I miei braccianti sono fuggiti in Internet



La stanza è buia, penombra e a me scappa da pisciare. La tizia sale sul palchetto. E’ sulla trentina, la montatura degli occhiali racconta un mondo. Sei tu, internauta progressista che ha un blog dove critica con scaltro cinismo l’operato del governo? Sei tu, studentessa dal nome ironico tipo “SarcastiKatia”, “TossiKandy”, “RossanaLaRossa”? Io dico di sì. Studierai in un’università tipo Scienze dell’Interculturalità e dopo tre anni non saprai ancora spiegare a me, ai tuoi genitori o a tuo nonno a cosa cazzo serva. Avrai un mac portatile da 1200 euro perché è contro le multinazionali. Sali su quel palchetto, fatti vedere.

“Ora reciterò una poesia tratta dal mio libro, lo potete trovare ovunque tranne nelle biblioteche”.
Curioso. Vada signora, droppi la merda più pesa.



Corri  sul selciato impaziente 
dei tuoi zoccoli rossi.

Vola più in alto delle foglie rosse
e non temere, non sono prugne d’infanzia le radici
sono prugne che nel gelido autunno conservano il pino
e in un prato di aquiloni scorrono quattro fiumi.

Sublime Aquila
in viaggio
non più strozzata
dall’ eco di addii
comprendi. 



Chiuse virgolette, mesti applausi, dibattito. Che cazzo ha detto?
Dài, seri: che cazzo dice? No, adesso me lo dite, non ci andate in bagno. Che ha detto questa donna?



Dovete sapere che io sono ignorante come una bestia. A scuola la mia maestra ci faceva fare un’ora e mezza di ricreazione. Quando arrivai alle medie mi trovai circondato da persone che sapevano calcolare volumi di figure tridimensionali mentre io sì e no sapevo disegnare una casa con l’erbetta. Cercai di mettermi al passo e l’uragano di sberle che si scatenava in casa quando portavo lettere come “D” ed “E” furono un ottimo incentivo. In cambio di orrende bestemmie e pomeriggi barricato in camera ce la feci: a stento sufficiente in tutte le materie, a parte l’italiano. Ai colloqui i professori dissero all’unanimità: – Suo figlio è bravo, deve scrivere.

– Dite sul serio? – rispose mia madre.
– Sì.
– E invece puppate, lo mando allo scientifico.




Feci lo scientifico. Al liceo i bastardi bararono e cominciarono a mettermi le lettere coi numeri. Equazioni, disequazioni, sistemi, tutta robaccia con le X e le Y che io non capivo. L’unica favorevole in consiglio professori fu quella d’italiano; diceva che qualcosa non tornava, non era normale un ragazzo pigliasse 8 e 9 nella sua materia mentre in matematica pareva il codice binario. Quando mia madre si presentò a scuola dicendo “WTF?” le risposero che ero portato per l’italiano ed in effetti non si capiva che cazzo ci facessi in una scuola basata sui numeri.

– E’ perché farà il farmacista, sciocchi – rispose mia madre.

Finito il liceo, presi il ramo di Scienze della Comunicazione convinto fosse l’università per me. Quando mia madre realizzò che non sarei stato farmacista smise di parlarmi. Non la vedo nè sento da allora e vi dico, non è che mi manchi granché. Al terzo anno capii che là dentro stavo buttando via tempo. Il professore di retorica me lo disse chiaro e tondo mentre metteva l’unico 28 della mia vita:

– Sig. Nebo, il suo libretto ha un sacco di numeri con l’1 davanti.
– Eh, sono uno che si accontenta.
– Lei dovrebbe scrivere, sa? Dico sul serio.
– E invece andrò a fare il falegname, lol.
– Lol!


Passai un anno chiuso in appartamento a Trieste scopando 24/7 una donna meravigliosa, dopodiché mollai l’università, i coinquilini, lei, Trieste ed imboccai felice la strada del precariato, ossia lavorare senza la possibilità di grattarti da intoccabile. Non mi sono mai messo a scrivere perché credo uno scrittore debba essere colto. Per cause fortuite ho conosciuto gente che con la penna ci campa ed han tutti una cultura che va dal “notevole” al “mostruoso”. Tutti i libri che leggo son scritti da laureati o comunque teste infinitamente più capienti della mia. Solo che Internet ha cambiato le cose. Persone che fino a ieri allontanavamo con l’olio bollente o a cui sterminavamo l’intero ceppo genetico  parlano liberamente. Fanno gli opinionisti, i giornalisti, gli scrittori vamp, sex, hard, sadomaso perversolatexcondriaco super chicken o questo.

Poesie.

Voi sapete come la penso, sulla poesia. Però la curiosità è un mio difetto enorme, così ora sono in un circolo culturale dove una famosa blogger veneta recita le sue minchiate davanti ad un gruppo di persone che mi spaventano tantissimo, donne comprese. Ho cercato di fare amicizia con l’obiettore sulla porta ma è annichilito dalla droga e sbava come un lama.

