La sede storica del PCI in via delle Botteghe oscure è stata acquistata da un’hotel di lusso. Qualcuno, per protesta, ha affisso uno striscione: Quel palazzo, dopotutto, ha ospitato uomini che hanno fatto la storia d’Italia. Il PC viveva lì dal 1946.
Ma con che soldi è stata acquistata?
D’Alema in tempi recenti ha parlato dei finanziamenti sovietici e sdoganato un sacco di questioni fino a prima considerate dicerie o leggende urbane. Ma c’è l’altra storia. Quella che molti scordano di nominare, eppure è la più interessante.
E anche la più cinematografica.
Siamo a Dongo, venerdì 27 aprile 1945.
Dongo sembra un nome africano, invece è un paesino dalle parti di Como che conta poco più di tremila abitanti. Il 27 aprile 1945, una colonna di dieci autocarri nazisti percorre la strada occidentale del lago di Como. Al comando c’è l’ufficiale Fallmeyer e 200 nazisti armati di cannoni antiaerei, armi automatiche e bombe a mano. In uno degli autocarri, con addosso un cappotto della Luftwaffe e occhiali da sole, c’è Mussolini. È nascosto in mezzo ai soldati assieme a Claretta Petacci e i suoi gerarchi più fedeli.
L’intero oro del regime è disposto negli altri autocarri.
Viaggiano spediti finché verso le 16, dopo una curva, trovano un tronco che gli sbarra la strada. Si fermano e attorno a loro sbucano i partigiani della 52° brigata Garibaldi. Non hanno l’aria allegra, e infatti i duecento nazisti si arrendono senza sparare un colpo. Li disarmano e li portano a Dongo. Arrivati in piazza vengono fatti scendere, quando un partigiano riconosce Mussolini e la Petacci. Allibito, li scorta in municipio con il loro bagaglio personale.

Nel suo bagaglio personale ci sono documenti classificati, 1,700,000 lire in assegni e 160 sterline d’oro.
Ma sono briciole.
Il grosso è nelle valigie disperse negli autocarri che stanno venendo saccheggiate. Il capo di Stato maggiore della brigata Garibaldi, Luigi Canali prende in consegna la borsa del Duce, blocca i saccheggi e ordina alla sua fidanzata Giuseppina “Gianna” Tuissi di fare l’inventario.

Giuseppina e Bianca Bosisio, un’impiegata comunale, lavorano tutta la notte. Finiscono il 28 aprile 1945. Consegnano l’inventario a Luigi che lo legge assieme al segretario del PCI di Como, Dante Gorreri. Canali dice che quell’oro appartiene agli italiani e va consegnato alla Banca d’Italia.
Gorreri, invece, vuole darli al PCI.
Attorno alle 15, per ragioni di sicurezza, il tesoro viene spostato dal municipio alla villa delle sorelle Teresa e Luisa Venini. All’alba del 29 aprile 1945 un commando di partigiani si presenta, mostra un ordine con il timbro del PCI di Como e prende in consegna le valigie.
Una volta a Como, I comandanti della 52° brigata Pier Luigi Bellini delle Stelle e Urbano Lazzaro prendono 3,000,000 di lire per far fronte alle proprie spese. Poi affidano le valigie a Michele Moretti con l’incarico di consegnarle al CVL di Milano il 1 maggio 1945.
A Dongo, Luigi Canali è furibondo e minaccia di rendere pubblica la storia.
Il 7 maggio 1945 Giuseppina cerca il suo fidanzato e non lo trova più. Disperata, va a casa della sua migliore amica, Annamaria Bianchi, e le racconta tutta la storia. Ha paura le abbiano ucciso Luigi perché non dicesse dei soldi e dell’inventario. Annamaria le chiede che fine ha fatto l’inventario e Giuseppina risponde che l’aveva Luigi… Ma lei ne ha una copia nascosta.
Se non avesse detto quest’ultima frase, tante cose non sarebbero accadute.
Il giorno dopo, Dante Gorreri si presenta da Giuseppina ordinandole di smettere di fare domande su Luigi. Lei insiste e dopo due giorni viene condotta in caserma a Milano, dove Pietro Vergani le dice che il suo fidanzato è stato fucilato da un tribunale partigiano di montagna perché sospettato di affiliazione con i fascisti.
In realtà, Luigi l’ha ucciso lui.
Giuseppina è una partigiana, ha fegato e forse ha capito il punto. Dopo vari tentativi, il 23 giugno 1945 va da un giornale e racconta la storia dell’oro. La sera stessa due fidanzati che si erano appartati vedono una moto rossa con due uomini e una donna fermarsi vicino alla scogliera. Sentono un urlo e uno sparo. Sul posto vengono trovati giornali imbrattati di sangue e interiora umane.
Giuseppina è stata sventrata, finita e gettata giù dalla scogliera del Pizzo di Cernobbio.
Non si saprà mai da chi.
La storia che lei era riuscita a raccontare viene pubblicata come una sorta di mistero. Si apre un’inchiesta. Il 4 luglio 1945 Annamaria Bianchi viene convocata in questura come persona informata dei fatti. La notte stessa viene sequestrata da una banda di uomini, caricata su una Fiat Topolino, uccisa con un colpo di pistola alla nuca e gettata nel lago.
Il padre, Michele Bianchi, scompare tre giorni dopo.
Troveranno la sua bicicletta vicino al lago, e il corpo che galleggia con due colpi di pistola nella nuca.
Una squadra fa irruzione nella casa dei Bianchi, la perquisisce e trova una cassetta, nascosta in una credenza, con la copia dell’inventario. La portano via minacciando quel che resta della famiglia Bianchi, cioè la madre e la figlia minore, Eleonora. Devono tenere la bocca chiusa o finiranno come il papà e la sorella.
L’inchiesta riceve un brutto colpo ma va avanti anche grazie all’aiuto di un giornalista, Franco De Agazio, direttore del Meridiano d’Italia. I Carabinieri partono dall’ordine firmato del PCI di Como per il trasferimento dei soldi. Contattano Dante Gorrei domandandogli se ce l’ha ancora. Lui dice di no, l’ha spedito al PCI di Milano tramite due corrieri fidati.
Chi? Michele Moretti e Gaetano Mekler.
Sì, quel Michele Moretti.
I Carabinieri chiamano Milano e loro dicono di non avere mai ricevuto niente. Quando l’Arma va in cerca dei corrieri, però, ha sfortuna. Il 26 ottobre 1945 Gaetano Melker viene pugnalato a morte in un vicolo di Como. Non si saprà mai da chi. E Michele Moretti appena saputa la notizia scappa in Jugoslavia, a Lubjana, dove resta per un anno.
Nel 1946 l’amnistia Togliatti condona molti – forse troppi – dei crimini compiuti durante la guerra. È un provvedimento che oggi sembra osceno, in realtà era necessario per evitare l’Italia sprofondasse in un turbine di faide e vendette.
L’unico che continua a martellare sull’oro è il giornalista, Franco De Agazio, che dalle pagine del suo giornale continua a chiedere che fine ha fatto l’oro di Mussolini, cioè degli italiani. Dura poco. Il 14 marzo 1947 viene assassinato, e l’omicidio viene rivendicato dalla Volante rossa.
Senza più un araldo, la storia sembra sgonfiarsi e le indagini rallentare, finché il 17 gennaio 1949 la rivista americana Life pubblica un’inchiesta intitolata “The great Dongo’s robbery” a firma di John Kobler, un giornalista ex agente dell’OSS che aveva fatto la campagna d’Italia.
Kobler sostiene che l’oro di Dongo sia finito nelle casse del PCI e sia stato speso in tre modi. Acquistare il palazzo in via delle Botteghe oscure, finanziare le campagne elettorali del 1946 e 1948, e soprattutto costruire un apparato armato quiescente e pronto all’insurrezione – di cui ho scritto qui. Se andate a leggere il link, saltate la parte sulla scuola all’estero; non ero riuscito a documentarmi abbastanza, quella giusta su quella scuola fantozziana la trovate qui.

