula.
“Impossibile” è la ferma negazione di un principio base dell’esistenza stessa.
Settant’anni dopo, nel 2011, la bomba atomica rimane l’arma con il più alto potenziale distruttivo in assoluto. Ci sarebbe da dibattere. La bomba A di Oppenheimer nemmeno si usa più, è troppo dispendiosa in termini di costi/prestazioni ed esistono testate termonucleari che minimizzano l’effetto radioattivo e milluplicano quello termico. Bla bla bla. Però quel vecchietto dall’aria innocua è stato il primo ad inventare una bomba a fissione nucleare incontrollata, l’arma più potente che il genere umano abbia mai progettato in cinquemila anni di storia.

Ogni volta che una centrale nucleare ha casini tra la popolazione si diffonde quel timore reverenziale dettato dall’equazione nucleare = fungo atomico. E’ come aver paura che agitando una batteria possa partire un fulmine ed incenerirci. Per ottenere quella detonazione sono necessari equilibri, tempistiche, materiali ed impulsi talmente microscopici e perfetti che anche solo l’idea una centrale nucleare possa fare il funghetto per errore è ridicola. E sapete perché?
Perché una bomba atomica è fragile come un cristallo. 
Bastano un pulviscolo di polvere all’interno, un ritardo di pochi millesimi di secondo, e sarà solo un pezzo di ferro che emette un tonfo sordo cadendo a terra.


Le idee sono la stessa cosa.
Prendi una squadra di gente piena di talento e motivata, dà loro un’idea brillante e mettili all’opera. Creeranno un prototipo, faranno dei tentativi, correggeranno, miglioreranno e qualunque ostacolo esterno verrà risolto. Quando l’ostacolo è interno, invece, il discorso cambia. Se in un team di 100 persone ce ne sono 2 sbagliate, messe nei posti giusti fotteranno tutto. Basta un pulviscolo e all’improvviso la squadra diventa demotivata, stanca, irascibile. Neanche un anno dopo stan tutti parlando tedesco.
Bene.
Nel mondo dei media italiani ci son così tanti pulviscoli che sembra la camera di uno studente di filosofia. Le cose si sono invertite. L’idea che da lì possa uscire qualcosa di buono è talmente ridicola che è diventata una battuta. Ho avuto la fortuna di lavorare con delle persone straordinarie ed ho visto sotto i miei occhi nascere un piccolo progetto Manhattan. Mi ci sono affezionato, come le donne delle pulizie russe che nei cantieri chiamavano “piccolo figlio” i prototipi lunari URSS. L’ho visto crescere, cadere, rialzarsi, rinforzarsi e non c’è nulla al mondo di più osceno che vederlo imputtanato da qualche idiota. Un incapace che non lo fa nemmeno con cattiveria, ma solo perché è un pulviscolo ed il suo compito è quello, stare lì a rovinare tutto.



E’ il mondo del lavoro. Là fuori esistono canzoni bellissime, libri meravigliosi, storie fantastiche o autori brillanti che non conosceremo mai. A volte per tempismo, a volte per caso, a volte per cattiveria, per invidia, non ha importanza. Succede. Solo che se succede SEMPRE, allora la frustrazione sfocia in rabbia, nei perdenti in autocommiserazione, ma in entrambi i casi in un desiderio di aria pura. Di mollare tutto con il più sacro dei gridi di battaglia, il sempiterno “mavvaffanculo” che prelude ad una sbronza e due lacrime strappate a fatica dalla gola.
Perché il sistema è una merda che funziona da Dio. Così ti capita di pensare che il solo modo per fregarlo è quello di andartene; sognando, sperando e masturbandoti all’idea che se lo fai altri ti seguiranno e cambierai qualcosa. Forse, mentre crepi da solo nella desolazione, sarai abbastanza sfortunato da realizzare quanto sei stato coglione. Perché mollare consegna tutto ai tedeschi. E se ti salva, piccolo Efialte, il resto della tua vita sarà una pozzanghera di rimpianti e rancori abbastanza miserabile. Come quelle anime tristi che si sono affrettate ad emigrare ed ora passano la vita a leggere cosa succede in madrepatria sputandoci sopra, senzaterra dannati dalla loro stessa, patetica, vanitosa impotenza.
Oppenheimer non aveva i raccomandati ed aveva due miliardi di dollari. Però aveva Hitler oltreoceano. Ok, non è come lavorare coi romani, però somiglia. Non ha mollato. E’ riuscito a creare quel piccolo germoglio d’acciaio che una volta piantato nel terreno fa sbocciare un enorme fiore di fuoco tale da cambiare la storia.

Ogni volta che mi scoraggio davanti a tutta la merda che la mia generazione si sta mangiando guardo la foto di Oppenheimer sul PC e penso che il fallimento sia un requisito necessario al successo. E che niente, come la nostra generazione, somiglia ad una bomba atomica.
  • Dim

    Bum, altro pezzone.

  • Mollare un corno. Un sogno e’ un seme e per fiorire necessita del terreno giusto. Non tutta la merda e’ buon concime. Ergo, se il seme non attecchisce dove si sta….si cambia terreno. QUESTO, per me, e’ non mollare. Cercare il terreno giusto, non ostinarsi a coltivar cocomeri nel deserto.

  • Patrick Partesotti

    Troppa stima.