– Bè, allora, prima di commentare vorrei congratularmi per la suggestività delle immagini – esordisce quella che fa tipo da moderatore – e credo che tutti voi sarete d’accordo.

La folla applaude mesta di nuovo. Che razza di applausi fanno, sembrano rallentati. Guardare questa gente che parla è come sedersi aspettando di veder crescere l’erba. Una parola, sei minuti di silenzio. Sembrano le arringhe della DC dopo il delitto Moro.

– Io… – principia un tipo. Tutti lo guardano, io compreso. Quello muore. Abbassa la testa, smette di respirare, chiude gli occhi. La gente non sembra impressionata quanto me, volge lo sguardo altrove, si gratta, si guarda in grembo. Fuori passa una volante a sirene spiegate. Una coppia che scherza, sento lei che ride. Quando ho già tirato fuori il cellulare per chiamare la guardia medica il tipo ha un sussulto: 

– …credo che…

In un quarto d’ora comunica che la poesia gli è piaciuta per la storia degli zoccoli rossi. Mi sembra di essere in un sogno di Laura Palmer coi nanetti che parlano al contrario.  La blogger ringrazia sentitamente: 

– Grazie, Alberto.

L’angoscia mi prende il cuore mentre capisco che là dentro si conoscono tutti, tranne me. E difatti mi puntano.

– Lei – dice la moderatrice – lei che ne pensa?

La prima frase che mi torna in mente è perché io?, istinto atavico proveniente da anni di interrogazioni sulle culture intillimani.

– Eh, non ho capito un punto – arranco – quello delle prugne.
La stanza si congela. La blogger è esterrefatta.

– Non l’ha capito?
– Mi spiace – dico, ed è anche vagamente vero – può spiegarmelo?
Risatine tra il pubblico.






– Forse il signore sta criticando la figura retorica – azzarda la moderatrice in visibile imbarazzo. Non comprendere non è tra le opzioni. Dio, perché non ho studiato? La blogger prende fiato, mi guarda: 

– Le prugne sono un riferimento all’infanzia dell’autrice.
– Non l’ha scritta lei? – domando.
– Sì, difatti. Sarkastikatia ha avuto un’infanzia contadina, obbligata a vivere un’ideale di vita borghese e costretta a rinunciare alle sue origini. E’ un’alienazione dalla realtà, dal contesto sociale, in favore di valori utopici. Sfoga nella poesia più intima e viscerale questo disagio usando ciò che più le è caro, il sapore delle prugne che maturano in autunno vicino al pino di casa.

– Ma le prugne… – inizio. No, fermo. Taci. Le prugne che maturano in autunno forse sono un trabocchetto, altrimenti questa donna non è mai stata da un fruttivendolo in tutta la vita ed è probabile sia convinta le mucche siano lilla ed abbiano scritto sopra “Milka”.

– Grazie.
Soddisfatta, la tizia va avanti.

Appena vedo uno tirare fuori una sigaretta mi accodo, esco con lui e mi dileguo nella notte. Lo sapevo. L’ho sempre saputo, ma ora ne ho la consapevolezza: per scrivere poesie basta dire parole a caso e ci saranno sempre degli idioti che fingono di capirle. Per strada mando un messaggio alla donna: “Voglio la tua stella del mattino”. Risponde “Vuoi farmi il culo, vero?”.

Il mondo funziona ancora come deve.
  • Alex

    Mi ricordi un vecchio pseudoamico, scrivi come lui. E ti invidio. Io sono uno di quello bravo coi numeri vicini alle lettere, coi motori, il fai-da-te (ultimamente in tutti i sensi…). Lui invece invidiava (ora mi detesta e basta) me per la donna, di cui era innamorato e che io ho praticamente mandato affanculo.
    Ma che cazzo ti scrivo a fare ste stronzate? Da dove erano pariti i miei pensieri? Ah si… Pure lui ha scritto un libretto (che gli hanno pubblicato altri amici) e fa discorsi tipo i tuoi sulle alte qualità degli scrittori.
    Ti ricordo però che il libro più venduto in sto povero paese è “I menu di Benedetta Parodi” e che ogni uscita di F.Volo è un best seller… E se “I menù…” glieli scrivono altri, le minchiate di Volo se le mette giù più o meno da solo.
    Si, siamo un popolo di bestie ignoranti.

  • UndergroundNick

    Guarda, Nebo, forse sei stato fortunato a non fare il classico.
    Almeno da me sono più o meno tutti così, ma credo sia tendenza tipica degli umanisti o coloro che son devoti alle tematiche artistico-letterarie.
    Il punto è questo: ovunque proliferino idioti, sciameranno furbi, come spermatozooi a un ovulo, che con paroloni e discorsi sofisticati riusciranno a porsi come paladini ambulanti della cultura e/o dell’ arte
    Mentre in realtà non son altro che sofisti…