Kobler anche il solo a fare una stima della cifra: 66 milioni di dollari, cioè 8 miliardi di lire del 1949. Oggi sarebbero 150 milioni di euro. È vero? Non lo sapremo mai.
Per molti storici, è una stima estremamente bassa.
Altri sostengono i miliardi fossero centinaia.
Il 12 dicembre 1949 Dante Gorreri (PCI Como) e Pietro Vergani vengono rinviati a giudizio come mandanti dell’omicidio di Luigi Canali, Giuseppina Tuissi e Annamaria Bianchi, e accusati di peculato – cioè di essersi intascati l’oro.
Come esecutori materiali, Maurizio Bernasconi avrebbe ucciso Giuseppina, mentre Natale Negri, Angela Negri ed Ennio Pasquali avrebbero ucciso Annamaria Bianchi aiutati da Leopoldo Cassinelli e Dionisio Gambaruto.
Nel 1951 dovrebbe avvenire l’insurrezione armata, ma non succede. Gorreri farà quattro anni di carcere, poi verrà eletto deputato del PCI e liberato. Negri e Pasquali verranno scarcerati per decorrenza dei termini e si rifugeranno a Praga e poi a Varsavia, nella comunità di italiani comunisti latitanti.
Parte del tesoro di Dongo viene recuperato non si sa come, dove o da chi – quindi, presumibilmente, dallo Stato – e viene custodito fino al 1953 nelle prefetture della banca d’Italia. Tutto è bene quel che finisce bene? No, perché il 24 luglio 1957, alla corte d’Assise di Padova, il giudice popolare Silvio Andrighetti accusa un malore e viene ricoverato in ospedale. Il processo viene rinviato al 5 agosto, se non fosse che Andrighetti decide proditoriamente di suicidarsi nella sua stanza d’albergo. Alcuni dicono con un colpo in testa, altri con barbiturici.
Il processo viene rinviato a data da destinarsi e non viene mai più ripreso.
Grazie alla prescrizione, gli imputati vengono prosciolti o possono fuggire in Cecoslovacchia.
Nel 1999 l’oro di Dongo viene spostato in via Nazionale, a Roma, senza che nessuno ne conosca il reale valore. Non esiste catalogazione né perizia. Sappiamo che nel caveau speciale ci sono 419 plichi e oltre 2000 bisacce di lino contenenti beni appartenuti alle vittime del terremoto d’Irpinia, le fedi nuziali necessarie a finanziare la guerra d’Etiopia, monili, argenteria appartenuta ai Savoia e abbandonata dopo la fuga dell’8 settembre, collane, banconote, gioielli, gemme. C’è anche il collare d’argento dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata, la massima onorificenza che i Savoia concedevano fin dal 1300 e che per tradizione potevano avere solo 20 persone al mondo: alla morte andava restituito.
Sebbene di alcuni documenti esistano copie e trascrizioni, a oggi ci sono 300 plichi, sigillati e mai aperti.
Quindi sì, il profitto non cancella la Storia.
Ma quello striscione dovevano appenderlo ottant’anni fa.






